…tra fede politica e dolce felicità commossa della poesia…..

…gli ultimi scritti di franco giocano piacevolmente tra poesia e politica e rappresenta la cifra ossimorica, anomica e alogica  delle esperienze paesologiche e comunitarie……

Platone non amava i poeti perché erroneamente pensava che le parole scritte nella loro oggettivazione materiale facevano comunque perdere la profondità di senso, la forza visionaria , il significato nascosto e la bellezza evocativa e inclusiva della parola parlata nella voce identitaria ….meglio se cantata.Ma nello stesso tempo fidandosi troppo del “lògos” e delle idee , poco della realtà effettuale , aveva pensato alla “politèia” ” solo come possibilità pedagogica e come modello perfetto da esportare nelle varie esperienze delle colonie greche della magna grecia. Difetto della poesia e virtù di una idea totalizzante della politica. Il paradosso ,oggi. è che noi viviamo il trionfo e la massificazione della parola ,parlata ,abusata, detta e gridata dove al massimo ci viene benevolmente concesso il compito critico ed autonomo delle “interpretazioni”.Ben altra cosa il racconto poetico e dolorante di un poeta come franco e della sua esperienza espressamente “ipocondriaca” ”Il mio impegno civile forse è un tentativo di uscire dal pozzo della scrittura”. Ognuno oggi nella enfasi sviluppista e consumista ha i suoi pozzi da spurgare .Nel mio piccolo e particolare pozzo ci sono anomalie e contraddizioni se pur di carattere cumulativo di “opinioni” come usa chiamarle franco…Il mio è pieno non solo di rifiuti di opinioni ma sopratutto di idee,razionali ed a priori che abbisognano di essere contaminate e contrastate dai sentimenti,sogni,fantasie e gesti di follia ,di trasgressioni e delle percezioni vitali che evoca con le parole “rivoluzione” o “ribellione” “politica ” e”fede”.Io penso che la “rivoluzione” che ci racconta dolorante nei suoi scritti sta proprio in quello che dichiara come “paradosso”.”Sono un egocentrico che è diventato uno scrittore comunitario, che paradosso!” Questo è lo specifico e l’originale nelle nostra esperienze e incontri in comunità provvisorie.Dichiarare e vivere la centralità del nostro “io” solo se coniugato e vissuto con esigenza e pratica comunitaria, inattuale e paradossale.Un “io “ sempre in bilico e nello smarrimento che non cerca neanche “un leggero centro di gravità permanente” ma neanche una “centralità dura ” pregalileiana e antimoderna che si incentra e si interroga sulla “cura di sé , degli altri e delle cose naturali ed artificiali” senza caricare la parola poetica di valori assoluti, identitari ed estetizzanti ma di “meravigliosa inattualità” e sottrae la parola politica all’agonismo retorico e all’atto puramente pratico che ci cotringe a “sguazzare nel brodo dell’epoca”anche semnza disgusto e rabbia.Noi siamo partiti sprovveduti ed esposti per questo viaggio non con la “furbizia-hibris” interessata e reazionaria di Ulisse e , anche senza l’accortezza diffidente ,dubbiosa e sospettosa di Arianna nel perdersi attenta nei labirinti mentali e sociali, abbiamo preso “ un filo e intorno a questo filo abbiamo messo le nostre cose, per proteggerle dall’incuria della solitudine o dai recinti del mestiere”.

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