Tra il sacro e il cordolo

Vedere un luogo guardando qualcos’altro. La piazza è vuota. Salgo con gli occhi verso le case bianche e grigie che stanno verso il cimitero. Indugio, appare nella mente la Romagna che non avevo visto nei giorni in cui c’ero stato dentro. Apparizione non per somiglianza ma per differenza.
Cesena, esterno giorno, mattina. La mia amica Mariangela Gualtieri viene a prendermi. Gesto gentile, forse necessario. Seguo la sua macchina con la mia. Mi pare di essere dentro un labirinto. Rotonde, marciapiedi, divieti, piste ciclabili, segnali di un capillare lavoro sulla confezione dell’esistenza. Tutto un fiorire di cordoli, una città segnata, perimetrata dagli architetti (eletti anche a ruolo di sindaco, ovviamente). Senso di fastidio nel vedere che tutto è accudito da una mano pubblica che fa di tutto per segnalare la sua presenza. Qui non ci si affida al potere dell’indecisione o semplicemente del tempo che passa. In ogni cosa si deve vedere il segno della delibera comunale, una capillare ortopedia riformista.
Umbria, Perugia. Incontro organizzato da Rifondazione comunista. Un ragionare fitto e intenso. Sala piena, ma per soli uomini, una sola donna presente. Penso che coi ragionamenti non si va più da nessuna parte. Asfissia delle parole, delle opinioni, bisogno di emozioni, di slanci. Bisogno di corpi.
Ancora Umbria. Perugia, mattina. Giovani con l’aureola in testa: non ci sono santi in giro, ma laureati.
Assisi. Anche qui rotonde, la cura, il lavoro dei pettinatori. Vicino alla Basilica non vedo il Santo. I negozi senza turisti rivelano lo squallore delle merci esposte. Gli affreschi li vedo a testa bassa, solo per dire che sono entrato in chiesa, per controllare che ci sono ancora.
Spello. Panino con porchetta e salita verso il centro. Ora di pranzo. Paese senza squarci, se di bellezza di tratta è una bellezza monotona, prevedibile. L’unico strappo percettivo è un prete in una chiesa buia. Mi vede e mi accende la luce davanti a una tela del Pinturicchio.
Besagna. Bella piazza. Alla radio parlano dei migranti che annegano e di cui ormai nemmeno più si parla se non sono in tanti: bisogna essere in comitiva per dare peso alla disgrazia.
Marsciano. Paese pieno di case sparse nel disordine, la bulimia edilizia ha colpito anche in Umbria. Mi fermo davanti ad alcuni negozi. Quando riparto non mi accorgo che davanti a me ci sono piccoli marciapiedi. Sono gli arredi per rendere meno squallide le periferie.
San Venanzo. Esterno. Sera. Passeggiata con Claudia Fofi, una cantante umbra che è venuta qui per salutarmi. Parliamo di un progetto di portare il canto nei paesi più sperduti e affranti. Il fiato contro le armate del profitto. Annotazioni sul silenzio del paese vuoto. Silenzio fermo, senza il suono di infissi cigolanti o dei cani. L’Umbria è una terra inchiodata, non si può muovere, è incastrata nel centro dell’italia. Terra che non luccica, non freme.
San Venanzo. Interno. Notte. Presentazione del mio libro e piccolo spettacolo paesologico. Pubblico composto dagli allievi di un seminario di Eugenio Barba. Potrei andare a dormire contento, ma mi astengo, lascio che la contentezza corroda solo il bordo della stanchezza e dell’inquietudine che mi porto appresso.
Cesena. Pomeriggio. Teatro Valdoca. Comincia la prima scuola di paesologia in terra nordica. La Romagna è la conferma che il centro Italia è scomparso, esiste solo il nord, il nord è arrivato anche al sud. In fondo quello che io faccio è andare a cercare l’Italia dove non c’è il nord.
Borello, poco fuori Cesena. La visita dura dieci minuti, solerzia nordica, giusto il tempo di vedere che il cuore del paese è una striscia di legno sul bordo di uno spiazzo di fronte alla scuola: pare una carta moschicida per raggruppare i passanti.
Formignano. Una volta c’era la miniera da queste parti e c’erano i minatori. Adesso c’è l’arredo urbano, perfino le case pericolanti sono puntellate in modo artistico. Pavimento in pietra serena. Panchine singole di metallo con scritte e un tavolino grande quanto un libro. Dall’altra parte della strada un circolo Arci che la sera fa da ristorante e un circolo dell’edera ormai in rovina. Solo in Romagna si può ancora vedere il simbolo di quello che fu il Partito Repubblicano.
Sulla porta di un tabacchino c’è scritto “torno subito”. Dentro due scaffali Ikea, uno è vuoto e l’altro esibisce una ventina di pacchetti di sigarette. In poco tempo troviamo modo di entrare. E partono le domande al giovane gestore. Si chiama Alessandro, studia a Bologna, la madre si è rotta la mascella per una caduta. Pare che adesso abbiano solo la licenza per le sigarette, insomma tengono aperto per tenere accesa la fiammella, poi dovrebbe arriva la pasta e il resto.
Intanto gli allievi paesologi fotografano Alessandro come se fosse una celebrità. Anche la desolazione ha i suoi eroi. Anche il nord ha il suo sud, come anche le città hanno i paesi. Insomma le cose sono tutte mischiate, siamo solo noi che non riusciamo a mischiarci più a niente.
Sorrivoli. Mattino. Non ci sono molti abitanti. Nella striscia di case sotto il castello c’è anche la casa dove abitava Benigni. Incontriamo un olandese che parla romagnolo e che dice di essere uno scrittore. Con lui c’è un cane che si chiama Einstein. Pare il più in forma dei due.
Pranzo nello spiazzo sotto la torre. Sono riuscito a dimenticarmi il panino comprato in un’osteria: a Roma avevo dimenticato gli occhiali sul tavolo della conferenza, in Umbria avevo lasciato la confezione per la doccia e quella per l’igiene intima.
La bella mattina di sole e la buona salute oggi hanno un’altra gamba, la buona compagnia. Ci diciamo belle cose. Ho intorno a me creature percettive. Non riesco a fissare i nomi, come mi accade a scuola. Il mio cervello rifiuta il lavoro della registrazione, il mio cervello non vuole lavori rispettosi, ho i neuroni autistici.
La scuola di paesologia fila. Non devo tenere la guardia alta, non ci sono malumori, insubordinazioni. C’è spazio per l’esposizione: qualcuno racconta di avere avuto un nonno che ha strangolato la nonna, pure per me arriva un momento di lacrime agli occhi.
Non dobbiamo andare in banca, non abbiamo incombenze familiari. Siamo lontani dalla cronaca e dal sacro, siamo in un luogo pacatamente umano. Non è ancora il sogno, non è più la ragione intossicata dell’ultimo secolo. Una comunità provvisoria, con regole provvisorie, con gentilezza, con garbate curiosità.
Sogliano. Esterno giorno. Acquistato formaggio di fossa, piccolo senso di morte imminente, poi pranzo e fine della paura. Il giorno prima la paura mi era venuta mentre guardavo un vecchio che mi ha detto di avere ottant’otto anni. Sono arretrato come se mi avesse dato un pugno. Un minuto col cuore inchiodato alla croce del pensiero che non c’è scampo. La vita ci porta a questo affinarsi delle vene e delle ossa. E questo accade quando siamo fortunati. La Romagna o l’Irpinia c’entrano poco con quello che ci entra nel sangue quando si apre questo spiffero che viene da sotto, dal regno del thanatos.
San Giovanni in Galilea. Mattina. Una cosa mai fatta, andare in un paese senza vederlo. L’appuntamento era al cimitero. E dopo aver visto che il cimitero era un’architettura che mi impediva il contatto coi morti, e dopo aver parlato di cimitero veltroniano, mi sono disteso sul muro all’esterno, sotto il sole, una bella postura paesologica.
Cesena, pomeriggio, liceo Righi. Il muro degli studenti, assembrati nella loro tana generazionale. Non mandano segnali seduttivi a chi porta pensieri, a chi non porta miti. Alla fine riesco a interessarli con un po’ di teatro. Insegnanti contenti. Si semina in un solco invisibile.
Cesena, lettura poetica. Comincio dicendo che la poesia è un mucchietto di neve con il sale in mano. Non sono io l’attrazione della serata, ma il poeta Milo De Angelis, presentato con bellissime parole da Mariangela Gualtieri. Sensazione che le persone hanno fame di un sentire comune. A Cesena, come altrove, non bastano più le sagre. Le infamie dei pulpiti e del tubo catodico hanno fatto il loro tempo. Adesso c’è da farsi vicini e parlarsi con calma, con fiducia. Il titolo della rassegna romagnola era “ciò che ci rende umani”. Forse un modo per ribadire ciò che non sappiamo, ciò che non vogliamo.

franco arminio

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2 thoughts on “Tra il sacro e il cordolo

  1. …comunità provvisorie : …..Non dobbiamo andare in banca, non abbiamo incombenze familiari. Siamo lontani dalla cronaca e dal sacro, siamo in un luogo pacatamente umano. Non è ancora il sogno, non è più la ragione intossicata dell’ultimo secolo. Una comunità provvisoria, con regole provvisorie, con gentilezza, con garbate curiosità….”
    ….poco alla volta comincio anche a capire…..

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