I BORGHI DELL’UTOPIA

credits: federico iadarola

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 I BORGHI DELL’UTOPIA – di FRANCO ARMINIO

IL MANIFESTO – 18/07/2013

Il tour di un paesologo attraverso gli anfratti più reconditi di tre regioni: Basilicata, Calabria e Campania. Tra montagne in cerca di un nuovo umanesimo, borghi da raccontare e intellettuali tardo-magno greci

La Salerno-Reggio Calabria a un certo punto esibisce i suoi famosi cantieri. Ho la sensazione che li vedranno anche i miei nipoti. Siamo tra Lagonegro e Lauria, alberi e ponti, viadotti, gallerie, betoniere, scavatori. Forse qualche tratto poteva pure rimanere stretta, non c’era bisogno di allargare tutto. A un certo punto si può anche andare piano. Ma ormai qui i cantieri sono un mantra, l’autostrada sembra un pretesto per tenere in vita i cantieri.
Faccio confusione tra Laino Castello e Laino Borgo, non capisco dove sia il pezzo di paese morto. Poi lo trovo, scatto una foto da lontano. È presto, ma la calura è già minacciosa.
Arrivo a Rotonda, dove già sono passato. È il paese di un mio fraterno amico, Andrea Di Consoli. Lui è figlio di contadini e ora vive e scrive a Roma. Capisce profondamente i libri degli altri e scrive i suoi in una lingua accaldata, intensa, senza vezzi e aloni. Lui mi piace molto di più del suo paese. In piazza ci sono degli alberi canadesi, messi dai soliti architetti che vorrebbero abbellire quelli che nel loro gergo si chiamano «invasi spaziali». Mi siedo per scrivere che l’insegna più scintillante è quella della farmacia. E poi una scritta nell’atrio di una casa che ospitò Garibaldi: E la splendida turba e il vano fasto lieto deride. Non vedo ruderi, parti decrepite, c’è un po’ di gente in giro, il panificio, la macelleria, la gioielleria, il negozio di piante e fiori e poi i bar, quanti ne vuoi. A un certo punto un tipo mi chiama per nome. Gli ha parlato di me Di Consoli. Mi dice che è tornato da Torino, dipinge e fa altri lavoretti. Il reddito sicuro lo assicura la moglie che è insegnante. Mi porta a vedere i suoi quadri. Mi regala una maglietta dipinta. Ha fretta di dirmi tante cose, la foga tipica di chi è incerto se pensarsi genio o fallito. Se passate da Rotonda cercatelo, si chiama Adriano Galizia.
L’appuntamento con la persona che ci deve fare da guida è all’una, in piazza, a Viggianello. Arrivo al paese e non vedo la piazza. Non è sulla strada, non ci puoi parcheggiare la macchina dentro. È un palmo di mano nascosto sotto il campanile. La trovo e mi siedo con la sposa su una panchina nel filo d’ombra che rimane. Silenzio e calura. Ecco un tipo con un carrello a motore con alcune buste della spesa dentro. L’operazione di scendere le scale è laboriosa. La seguo in tutte le sue fasi poi gli chiedo spiegazione. Lui dice che il carrello di solito lo usa per trasportare la legna. In questo paese tutti si riscaldano con la legna, ma ci sono da fare un sacco di passaggi dall’albero al camino. Faccio notare al mio animoso interlocutore che portando le buste in mano avrebbe fatto meno fatica. Intanto siamo già in confidenza. Parliamo, perché lui non sa che fare e noi dobbiamo aspettare la guida. Mi colpisce che lui identifichi il successo del paese con la presenza dei cantanti. È una cosa che ho sentito altre volte. Se non arrivano più i cantanti famosi è segno di decadenza. Penso al sindaco che ha invitato me. Non credo sia una scelta che si può spendere in campagna elettorale. Al Sud è successo che a un certo punto le persone hanno smesso di cantare, si è rotto il legame tra musica e vita quotidiana. Il canto non serviva più per far dormire i bambini, per fare le serenate, per lenire le fatiche. Il cantante famoso che veniva alle feste del patrono era il segno del paese che voleva mettersi alle spalle la sua cultura, voleva rottamare i suoi suoni antichi e diventare moderno, telegenico. Si può anche capire questa scelta negli anni settanta, ma adesso appare assurdo spendere diecimila euro per un modesto urlatore che ha il solo merito di essere apparso qualche volta in televisione.
La guida è arrivata, e la sua presenza un poco rompe il mio disagio. Andiamo in un agriturismo che a me sembra lontano dal paese, ma a loro no, perché il paese è tutto fatto di frazioni e da un estremo all’altro ci sono trenta chilometri e quasi mille metri di dislivello. Il pranzo è buonissimo, mi mette di buon umore per tutto il pomeriggio. Apprezzo particolarmente la minestra ‘mbastata (minestra “impastata” con patate e verdure di stagione).
Alle sei è prevista in piazza la presentazione del mio ultimo libro. In attesa che arrivi gente la giornalista del posto mi fa una lunga intervista. Tante domande, ma in questi casi mancano sempre quelle sulla lingua. L’essenza della paesologia non è la difesa dei paesi, ma un certo modo di far girare le frasi, di sentire la lingua. Comunque è una bella serata, il cielo è pieno di rondini. Al mio fianco oltre al sindaco, c’è Biagio Accardi, un giovane cantastorie che da tre anni gira a piedi i paesi del Pollino in compagnia di Cometina, un’asina pure lei giovane. I paesi sono cinquantasei, trentadue nel versante calabro e ventiquattro in quello lucano.
A questo punto è il caso di citarli tutti. I comuni calabresi sono: Acquaformosa, Aieta, Alessandria del Carretto, Bagnara, Belvedere Marittimo, Buonvicino, Castrovillari, Cerchiara di Calabria, Civita, Francavilla Marittima, Frascineto, Grisolia,Laino Borgo, Laino Castello, Lungro, Maierà, Morano Calabro, Mormanno, Mottafollone, Orsomarso, Papasidero, Plataci, Praia a Mare, San Donato di Ninea, Sangineto, San Lorenzo Bellizzi, San Sosti, Sant’Agata d’Esaro, Santa Domenica Talao, Saracena, Tortora, Verbicaro.
I comuni lucani sono: Calvera, Castelluccio Inferiore, Castelluccio Superiore, Castronuovo di Sant’Andrea, Carbone, Castelsaraceno, Cersosimo, Chiaromonte, Episcopia, Fardella, Francavilla in Sinni, Latronico, Lauria, Noepoli, Rotonda, San Costantino Albanese, San Giorgio Lucano, San Paolo Albanese, San Severino Lucano, Senise, Teana, Terranova del Pollino, Valsinni, Viggianello.
Il secondo giorno è prevista un’escursione sul Pollino. La manifestazione organizzata dal Comune di Viggianello si chiama Uomini e cime e prevede tre giornate tra giugno e agosto con tre scrittori. Il sindaco è di Sel e pure lui scrive. Quelli che si aspettano i grandi cantanti resteranno delusi.
Arriviamo in macchina fino a un certo punto e poi comincia la marcia. I primi passi sono affannosi. La mia ipocondria si fa subito viva quando mi avvio in zone dove non è facile il soccorso. Penso a un infarto e al fatto che non ci sarebbe il tempo utile per provare a salvarmi. In effetti non si capisce perché dovremmo salvarci. Sono deluso, pensavo e speravo che dopo la morte di mia madre almeno l’ipocondria si attenuasse, pensavo che la paura della morte andasse in vacanza e invece è sempre qui, al lavoro. Saliamo verso l’alto, comincio a prendere un poco fiducia, ma arrivati in un bel pianoro io e la mia sposa, insieme a una coppia di giovani sposi salentini, decidiamo di fermarci. Il resto della compagnia si dà come meta la cima del Pollinello, pure loro decurtano un poco le ambizioni iniziali, ma saliranno comunque in una zona utile per ammirare da vicino gli esemplari di pino loricato, l’albero simbolo di queste montagne. Io li guardo da lontano questi alberi che cercano la cima, alberi da due rami, alberi in preghiera, che quando muoiono diventano bianchi e lisci come un osso.
Il Pollino è una montagna di nicchia, non ha villette, alberghi ad alta quota, attrazioni pacchiane. È una rosa di montagne sparse ai quattro venti. Non c’è una cima aguzza, un pezzo firmato, è una montagna corale, comunitaria. Nessuna cima si stacca dalle altre. Non sono montagne da scalare, ma da ruminare. L’ hardware c’è tutto, forse bisogna lavorare sul software. Penserei a una serie di musei immaginari: museo dell’aria, museo del silenzio, museo della luce.
Il sole sul Pollino mi ha bruciato un occhio. Stendermi sotto il sole mi mette in pace, ma non lo avevo mai fatto alle due del pomeriggio a 1700 metri di quota. Dopo due giorni senza lingua l’occhio gonfio mi riporta alla scrittura. È sempre il guasto, l’errore ad avviarmi alle parole. Mi hanno chiamato qui per raccontare la montagna, ma io la montagna non la capisco. Il mio paesaggio è un altopiano, la terra mossa dell’Irpinia d’Oriente. Dell’altopiano abito l’orlo, il punto in cui si crepa, si squarcia. Dormo sul precipizio. La terra frana, l’aria è sempre mossa dal vento. L’unica analogia col Pollino è il cuore sismico che batte nel profondo.
Del Pollino mi piace la lontananza. Tutto è lontano da questi paesi, perfino le montagne che hanno sulla testa. A Viggianello sentono che intorno a loro c’è un’ora di vuoto. Ci vuole un’ora e mezza per il mare, per l’ospedale. Un’ora e mezza per la città più vicina, Cosenza, ma è in un’altra regione. Il Pollino è troppo ampio per questi tempi stretti, troppo austero per quest’epoca fumosa e posticcia.
A Viggianello puntano sul turismo, ma i turisti sono ancora pochissimi. Arriva qualcuno da Taranto, da Bari. I napoletani hanno altre mete, i lucani e i calabresi altre montagne.
L’ultimo giorno Vincenzo Corraro, il sindaco di Viggianello, mi porta a vedere Pedali, la sua frazione, la più popolosa, quella da cui vengono tutti i sindaci. È una frazione spezzettata, un’edilizia che concede poco alla bellezza, come in quasi tutti i paesi del parco. La storia cambia quando saliamo sulla montagna che sovrasta la frazione. Facciamo una bella passeggiata, anche se improvvisamente arrivano le nuvole e non si capisce se sono quelle del vecchio inverno o del nuovo. Qui piove, nevica, fa freddo per dieci mesi all’anno. Il luogo giustamente ha fame di bellezza, ma la vita quotidiana è assai difficile: troppo spesso si sente il silenzio di chi se n’è andato e di chi non è mai venuto.
Faccio al sindaco qualche domanda intima e parliamo anche dei libri che ha nel cassetto. Lui ha una vena romanzesca, ma io lo invito a raccontare la sua esperienza di sindaco, a partire dalla vicenda di una vecchia centrale a lignite che l’Enel vorrebbe riconvertire per bruciare biomassa. Una di quelle tipiche battaglie in cui i colonizzatori spesso riescono a imporre i loro interessi offrendo il miraggio del lavoro. È assurdo che nel cuore di un parco nazionale si possa installare un’attività inquinante che contrasta palesemente col sogno del turismo. Molti sindaci si lamentano per i vincoli che pone il parco. Forse non è amministrato benissimo, ma è facile immaginare che cosa accadrebbe se i vincoli fossero allentati. La forza del Pollino dev’essere la pazienza. Il capitalismo è la civiltà delle pianure, le sue montagne sono i grattacieli. Il Pollino deve aspettare che arrivi un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne. Non sono i paesi che stanno morendo, ma la civiltà urbana. Oggi la forza è nei margini, nei luoghi appartati.
Prima di salutarci il sindaco ci dà una bottiglia di fragolino e una soppressata. La Lucania è una terra generosa. Anche se è sempre difficile misurarla la generosità mi pare che i paesi del Pollino, da questo punto di vista, abbiano un primato. È difficile transitare intorno a un bar senza che qualcuno ti offra qualcosa. Ma non è solo questione di doni materiali, qui le persone sono generose già nello sguardo, nel modo di parlare, di ascoltare.
Domenica pomeriggio, dopo un altro pranzo buonissimo all’agriturismo, è ora di partire. Ho un appuntamento a San Marco di Castellabate, nel Cilento. Invece di scegliere la via più breve, scaliamo ancora il Pollino perché voglio andare a San Severino Lucano. Faccio solo in tempo a notare un po’ di staccionate in legno, segno che il paese ha cura di apparire più turistico degli altri.
Salire e poi scendere. E poi scendere ancora verso la valle del Sinni. Quasi nessuno in giro. Per vedere qualche turista devo arrivare al lago Sirino. Farei ancora in tempo a prendere l’autostrada, invece punto su Sapri. Percorso tortuoso passando per Lagonegro, qui c’è un proliferare di monti che partoriscono altri monti. Arrivati a Sapri dobbiamo fare i conti con la sterminata vastità della provincia di Salerno. Per arrivare a San Marco bisogna uscire dalla costa e infilare altre montagne. Intanto abbiamo fatto in tempo a capire che il turismo domenicale è quasi tutto proteso verso il mare. Il sud che vuole abbronzarsi surclassa quello che vuole camminare. Arriviamo sfiniti nella bellissima casa della mia amica Luisa Cavalieri. Siamo nel Cilento, il gemellaggio col Pollino mi sembra naturale. Unire il mediterraneo costiero al Mediterraneo interiore mi sembra un buon compito. La posta in palio non sono i turisti, ma un’altra idea di mondo, un’altra idea della vita. Almeno a casa di Luisa il sogno sembra già realizzato.

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