Cose invisibili e potenti illuminate dalla luna nei calanchi

di Francesco Ventura

 

I paesi sono «invisibili» perché sempre meno calpestati. Ma sono preziosi depositi, ricolmi di impronte abbandonate da innumerevoli, plurisecolari calpestii. Sta qui la loro ricchezza. Sprigionano una forza mnemonica dirompente, che li offre agli sguardi di chi vuole osservarli, riscoprirli, nutrirsene. Perciò hanno grandiosa potenza poetica.
Il diritto di proprietà è invisibile perché molto calpestato. Percorso come non mai. È tra i piedi e sotto i piedi ovunque e in ogni istante. Impronta la vita di ognuno, che lo voglia o no, che ne sia consapevole o meno, che lo abbia o no presente. È talmente sotto gli occhi di tutti da nascondersi alla vista. È insensibile e insieme potentissima fonte di ricchezza per chi ne ha titolo e di spietata povertà che può essere estrema per chi non lo ha. È energia irresistibile. Perciò ha pesante potenza prosaica.
I paesi sono concreti. Il diritto di proprietà è astratto. I paesi sono complessi. Il diritto di proprietà è semplice. Ma è il rapporto di potenza che tesse le società. E non c’è donna né uomo che possa vivere assolutamente fuori da una qualche forma comunitaria.
Perciò Proudhon diceva che è un furto. Che poteva dire di diverso un anarchico, positivo vagheggiatore di un ordine anarchico?
Si può aggiungere che è un’idiozia. Il diritto di proprietà è per essenza idiotes, privativo. Affermando il diritto di alcuni su di un luogo priva del medesimo gli altri. E non fa differenza se è uno o sono molti i titolari del diritto. Se è individuale o sociale, se è bene comune o di pochi. Se c’è un diritto, non potranno mai essere tutte le donne e tutti gli uomini ad averlo nello stesso tempo. Il diritto, dice Nietzsche, è la volontà di rendere eterno un rapporto di potenza momentaneo. Volontà impossibile da realizzare. E violenza, fa notare Severino, è volere l’impossibile.
Il paese unisce genti. L’unione di genti fa paese. Può anche accadere che le genti unite in paese abbiano in comune proprietà tutta la terra del proprio luogo. Ma perciò stesso ogni paese priva del medesimo diritto altre genti, altri paesi, altri viventi, colonie di animali e di piante. La potenza dei paesi è seconda alla potenza del diritto di proprietà, ne dipende.
La paesologia – s’è detto altrove – nega i paesi, si scontra con l’attuale paesanologia che vi dimora, residuo patetico della comunione disfatta, per riscattare i luoghi e invaderli di comunità provvisorie. I paesi della «bandiera bianca» sono il dominio del diritto di proprietà desolante. Un diritto che li abbandona, che li condanna all’estinzione e insieme non molla la presa per affannarsi spesso in mantenimenti e cure che paradossalmente volgono l’agonia in morte.
La desolazione ha un vantaggio, per chi lo sappia vedere e sfruttare. Riduce al minimo, se non a zero, il valore venale del diritto di proprietà dei beni paesani. Quel ricco deposito d’impronte del passato, dall’alto valore poetico per i percettivi, ha un valore monetario momentaneamente poverissimo per i mercanti.
Il momento è cruciale, delicatissimo, quanto mai rischioso. Il culto mondiale del patrimonio nella sua ancora illimitata espansione già lambisce la poetica ricchezza dei paesi, il fascino della loro vetustà. L’industria turistica di massa ha fame di tale materia prima e necessariamente di capitali da investire per trasformarla in prodotto finito, vendibile. Le banche saranno presto pronte a fare di questi investitori i propri debitori, ipotecando il futuro dei paesi.
Il diritto di proprietà desolante si trasformerà in diritto di proprietà speculante: compro la desolazione al prezzo bassissimo d’oggi per poi rivenderla ad altissimo ai cultori del patrimonio d’antichità. La ricchezza poetica declinerà in ricchezza venale. Il bene culturale in roba da vendere. Il calpestio antico e sonante della transumanza tramonterà nella mestizia del pesticcio rumoroso e invadente delle mandrie turistiche.
La paesologia che miri al «turismo della clemenza» ha bisogno urgente del diritto di proprietà clemente. Dovrà acquistarlo riscattandolo da quello desolante in acerrima, durissima concorrenza con quello speculante.
Paesologi di tutto il mondo unitevi. Sommate i vostri danari e investiteli finché siete in tempo e il prezzo è basso in “buone azioni”. Comprate diritti di proprietà nei paesi per esercitare in pieno, direttamente, senza ipoteche bancarie e condizionamenti politici, la clemenza paesologica. Solo così l’«ambasciata della luna» potrà forse trovar dimora nei calanchi, nel paesaggio, nei paesi e poeticizzare la prosaicità del diritto di proprietà e del suo mercato.
Occorre volgere in concretezza l’astrazione del danaro, disancorarlo dal valore venale e ancorarlo al valore paesistico, alla bellezza del luogo, dell’artigiano e del contadino, non più di un tempo, ma del nostro, capace di rinnovarne l’arte a partire dalla memoria di chi l’ha diligentemente coltivata prima, costruendo quei mirabili monumenti che sono i paesi accolti nell’amorevole grembo del paesaggio.
La poesia è delirio misurato se ha sufficiente lucidità d’azione. A meno di non desiderare una consapevole impotenza paesologica… Il ché potrebbe essere interessante… Se ne può parlare volendo nel prossimo parlamento alianese…

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