il padre, il figlio e i calanchi

di livio arminio

Sono arrivato ad Aliano non vedendo altro che buio e nebbia. Io e Fabio ci ricordiamo di Levi che percorreva la nostra stessa strada, forse su un carro, su un asino, a piedi. Cerco di immaginare quel travaglio, ma la visione nella mente viaggia su tappeti alianti, alieni, quelli della faccia nascosta della luna che noi non vediamo. La macchina viaggia sospesa nel vuoto e quando arriviamo al ponte all’entrata del paese sembriamo attraccare a Saturno, e i fichi d’India, avamposti nella foschia, ci ricordano che siamo a Sud dell’ universo.
Nell’auditorium vicino al teatro all’aperto ci sono gli abitanti di questa giornata che si è subito piegata al buio.
Noi siamo appena arrivati: in due ore e mezza sembra di aver attraversato un continente
I ragazzi disegnano sul palchetto, un bambino biondo è immerso nel suo foglio, molti sono qui, molti devono ancora arrivare.
La riunione ha inizio, dopo un po’ prende la via del raziocinio, poi parole come “progetti”,“fondi”,“cifre”,“pianificazione” mi confondono, mi ricordano il pianeta Terra.
Dopo una serie di ripetizioni e composte critiche prende la parola un uomo elegante che era lì seduto e fino a quel momento era sembrato estraneo.
Le sue frasi si elevano dal punto in cui gli altri avevano riposto la discussione, ma quel punto viene presto dimenticato e lui inizia a disegnarci rette, tangenti, cupole, torrenti. Non sembra poter finire anche se ad un tratto si blocca ed ognuno di noi, con il culo sulle sedie verdi e l’aria accigliata,ognuno di noi è una leggenda che Antonio Infantino ci ha raccontato. Lui è un architetto e ho capito come si può costruire il mito, come lo si svela. Il mito è nel nostro sangue.
Nel ristorante al tavolo a fianco al nostro lui continua a riversare parole senza fermarsi un attimo. Un’altra persona assai forte ci siede accanto, è un filosofo di 34 anni che fa l’ imprenditore .La bellezza è l’argomento della nostra disputa.
Ogni tanto penso ai calanchi che si nascondono nella notte, non ci sono mai stato ma forse ne sento la voce, forse sono questi uomini-valanga che mi sussurrano parole d’ argilla.
La serata adesso è in mano ad Antonio, le orecchie sono cantieri dove lui edificherà la sua città. Dal ristorante all’Auditorium il paese è visibile nel suo scheletro marcio, si vedono i veli bianchi di un fantasma che avvolge il suolo dove camminiamo.
Dalla ringhiera il mio cuore viene infilzato da un enorme dente di squalo, formazione di sabbia che esce dalla bocca del precipizio.
Dopo la visione di “Magia Lucana” di Luigi Di Gianni, Antonio è un po’ infastidito dal fatto che il regista abbia presentato la magia come una forma di assoluta arretratezza.
Ci fa notare che quelle facce così tese sono un’altra finzione da cinepresa.
Infantino inizia ad aprirci porte su altri mondi con un’incessante reazione chimica di parole, che sbattono come in un flipper.
Dopo un lunga introduzione o forse una necessaria iniziazione, incomincia a suonare.
Continue note basse infondono nello spazio l’armonia e lui come una cornamusa o una zampogna ricama poche note acute nell’aria.
Questo è un grande concerto senza amplificazione.
Ora penso alle performance dei Rolling Stones e dei Metallica ed è tutto così ridicolo di fronte al fatto che la musica è un prodotto della mano, un attrito di corpi. Ora sento la radice di terra e di carne da dove vibrano le note. Antonio vuole trascendere con il suo strumento come gli architetti che miravano a toccare il cielo con la pietra.
Poche geniali sillabe, vocali e consonanti si levano in un soffio che non merita una fine.
L’ultimo pezzo è Riso e Fagioli, il racconto della sua vita da emigrante in Brasile. In un piatto di cereali e legumi c’è il paradigma dell’italiano in Sud America.
Dopo di lui i ragazzi di Gorgoglione prendono a suonare l’organetto, gli studenti iniziano a ballare. La musica di Antonio teneva incollati alle sedie, come un’orchestra sinfonica nel teatro.
Il giorno dopo per arrivare a Tricarico facciamo cento chilometri vedendo tre o quattro paesi. Da un satellite all’altro in questa galassia di desolazione, passano anni luce.
Il mondo appare lontano, ma, arrivati al paese, si presenta in forma di automobili e case chiuse.
Le auto girano in piazza intorno alla statua. Andiamo a fare visita al Centro di Documentazione di Rocco Scotellaro.
Antonio canta e ci racconta lo scrittore, lo racconta a dei ragazzi di Firenze che forse non l’avevano mai sentito nominare prima. La sua è una storia così generosa da voler rimanere silenziosa, Antonio non ci dice molto.
Mi commuovo quando la responsabile della Biblioteca con parole oneste ci dice che la civiltà dell’ industrializzazione e delle metropoli non è più la prospettiva da seguire. Il legame con il luogo di Scotellaro è stato notato pure ad Oxford, forse anche lì si sono accorti che qualcosa deve cambiare.
Nella mia testa la fine della civiltà occidentale mi sembra la vittoria degli uomini sugli orchi, un’emozione epica e tolkieniana mi riveste la pelle.
Una volta fuori, la foschia si è alzata, le mura respirano, si inizia a vedere la forma del paese.
Io e Fabio ci fermiamo a guardare il mondo all’uscita che non è più lo stesso di quello che avevamo lasciato all’entrata.
Andiamo a trovare il padre di Antonio Infantino. Ci intrufoliamo nella sua casa fuori dal paese. Sta preparando il sugo e il fumo della focagna riempie tutta la stanza. I suoi 99 anni sembrano non influenzare il suo aspetto. Ci parla in piedi davanti a un tavolo pieno di riviste provenienti da mezza Europa.
Vive da solo, il nipote ogni tanto gli porta qualcosa. Recita Baudelaire e Verlaine. Ci racconta la sua vita, una monumentale opera scritta da una sola persona.
Sulla via del ritorno ci fermiamo a Vaglio, aggrappato a una montagna e affacciato su Potenza.
Il capoluogo ogni tanto si porta via gli abitanti dal paese.
Viaggiare qui è percorrere lo spazio tra una stella e l’ altra, in un buio profondo.
Potenza sembra un miraggio, in Lucania non concepisco la nozione di città.
Quando stiamo per ritornare in macchina salutiamo un’anziana alla finestra. Ci sorride e inizia a muovere la mano senza sosta e penso che non si sia più fermata, così come Antonio che sta ancora issando il suo grido sulle note e suo padre che, sulla cyclette, recita poesie in un francese perfetto.

p.s.

foto f. arminio

 

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5 thoughts on “il padre, il figlio e i calanchi

  1. Complimenti a Livio, bravo.

    metto qui delle frasi raccolte in quest’ultimo viaggio…nella confortante nebbia lucana.

    Dove dormire, è l’ultimo dei pensieri.

    Chiaramente non caco mai in queste occasioni.

    La liberta è capra.

    Quando ero ignorante, credevo come gli altri.

    Le carni bianche assolutamente no.

    Mangiare di domenica non è facile.

    Sono stato fedele fino a quando non l’ho tradita.

  2. bravo livio a., che anche nella scrittura mostra quel talento già accerrtato nella musica… naturalmente col tempo troverà una sua strada, più discosta da quella del padre biologico e intellettuale…

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