Dal terremoto alle fabbriche ai bambini. Un’operazione di salvezza.

di Angelo Cariello

 

Nulla mi è mai appartenuto meno della mia terra. Nulla mi tiene e mi appartiene, ora, più di questa stessa terra. M’affaccio ormai sui trent’anni ed il gioco della soggettività – la mia –, l’illusione di una storia personale, di un destino particolare, esclusivo, unico, s’assottiglia ad ogni respiro. Ogni respiro è un passo verso il nullificante tutto biologico, ogni sospiro artiglia la presa di coscienza dell’irrilevante trasparenza dei colori del mio spirito, che a me parevano, in un tempo che è già remoto, densi, forti, brillanti. Sono uomo tra gli uomini, un uomo negli uomini. Eppure galleggia, sulla superficie dell’agnostica impalpabilità in cui fluttua la vita del mio corpo, un abbozzo filiforme di cui pure non posso ignorare il potenziale narrativo che lo sostanzia. Tra l’estraneità e l’appartenenza, tre gradi mi raccontano, tre momenti – in un hegeliano spicciolo – nel mio spirito, tre domande terra terra nelle viscere. Perché restare in questa terra se essa non m’appartiene? Sono partito quand’era comodo farlo, l’università era un treno merci colmo di giustificanti occasioni da prendere al volo. Mi ha condotto in città, lì dove le cose accadono, dove tutto è diverso, semplice e complesso, distante e a portata di mano. La lontananza è stata un corposo slittamento cognitivo e semantico verso l’alterità che non ha né vuole confini: perché mai dovrei appartenere ad una ed una sola terra? Il ritorno, orpellato da una antifunzionale laurea in filosofia, è la sensitività tutta nuova dei miei occhi fissi sull’interrogativo che è sintesi ad un tempo sincretica e casta di tutto ciò che l’ha preparata e preceduta: come fa questa terra a non appartenermi se è a tutta la terra che appartengo?
Una valle, uno spiegazzato fazzoletto di storia steso tra i monti Alburni, quel che resta di un leggendario fiume – il Sele – a scavare, assieme al suo affluente – il Tanagro –, il solco tra i venti e i dialetti di una dozzina di comunità. È questa, adesso, la mia terra, la terra che ho scoperto bella quanto qualsiasi altra terra. C’è voluto il rischio di perderla una volta per tutte perché potessi ritrovarmi tra le mani la sua fragile bellezza. È il più classico dei paradigmi dell’amore: nel preciso istante in cui si sta per perdere qualcosa, di cui poco o niente ci si curava, ecco che l’acqua si fa vino, la morte si fa vita, l’accidiosa trascuratezza sangue pompato a mille da un cuore ormai perdutamente innamorato, di quell’amore che polverizza ogni distanza tra l’inizio e la fine. La fine della mia valle ha le nefande fattezze di un inceneritore, tirato su in un assordante silenzio ad uno sputo dal fiume. L’inizio è il miracoloso risveglio di questa stessa valle, che di certo non vuole ammalarsi e morire di “munnezza”, e allora scalcia, sgomita e tira fuori le unghie per afferrare la vita e riaffermare il più elementare diritto alla sopravvivenza. Chiudere gli occhi, serenamente, chiuderli e morire solo e soltanto quando il ciclo naturale delle cose sancisce che è il tempo di lasciare questo mondo: guai a dare per scontata, a questo mondo, una grazia simile. La mia terra l’ha imparato sulla propria pelle, la mia gente l’ha capito appena in tempo, il mio mondo ora lo sa. Sa che il cielo terso, l’aria linda, l’acqua cristallina, il verde immacolato sono un bottino di guerra e non una rendita fissa, sa che respirare, bere, mangiare sono una conquista quotidiana e non un’assodata prerogativa, sa che la vita non è un’ovvia elargizione ma una refurtiva recuperata alla falange della morte, la luciferina squadraccia che semina veleno e raccoglie distruzione, il malefico esercito che assolda fabbriche e fabbricatori, amministranti e amministratori, profitti e profittatori. Unirci e allearci per fronteggiare il male era il minimo che noi, abitanti di questa valle, potessimo fare. Affratellarci e riconoscerci simili nello spirito è il massimo a cui noi, figli di questa terra, potevamo aspirare. Via gli sterili campanilismi, al bando gli esasperanti localismi, al diavolo le risibili faide di provincia: da sciatti e distratti co-abitanti, siamo diventati un popolo. Un popolo cosciente e determinato. Cosciente della propria storia e determinato ad impugnare la penna della coscienza per riscriverla, correggere il suo corso, raddrizzare le tante, troppe storture. Riscrivere la storia, ridisegnare il nostro raccontarci dal basso tanto quanto l’altrui raccontarci dall’alto. A partire dal quando e dal dove questa storia si è incrinata, squarciata, abbrutita, inquinata. 23 novembre 1980. Ore 19 e 45. Un rombo, uno strappo. Non dal cielo ma dalla terra, un tuono cupo e capovolto travolge e stravolge il racconto di ogni singolo cristiano. Il violento moto della terra è uno spartiacque universale. Il diluvio di potenza tellurica s’abbatte sulle case di pietra per sradicare dalla terra il corso del destino di chi quelle case le abitava. Niente sarà più come prima. La pioggia di soldi della ricostruzione annacqua le radici. La colata di cemento armato della rifondazione sbiadisce le tradizioni. Dal primario al secondario, scatto di settore economico nella produzione, sembrava un avanzamento, è il progresso, per tale lo spacciava chi comandava e guidava la grande abbuffata di incentivi e risarcimenti. Dal quando al dove, dal minuto e mezzo di terrore dell’ottanta, al successivo sedizioso innesco della bolla industriale, l’artificioso innesto delle aree industriali, spettrali poli produttivi che vennero ad arredare ogni centro urbano, snaturandone prerogative e periferie. Spianate chilometriche, stese a mo’ di tappeto rosso sotto i piedi di chi fiutava l’affare, intascava i finanziamenti per aprire e, in un lampo, immediatamente chiudere baracca, lasciando i burattini a piangere sui fili spezzati ed il cemento versato. Se avessero spartito tra noi poveri cristi terremotati quella massa immane di soldi pubblici (e quindi, paradossalmente, già nostri), se ci avessero assegnato direttamente, un tot a testa, i miliardi e miliardi di lire stanziati per procurarci un’occupazione nelle fabbriche e restituirci la dignità, ebbene, con ogni probabilità, da queste parti il problema del lavoro non avrebbe avuto modo di esistere, avremmo potuto vivere di rendita, passare le giornate a leggere Platone e trascorrere le notti a cercare la legge morale nel cielo stellato. Ma non è questa la nostra storia: la storia che abbiamo ereditato ci disegna squattrinati, spiantati, emarginati, disorientati dalla lugubre costellazione di capannoni dismessi e fabbriche diroccate, costretti a perpetuare lo stereotipo del terrone che emigra per il pane, prima ancora che per la dignità. È una storia vecchia, è la millenaria narrazione etnocentrica, è il sempiterno racconto del potere. Un rospo indigesto che non va più giù a chi ha scelto di rinunciare finanche al pane pur di far attecchire qui, tra le proprie radici, il seme della dignità. L’amore che plasma l’azzurro e partorisce i principi è il mezzo migliore per propagandare la consapevolezza tutta nuova della propria forza e diffondere la repulsione verso ogni sedimentata, arcaica, storica sottomissione. Chi, se non i bambini, detiene il potere del cambiamento? Dove, se non nella loro caleidoscopica armatura di variopinte idee, rintracciare l’illibata genialità per la più radicale ed assoluta operazione di ripensamento del gioco – finora a perdere – delle forze? Estirpare l’erbacce della sconfitta, divellere la marcescente sterpaglia dell’incessante disfatta meridionale, scovare i rovi del servilismo covato nell’anima di questa terra, piantare in ogni pozza di degrado un progetto di speranza. I bambini sanno come fare. È un loro segreto. È la loro arte, l’arte della rivolta. Simbolica, semantica, spirituale, materiale. D’altro canto, cos’è il grigio, se non il fondo migliore su cui stendere un verde energico e brillante? Che senso ha una ciminiera se non diventa una scala per dare una mano d’azzurro al cielo? E a cosa serve una fabbrica, se non per produrre i colori? Ora che questa terra m’appartiene e mi tiene, ora che tengo ed appartengo ad essa, ora che questa terra è mia quanto tutta la terra intera, ora che posso e devo disporre di essa come meglio credo, è alla divina onniscienza dei bambini che voglio affidare il bisturi della mia, nostra, loro salvezza.

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One thought on “Dal terremoto alle fabbriche ai bambini. Un’operazione di salvezza.

  1. ad Angelo Cariello buon lavoro e in bocca al lupo per la sua scelta e l’impegno, che si spera condivisi da sempre più giovani. cominciamo a cambiare il mondo dai microcosmi delle nostre radici. tante gocce fanno il mare.

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