DIVAGAZIONI SULL’ANNO NUOVO

franco arminio dal manifesto del 30-12-2012

Sono moltissimi anni che nel mondo non arriva un anno nuovo. Almeno nel mondo che conosciamo meglio e chiamiamo occidente. Per i morti non c’è anno nuovo e forse non c’è neppure per il nostro occidente. Quella che chiamano crisi non è altro che una gigantesca opera di rimozione: il mondo è simbolicamente morto, ma per non dircelo pensiamo che ha bisogno di crescere. L’anno nuovo sarebbe tale se fossimo in grado di fare un felice funerale al nostro mondo. C’è bisogno di una cerimonia ben più solenne del rituale scambio di auguri. Più che di un veglione, è necessaria una lunga veglia collettiva intorno all’agonia ciarliera del nostro occidente. Un modo per raccontarci miserie e prodigi prima di inumarlo e cominciare a vivere senza di esso. Non sarà facile. Non c’è un altrove che sia già pronto. Manca il sentimento della cosa ulteriore o del futuro, ma è una mancanza apparente, il futuro arriva, arriva sempre. Per ora disponiamo del giorno dopo. E il giorno dopo è quasi sempre una macchina di demolizione di quello che si è costruito il giorno prima.

Io non trovo niente di macabro e di funebre in questa situazione. Anzi, credo che riconoscere la fine del nostro mondo sia una possibile letizia. Ci rende meno prigionieri per cominciare. Non abbiamo una cornice. Siamo su questa crosta fredda riscaldata dal sole. Siamo qui senza missioni. Quello che sappiamo non ha più valore di quello che non sappiamo. Quello che ci diciamo non ha più valore di quello che non ci diciamo. Ci siamo e basta. Il sacro di cui abbiamo bisogno è questo disporsi a una vita qualsiasi, in un luogo qualsiasi, in un tempo qualsiasi. Nessun titanismo, ma la dolce ossessione di farci compagnia e di essere soli, di oscillare, di perderci e ritrovarci.

Un anno nuovo è possibile solo se ci muniamo di una nuova filosofia e di una nuova teologia. Non è il nuovo governo la nostra salvezza, non è l’Europa delle banche, non è il circuito lavoro, stipendio, spesa.

Dobbiamo seppellire la nostra presunzione di specie e aprire una stagione in cui prendiamo atto che c’è la peste. Questa peste possiamo chiamarla autismo corale. Non uccide, corrode i legami anche quando li alimenta. La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo niente da dirci, che non crediamo più agli altri e neppure a noi stessi.

In un contesto del genere è veramente penoso vedere come la politica continua a restringere il proprio raggio d’azione spirituale. È un esercizio tecnico in cui il cinismo e la mediocrità vengono scambiati per atti eroici. Nell’anno nuovo non è indispensabile  Monti e neppure tutta la compagnia che si sta schierando con lui e anche alla sua destra e alla sua più prossima sinistra. Abbiamo bisogno molto di più di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato, a una qualunque macchina che passa per strada.

Un anno nuovo sarebbe veramente tale se portasse la politica alla poesia e non la poesia alla politica. Invece avremo un po’ di fotoshop elettorale, con annesse penose trasmissioni televisive in cui si dice tutto tranne l’essenziale.

Io spero che l’anno nuovo veda la nascita di una sinistra radicalmente ecologista, una sinistra limpida che lavora per una democrazia profonda. Altro che elezioni. Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza,  può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un’idea di scuola e un’idea di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. Le elezioni per il parlamento sono solo un piccolo dettaglio tra gli altri. La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo.

Il mio sogno è che il prossimo anno sia l’alba di un altro comunismo che consideri la democrazia locale il punto di partenza di ogni azione. Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Più che un agonismo su un’equità solo declamata, abbiamo bisogno di regole semplici, di accordi morali. Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio.

Un anno nuovo è veramente tale se mettiamo a fuoco un nuovo modo di sentire e percepire. Assistiamo a una grande confusione non solo nel campo della politica, ma anche nell’universo sentimentale. Le donne uccise sono solo la punta di un malessere molto profondo che avvolge il nostro dare e avere nei rapporti con gli altri. Bisogna ristabilire un equilibrio nella dialettica tra egoismo e altruismo, tra cura di sé e cura dell’altro. Non si può usare il sesso come un ansiolitico. Non possiamo continuare a prenderci e lasciarci convulsamente in una sorta di mercato dei sentimenti in cui gli stracci e le stoffe preziose stanno alla rinfusa. Dobbiamo imparare a stare da soli e a farci compagnia.

Le nostre nevrosi troppo spesso sono l’unica maniera con cui riusciamo a raggiungere e a essere raggiunti dagli altri. Appena proviamo a farci del bene cadiamo nella noia. Solo il terribile pare in grado di svegliare la nostra agitata sonnolenza.

L’anno prossimo dovremmo cominciarlo con piccoli esercizi di ammirazione, con piccoli esercizi di riabilitazione alla gioia. Istituire una sorta di capodanno tra un giorno e l’altro, tra un’ora e l’altra. Dobbiamo scendere molto in fondo a noi stessi e rimanere ben saldi in superficie assieme agli altri. Senza tenere insieme questi due movimenti non c’è intensità, non c’è bellezza. C’è solo una confusione inerte.

 

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8 thoughts on “DIVAGAZIONI SULL’ANNO NUOVO

  1. “Solo il terribile pare in grado di svegliare la nostra agitata sonnolenza.”
    E’ questo che mi fa pensare che il fondo sia ancora parecchio di là da potersi toccare.
    Tuttavia, come dici tu, la “fine di un mondo” prospetta sempre una “letizia”.
    E’ per questa silenziosa letizia della rarefazione che ti sono grato.
    E per aver creato una prospettiva naturalmente avvolgente.
    Dal fondo più lontano di sè all’ultimo punto d’ambiente, seminato all’orizzonte.

    A

  2. sarà che non riesco più a scordare
    che il tutto è poco più di un’illusione
    concreta che potrà continuare
    anche dopo la propria percezione

    sarà che sono qui ad attraversare
    il sapore di questa dimensione
    reale che sarà da percepire
    da ogni prossima generazione

    lo so che questo scrivere è ridire
    ciò che sanno miliardi di persone
    di quelle già vissute o in divenire

    non per questo inutile funzione
    testimonianza del partecipare
    l’eterea ben solida emozione

  3. “…….L’anno prossimo dovremmo cominciarlo con piccoli esercizi di ammirazione, con piccoli esercizi di riabilitazione alla gioia. Istituire una sorta di capodanno tra un giorno e l’altro, tra un’ora e l’altra…..”
    La maturità può essere :la perdita di una incertezza, di un’illusione, di uno slancio,di un vagabbondaggio, di un dubbio :è insieme una conquista e una rinuncia : mentre lo sguardo apprende a vedere,l’intelligenza a cogliere il nucleo delle cose, il cuore a sopportare le cose tollerabili e intollerabili.
    …….piccole parole per il nuovo anno : grazia,letizia,attenzione,democrazia locale,sentire.percepire,cura, ammirazione,riabilitazione alla gioia, alla bellezza,alla poesia, alla musica,……..prodigio……solitudine, compagnia……

  4. “Come posso io vivere in un mondo nel quale sono nato, il mondo in cui sperimento sempre più di essere come racchiuso in una specie di prigione? Come posso essere onesto con tutti quelli che stanno davanti a me? Come posso mantenere uno spazio aperto quando mi trovo in faccia e sotto lo sguardo dell’altro mentre l’altro si scopre di fronte a me e nel mio sguardo?” (Ivan Illich)

  5. “Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono.” (Ivan Illich) …..io aggiungo anche: “la gratitudine comunitaria”….del vivere a fianco ad angeli caduti….. cia nanos

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