dedicata agli amici della paesologia

In fuga dal mondo piccolo

Il mondo se n’è andato
con le sue monete
ma noi siamo ancora qui e restiamo
a sentire il vento tra i rami
la terra che sputa i serpenti
a primavera.
Siamo qui in un posto preciso
fuori dalla giostra mondiale
ancorati a un luogo, a un bacio
a un sorriso.
Siamo qui a fare una rivoluzione
mai fatta, piccola e silenziosa,
una carovana che porta con sé
pure il dolore
e lo spazio vuoto che scavano
ogni giorno intorno a noi:
non ci fermeranno
perché ormai siamo tanti a sentire
l’ardore del desiderio
e della poesia.
Che mondo piccolo le banche
i governi, gli ossari delle vecchie
istituzioni, i preti, i partiti,
i parlamenti.
Che mondo piccolo il guadagno,
la prudenza, l’astio, il disincanto:
non sanno più dove trovarci
perché non lo sappiamo pure noi,
e cantiamo, facciamo l’amore,
guardiamo le facce dei vecchi,
mangiamo assieme
e quando non ci vediamo
ci pensiamo molto,
non pensiamo alla decrescita,
non pensiamo a un’altra economia,
ci bastano cose antiche,
inattuali ma ben condivise,
ci bastano gli abbracci e il pane
le nostre lacrime, i nostri sorrisi.

franco arminio, bisaccia, 15 novembre 2012

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11 thoughts on “dedicata agli amici della paesologia

  1. salvaguardare
    il momento
    del pensare antico
    il momento
    in cui ci si osserva
    ascoltare
    qualcosa
    che non siamo
    a cui ci si lascia appartenere
    come si attraversasse
    un istante
    come ci attraversasse
    in un istante
    in quel momento
    la memoria
    di tutti quelli
    che prima di noi
    hanno saputo
    salvaguardare
    il momento
    del pensare antico

  2. Mi pare frettolosa, consolatoria, un po’ retorica;. Forse nasce da un sentimento fiacco che, come mi sembra in questo caso, non aiuta a creare buoni versi. Ma ci può stare, non tutte le ciambelle…..

    Magari, se al posto di quelle generalizzazioni… io la scriverei così :

    Il mondo se n’è andato
    con le sue monete
    ma io sono ancora qui e resto
    a sentire il vento tra i rami
    la terra che sputa i serpenti
    a primavera.
    Sono qui in un posto preciso
    fuori dalla giostra mondiale
    ancorato a un luogo, a un bacio
    a un sorriso.
    Sono qui a fare una rivoluzione
    mai fatta, piccola e silenziosa,
    in una carovana che porta con sé
    pure il dolore
    e lo spazio vuoto che scavano
    ogni giorno intorno a me:
    non mi fermeranno
    perché come tanti sento
    l’ardore del desiderio
    e della poesia.
    Che mondo piccolo le banche
    i governi, gli ossari delle vecchie
    istituzioni, i preti, i partiti,
    i parlamenti.
    Che mondo piccolo il guadagno,
    la prudenza, l’astio, il disincanto:
    non sanno più dove trovarmi
    perché non lo so neppure io,
    e canto, faccio l’amore,
    guardo le facce dei vecchi,
    mangio in compagnia
    Ma quando sto da solo
    penso molto,
    non penso alla decrescita,
    non penso a un’altra economia,
    mi bastano cose antiche,
    ben condivise e inattuali,
    mi bastano gli abbracci e il pane
    le mie lacrime, i miei sorrisi….

  3. Caro Salvatore,capisco e compatisco( in senso etimologico….condivido il ‘pathos’) il senso del tuo appunto “estetico” che non è solo “estetico”.Io distinguo il giusto e diversificato uso dell”io” o del “noi” nelle due intense e belle poesie di Franco…..una (rimanere) nata da esperienze sentimentali e familiari l’altra (dedicata….) nata da esigenze ed esperienze sentimentali comunitarie e provvisorie.Non sto improvvisando “nuove estetiche o nuove poetiche” di cui non riconosco legittimità ma faccio riferimento ad una mia personale esperienza degli scritti di Franco sia quando si esprimono nella soggettività dei sentimenti che quando si sentono attratti dal senso comunitario di esperienze che non si sono consolidate in sapere né poetico e meno che meno politico….a riprova di questo mio pensare …..ripubblico un mio vecchio scritto che trattava di questo mio punto di vista…….
    s
    scusate ma tecnicamente non sono capace di citare questo ulteriore e lungo scritto solo per chi neavesse voglia o tempo di leggerlo

    “Tragedia di un progetto utopico
    non realizzato
    che sembra morto
    senza essere mai nato”.
    M.C.Baroni

    Chi l’avrebbe mai detto o immaginato che in questi tempi di tristezza e deriva politica il pericolo più insidioso alla democrazia e alle piccole comunità potesse venire da un pensiero troppo innamorato di sé stesso e ancora una volta impaurito dalla poesia quando non si chiude in sé stessa ma osa puntare il dito verso di noi e investire sul “noi”.
    Qualche commentatore intelligente ha scritto che l’agonia della nostra società non va misurata a partire dall’esibizionismo banale,superficiale di tutto ciò che oggi si dice “cultura”, cioè di una crescita quantitativa di un “sublime” diffuso e massificato , nel fare arte, poesia, spettacolo..La comunicazione eccessiva ,trasversale ,politicamente corretta e caciarona vuole imprigliare il nostro “io” in un autismo privato deluso, empirico,infelice, solitario y final o in una rimozione o autismo corale di un territorio particolare e definito etnicamente e territorialmente, violentato e emarginato. Paradossalmente si sottolinea la denuncia di “nuove invasioni barbariche “ di tecnici-baroni universitari e/o oligarchi partitici e contemporaneamente la dichiarazione del crollo della poesia nell’epoca in cui la stessa poesia si fa edonistica indifferenza o eccessiva esposizione esibizionistica e ,peggio, si omologa ad un mondo istupidito e superficiale. Mai come oggi esiste un aumento demografico di poeti e di antologie. E’ una sorta di isteria nazionale che qualcuno ha chiamato ”autarchia creativa del sublime”o “ autonomia incondizionata delle emozioni” a cui viene dato o la libertà di sovraesporsi o di relegarsi in regime di innocenza o narcisismo territoriale, storico e politico come una specie in via di estinzione o che dia voce ad una malinconia collettiva o autismo corale che rimargina ( cioè esalta e falsifica) lo sbandamento di una comunità che non c’è più o che non ci mai stata se non nella mente unificante e totalitaria di Platone ,Rousseau o del peggior Marx (riletto in marxismo militante). Mai come oggi la poesia desidera essere “recitabile e leggibile”, ovvero divulgabile e quindi “ ludica” ma comunitaria . Volersi sottrarre alla pagina scritta o a cornici museali crea ulteriori disappunti e incomprensioni. Ma questa condizione non misura ed esprime più il neoconformismo contemporaneo (la vecchia accusa di Pasolini) e nello stesso tempo non fotografa o smaschera la presunta perfetta omologazione del fare poesia al riprodursi demente e autoreferenziale della società. Non basta contrapporre dialetticamente l’intima ed emarginata denuncia lirico-filosofica leopardiana alla politica ,disagiata e radicale invettiva pasoliniana di uno sviluppo senza progresso e di una modernità puttana , equivoca o illuministicamente sopravvalutata. Ma allora è legittimo generalizzare e dire che la poesia è morta(!?) se si avvia al “noi” non retorico o

    ideologico ed è giusto che le nostre comunità hanno emarginato o dissipato i suoi poeti, che continuano ingenui a perdersi in una selva oscura di anime perse in cerca dei chiari di bosco….dove nessuno sa più dove siano o continuano imperterriti a gridare la propria voce nei nuovi ‘deserti’ del conformismo o consumismo individuale nei templi urbani dei non-luoghi nella incomprensione e dissapore dei più?. Perché sarebbe morta ? Autoestinzione-consunzione o assassinio? Se fosse per estinzione, il “postmoderno” ( la causa di tutte le cause) nihilista,relativista e narcisista diventerebbe un motivo consolatorio. Ma noi sappiamo che è per assassinio anche se spesso preterintenzionale.Questo paese , i nostri paesi, , rimuovendo la poesia come forza spirituale e autentica del senso, perde la realtà del proprio “io” ,rinunciando alla possibilità e necessità di rieducare ,nel pensare e vivere il proprio paese e territorio, i propri occhi catarattati e il proprio “logos” indurito per riscoprire la “grande vita” di una esperienza paesologica che non nasce solo dal passato e che investe in un futuro possibile partendo dal sangue che circola nelle proprie vene per pompare sangue nuovo al proprio cuore, sottraendosi alla deriva tutta politica dei pensieri corti e tristi nella palude di un regime che si è fatto tumore antropologico incurabile e metastasi diffusa . La poesia va difesa ,letta e meditata perché mette in testa una paura vera,offensiva ,rigorosa , selvaggia, nuda, serissima. In certi momenti non basta solo preoccuparci con la denuncia delle sorti della nazione o dei nostri territori o paesi , bisogna provare terrore per reagire e riprendersi le redini dei nostri demoni interiori e dei tanti tristi , atterriti e silenziosi compagni di viaggio di questa esperienza comunitaria che ama la diversità della poesia come intuizione minacciata di sopravvivere e la voglia di rimanere voce feconda dei nostri territori abbandonati ad una sismicità rimossa, contenuta, controllata o peggio repressa senza considerare la “forza creatrice” che si nasconde nei nostri sottosuoli mentali e territoriali .E allora quando nei posti più perduti e sperduti ci capita di incontra un poeta che parla al vento o a uno stuolo di mosche….fermiamoci ad ascoltarlo e seguiamolo per curiosità e sentimento…… “e così, colui che distrattamente se ne partì un giorno dalle aule finisce per trovarsi per puro presentimento a percorrere di chiaro in chiaro i
    boschi dietro al maestro che mai si era dato vedere: L’unico, quegli che chiede di essere seguito per poi nascondersi dietro la chiarezza. E al perdersi egli in questa ricerca può capitargli di scoprire in una rientranza del terreno un luogo segreto che raccolga l’ amore ferito, ferito come in ogni volta in cui va a raccogliersi” M. Zambrano E in questi momenti…solo in questi momenti mandiamo a quel paese anche la filosofia e la politica o i piccoli dissapori che nascono “per abundantiam cordis”…..sapendo che che sono pazienti e generose e ci aspettano comunque.

    mauro orlando

  4. Caro Mauro, resto della mia opinione.

    Non è una questione di “sofferenza estetica”, è che questa poesia non mi piace.

    La percepisco frettolosa nella composizione, consolatoria rispetto al ben altro mordente di cui Franco è capace sugli stessi temi; retorica perché l’uso del noi suona ormai trito, inflazionato – nel clima di camuffamenti dei milioni di io corali autistici che imperversano ovunque sulla scena del pubblico, del sociale e del politico, i quali io – in nome del noi ( e talvolta anche nella più perfetta buonafede) – spesso suonano altre e nascoste canzoni.

    Potrei fare mille citazioni di motivi estetici sui limiti dell’uso del “noi” nella costruzione di un testo poetico, ma mi astengo.

    Adduco semplicemente la mia sensibilità di lettore innamorato della poesia, di cui Franco è un ottimo produttore,

    Ma questa poesia la sento bruttina, non mi pare riuscita.

    E’ fiacca, manca di ritmo, è sbilenca negli “a capo” che – come tali – non sono semplici “a capo”, bensì “metro” (cioè “misura”) di quel ritmo o respiro interno che un testo dovrebbe avere, ad equilibrare le potenzialità armoniche .delle sue componenti interne.

    Non mi pare che questa poesia abbia il “metro” giusto.

    Secondo me non lo ha proprio perché nasce con i difetti di cui sopra e perché é figlia di una insincerità, cioè, di quell’artificio del “noi” . ( In greco.”retoré” significa “artificio” nel significato primigeno dell’etimo)

    Infatti, anche nella “riscrittura ” da me proposta si sarebbe dovuto lavorare sul piano del “metro” – e dunque del lessico – Ma , per ovvi motivi, me ne sono astenuto.

    Tuttavia questa è solo la mia opinione, seppure motivata e non peregrina.

    Sono, invece, d’accordo con te sull’altra, (SUL RIMANERE), che mi pare bella, sincera, equilibrata, proprio perché è l’ “io” che parla, e parla in virtù di esperienze , che l ‘ “io nudo” ha vissuto senza filtri e che restituisce – sul piano della “scrittura poetica”- in maniera immediata, col metro e il ritmo che gli sono propri e che nascono da una sincerità e intensità date da cose vere e potenti. Per questo ha il suo giusto “metro” e la sua grazia, anche in quella chiusura così “asincrona” rispetto al corpo -e al ritmo- del testo, col giusto lessico.

    Insomma, bella e quasi perfetta..

    Anche qui, si tratta solo della mia opinione, seppure motivata e non peregrina.

    Stammi bene.

    Un saluto a Franco..

  5. In fuga dal mondo piccolo

    Il mondo se n’è andato con le sue monete, ma noi siamo ancora qui e restiamo
    a sentire il vento tra i rami, la terra che sputa i serpenti a primavera. Siamo qui in un posto preciso fuori dalla giostra mondiale ancorati a un luogo, a un bacio, a un sorriso. Siamo qui a fare una rivoluzione mai fatta, piccola e silenziosa, una carovana che porta con sé pure il dolore e lo spazio vuoto che scavano ogni giorno intorno a noi: non ci fermeranno perché ormai siamo tanti a sentire l’ardore del desiderio e della poesia. Che mondo piccolo le banche, i governi, gli ossari delle vecchie istituzioni, i preti, i partiti, i parlamenti. Che mondo piccolo il guadagno, la prudenza, l’astio, il disincanto: non sanno più dove trovarci perché non lo sappiamo pure noi, e cantiamo, facciamo l’amore, guardiamo le facce dei vecchi, mangiamo assieme e quando non ci vediamo ci pensiamo molto, non pensiamo alla decrescita, non pensiamo a un’altra economia, ci bastano cose antiche, inattuali ma ben condivise, ci bastano gli abbracci e il pane le nostre lacrime, i nostri sorrisi.

    • Se la si dovesse recitare nella forma ” a blocco” proposta da Urbano Flacco, alla maniera dei testi poetici di tanta beat generation, già ci sarebbe più spazio per l’interpretazione – con ampio gioco per pause, accelerazioni, rallentamenti, sottolineature : non va dimenticato che la poesia è soprattutto dizione, oralità.

      Tuttavia proprio questa forma mette in chiaro con più evidenza il limite intrinseco del testo che sta nella generalizzazione del “noi”, che lo informa del retrogusto “ideologico” – e dunque retorico.

      Perché ideologico?

      Perché attraverso l’artificio dell’io poetante camuffato in “noi” si tende a generalizzare le considerazioni, i sentimenti (i contenuti) del testo quali appartenenti a tutti gli “io” provvisori delle comunità paesologiche.

      Il che non è e non può essere.

      E’ palmare che chi “sta a sentire il vento tra i rami, la terra che sputa i serpenti a primavera”, insomma chi compie tutte le azioni e fa le considerazioni presenti nel testo non sono dei generici “noi” – che avrebbero diverse modalità intensità e qualità di esprimere un sentimento o di fare considerazioni, anche opposte rispetto a quelle evocate nel testo,pur partecipando con convinzione all’evento paesologico – ma è l’io poetante.

      Tutto questo mi pare “mistificante” (nel senso letterale dell’etimo); cioè si tende ad avvalorare l’idea che “quei” pensieri sentimenti azioni siano i pensieri sentimenti azioni-tipo degli “io” generici e provvisori di una ideale comunità paesologica, che invece è fatta di persone in carne ed ossa., capaci di produrre diversa “sentimentalità”,diverso “sentire”, diverso “percepire”, diverso “considerare”.Insomma si tende a “dare la linea” , a produrre ideologia, non ostante le buone intenzioni della prassi.

      Per la finalità dedicatoria/ideologica del testo stesso, allora meglio l’uso dell’ “io” al posto del noi. Si creano meno equivoci e – mi permetto di dire – il testo stesso ne acquista in efficacia e verità, come ho cercato di mostrare riscrivendolo, anche con piccoli ritocchi logico-semantici. A rendere “plastiche” le mie motivazioni.

      Detto “senza guadagno, senza prudenza, senza astio, senza disincanto”
      Sinceramente. In fondo perché si vuol fuggire da quel “mondo piccolo” che ci si porta dentro, “io poetanti ” o meno.

      Tutto qui.

      • non sono riuscito a terminare la lettura del testo di Mauro (Mercuzio) né tantomeno la riscrittura del testo firmato franco arminio (che infatti in questo caso non è l’armin dell’amore famigliare) di SalDan (non so se l’accento debba cadere sulla prima o sulla seconda a). non so perché. ho provato più volte, ma non riesco.

        voglio comunque dire che non è facile far sparire l’ecumenico di cui ci hanno intriso. ma se si aggiungono ii poetici, sparirà il noi del ”capoblog”. se aumenteranno i commenti poetici e le partecipazioni sotto qualsiasi forma, tutti gli ego saranno diluiti e non ci sarà più bisogno per nessuno di confermare e confermarsi comunità. lo sarà e basta. penso. scrivo. raramente dico.

        (ringrazio SalDan grazie per il riconoscimento personale delle iniziali in maiuscolo, ma le continuerei a tenere minuscole).

  6. Caro saldan,ho seguito con attenzione quello che hai espresso sul testo di Franco e ne condivido il senso. Vedo che sei proprio bravo e competente nell’analisi testuale. non è che posso approfittare di un tuo giudizio su qualche mio testo che potrei scrivere,se mi rispondi,su un tuo imput( che so..un tutitolo,una parola,un verso di chiusura o di apertura). Ti va? mi farebbe piacere mettermi alla prova ed avere un tuo meticoloso giudizio. Dai,fammi,questo regalo!!

  7. E’ dunque ad una pratica dell’attenzione, dello sforzo ermeneutico, o della meditazione, che il pensiero ha bisogno di ricorrere, per produrre la complessità e la difficolta del vivere.Nel mio caso nel dubbio e il sospetto per le dottrine autoritarie nella sotanza e semplici nell’argomentazione mi piace una filosofia che non rinneghi il proprio radicamento nel sentire ma che non rinuncia ad andare oltre. E, con tutta la forza anche poetica delle pagine di franco, gli scritti degli ultimi anni “comunitari” sono proprio questo: documenti e scritti di
    una pratica dell’attenzione, rivolta al patire del soggetto nelle proprie viscere e nella storia, per fondare una filosofia ‘medicinale’ che non separi o annienti, ma produca trasformazione e speranza.Non è questione di “maiuscola” ma solo di generosità,curiosità e rispetto per il proprio e altrui pensare al di là dello stile e del linguaggio che occasionalmente si usa…..è sempre la luna più importante del dito che la indica….

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