venti turchi

di ilaria seclì

 

Ci sono venti contrari ai lini in volo che albeggiano su joniche azzurrità. Portano leggende che ingrossano letti di fantasmi e mietono amanti e morti nei pomeriggi tra fine estate e inverno quando più insolente è il cielo e lo scirocco insidia.
E sopravvivere è arte di pagliacci o stregoni, se a levante voci di Babilonia e Costantinopoli arrivano da venti umettati di mandorle, fichi, caramello e cinnamomo.

E lenzuola di salsa rossa hanno deposto il calice e tutto muore ben prima che negli inverni freddi ad altre latitudini, e tramonti veloci incastrano creature dentro i cancelli dei cimiteri.
È tempo di stringersela l’anima sotto feltri doppi e gran scialli come al petto chiavi e monete.
Sebbene non faccia freddo i venti compiono razzie da far impallidire i peggiori tiranni. Ben s’intendono infatti coi pascià turchi di cui ancora si sibilano fatti a voce sommessa e guardinga.

In quei mesi, il vero è fluido impasto di caotiche lingue che s’adatta ad ogni forma chiusa come acqua che trovi all’occorrenza letto e tetto. È sostanza di mare e vento. Ad altro non puoi far affidamento.
Le case sono abitate da presenze inquiete mal identificate. Devi conviverci. Fuori è uguale, non hai scampo.
Se la vicina per due volte ti vede senza sorriso, ti chiama, ti fa sedere, mette in un piatto l’uovo, ci spolvera un po’ di sale e ti dice di stare lontano da chi ti porta invidia. Dai domenicani non va meglio, se confidi al padre dall’orientale barba un tuo tormento, non esita a dirti che sei presa di mira da pericolose entità e ti congeda con sufficienti segni della croce, antidoto al nemico.

La porta del paese nei mesi che vi dico ha tanti cerchi di grigi vecchi attorno, ingoiati da una luce di vischio lattescente, e quando quella luce l’accompagna il vento è tutto  un venerdì santo, un’eterna via crucis, un lamento che sgozza ad altezza d’orecchio.
I sospiri, gli sguardi, le parole devono filtrare la solenne perturbante autorità, pregna di tutto fuorchè di sola aria.

Le nonne tra questi fatti segnano una tregua. Ne hanno viste di ancora più terribili, teste di cavallo negli armadi, cani parlanti, bianchi vecchi su strade nere spariti in un colpo di palpebra.

Le loro nenie pomeridiane biascicate in coro e rimbalzanti bocca a bocca in danze allucinate portano mitezza e calma. Auspicano -ora pro nobis- un passaggio veloce e indolore dei mesi terribili, dall’addio alla vendemmia al carnevale. Mesi colonie di spiriti ghignanti e beffardi che nessuna autorità è mai riuscita a tenere a bada né a scacciare.

Questo il nostro mondo fino a ieri.

Ora supermercati, super ruspe, super voragini aperte nel cuore della macchia mediterranea, super strade. Divelti alberi, panchine, radici profondissime, solenne corredo di ville, dimore regali di gnomi e vari abitanti di pini, ulivi e querce secolari.

Ora sapete che da qui a lì, da questo all’altro punto cardinale, è tutto uguale.
Dal girotondo al mercimondo.

Ogni tanto passa ancora un ambulante la cui voce ricorda quel vento spaventoso.
Tutti ridono e gli fanno il verso, compresi i vecchi nella piazza.                                        Solo qualche bimbo e i matti, tra sonno e veglia, sentono strozzati lamenti, pianti finali, e avvertimenti di guerre incombenti, orfane di vento ma terribilissime.

 

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2 thoughts on “venti turchi

  1. Ilaria Seclì,
    ora serve trovare un equilibrio tra il prima atavico, crudele, familistico, rassegnato, omofobico, maschilista, rassegnato, servile verso i potenti e l’oggi asservito ad una modernità di seconda mano, semplice, arrivista, menefreghista.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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