La forma tranquilla del veleno

Non aspettare il terribile che ti aspetta. Pensa che hanno già spezzato una gamba a una formica, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso, davanti a te c’è una scena del mondo, una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che ha smesso di piovere.
Comincio ad andarmene, ho deciso, c’è un bosco nella mia mano, un filo di luce, può essere maggio, qui fanno chiasso, aspettami maggio in un paese lucano dove non c’è nessuno, sopra una panchina, prendere il sole, guardare il cane che arriva, il vecchio che passa, invecchiare in quel silenzio. Portatevi il mondo con voi, sempre dietro, io voglio lasciarlo, voglio andare dove non suona la sveglia, dove la ruggine è golosa pure dei sassi, guardo le porte chiuse, mi inginocchio davanti al dio delle porte chiuse, un dio che non prega nessuno.
Sono nato nella bocca di un lupo, un lupo sperduto in un’altura senza boschi, era febbraio del sessanta, c’erano nel paese una decina di macchine e un migliaio di muli, le rondini muovevano il cielo, i porci tenevano ferma la terra, camminavano i giorni verso il futuro. Poi tutto si è fermato, siamo entrati nel mondo, i vecchi sulle panchine hanno preso la via del cimitero, il cimitero ha preso la via delle case. È andata così, più o meno, il tempo alla lunga si rivela la forma tranquilla del veleno.

Stamattina ho avuto due visite, il dolore è venuto a ricordami che la mia carne è sua. L’altra visita non la so raccontare. Se veramente siamo ancora al mondo, se sono nostre queste facce, se sono vere queste macchine e questi marciapiedi, proviamo a fare qualcosa, a tirare un filo che butti giù questa pila di barattoli. C’è qualcosa che deve cadere, come non sentirlo.

Pare che ognuno vuole essere amato da solo. Essere amati assieme agli altri non piace a nessuno. Ma allora ci vuole un altro verbo. Non so dire chi amo, so che ci sono apparizioni, un gatto, un bacio, un sorriso, un muro, una nuvola, la testa sul cuscino, la spina che adesso ho dentro il sangue.

franco arminio

Stamattina ho il volume abbassato. Non c’è chiasso nella mia vita. Se allungo le mani sui fianchi tante cose mi cadono dalle dita.

Non dico di sentire il profumo dei monti, il fiato delle colline, la calma delle pianure, dico che almeno coltivassero il sospetto che non è tutto nostro, che il mondo è acceso per tutti e non per chi crede di avere l’interruttore tra le mani. Insomma, penso a una politica in cui l’ecologia non sia un argomento tra gli altri, ma la base di tutto, i piedi e la testa, il cuore di ogni indugio, di ogni azione.

Quando non c’era la rete il sud era al sud e il nord era a nord. C’era spazio per lo spazio e tempo per il tempo. Adesso con la rete siamo entrati in un luogo in cui ogni cosa è un luogo, il mio umore di un’ora fa era un luogo, e il mio umore di adesso è un luogo, ed è un luogo quello che è successo voi leggendo quello che ho scritto ed è un luogo quello che è successo a un altro mentre gli avete scritto. Siamo dentro un alveare di relazioni fittissime ed evanescenti, fili che si spezzano, fili che si aprono continuamente. Il capitalismo in un mondo del genere non ha futuro, forse poteva averlo il comunismo ma è morto prima che arrivasse il suo tempo.

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4 thoughts on “La forma tranquilla del veleno

  1. quando le parole,le percezioni, i sentimenti e le idee diventano sangue e carne per alimentare le nostre passioni civili e politiche per un futuro prossimo senza la necessità di commenti e interpretazioni ……il meglio di franco….grazie

  2. la poesia
    non sta ai margini
    la poesia
    disconosce un centro
    la poesia
    è il web primordiale

    atavico
    apolide
    e domiciliare

    momentanea sostanza
    il suo comunicare
    eterno
    il senso
    dell’appartenenza

  3. quoto il commento di mauro anche se (ovviamente) non si tratta solo di alimentare “passioni civile e politiche”. grande franco, grandissimo franco … grazie

  4. ancora il meglio di Franco che,a mio parere si evidenzia quando si abbandona ed abbandona il topos della “rivoluzione”. La sua prosa mi incanta….” il fiato delle colline”(che bello!!!) Quesi luoghi che si aprono,si prendono,si confondono nell’unione. Queste emozioni che dilagano nel Web..
    In questo momento,io al computer,nel silenzio lontano dal frastuono,dalle luci di Natale,allento le mie spine,faccio mie quelle degli altri…Mi sento in “comuinione”

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