Un paesologa ad Aliano

di Maira Marzioni

il forno di aliano - foto david arditoAd Aliano i primi panini dal forno escono alle otto e mezzo della mattina. L’aria è fresca oggi, è presto, ho dormito poco, ma capisco che alle otto un paese è più chiaro che alle undici, si mostra, vive componendo necessità, alle undici è già un’altra cosa, è diventato già più superfluo.
Ieri sera Antonio, col sigaro mezzo acceso e mezzo spento in bocca, quando ha sentito che c’era Infantino e i tamburellisti di Tricarico è impazzito dalla felicità. Era accanto a me, ero felice anch’io a guardarlo. Stamattina lo vedo con la carriola e la scopa che pulisce il marciapiede.
Le donne alle otto di mattina ad Aliano hanno i fazzoletti in testa e il viso di corteccia; sono bellissime senza retorica, con la naturalezza dei graffi dei calanchi, dell’acqua fresca dalle fontane del paese, delle variazioni di pietre che compongono i muri delle case.
Una sta seduta in fondo alle scale di casa, sul ciglio della strada e pulisce la verdura, un’altra con la veste blu si aggira con un secchio azzurro e dei panni dentro. Con mia sorpresa la vedo al bar poco dopo, un ragazzo del paese le ha offerto il caffè. Lei se la ride.
Penso che sia la prima volta che vedo una donna di corteccia al bar.
Amo il salato la mattina.
Vedo Pasquale, fotografo di Potenza e guidatore lento di furgoncino, mangiare una focaccia, mi indica la tenda del Panificio Scelzi. Ad Aliano tanti hanno per cognome Scelzi.
Dentro ci sono Giuseppe e Maria e tutto quello che fanno è senza dubbio corpo di Cristo.
Il calzone con le bietole di Maria e Giuseppe è una sacralità. Le biete sono quelle congelate dall’inverno, Maria le cuoce e le condisce col loro olio la mattina, mentre Giuseppe impasta, tutto rigorosamente con lievito madre. Sia benedetto il figlio allora!
***
Ad Aliano per tre giorni le visioni di un poeta hanno dato forma a un festival anomalo, un delirio diffuso, che ha coinvolto menti, mani, corde, fiati, voci del sud più vario e del nord meridiano dentro.
Si sono strette le mani dei vivi e dei morti: Rocco Scotellaro, il cacciatore scambiato per quaglia, i tamburi di Tricarico, la nostalgia riabilitata a sorgente, la malinconia elevata a orizzonte, il migrante del 1907 nella voce di Ulderico Pesce, i ragazzi di Paola, le donne che sbattono nella bara nel film di Luigi di Gianni, Carlo Levi, la cortaglia ovvero letame di greggi che a maggio concimava i campi, la cantantessa lucana Caterina che fa piangere la pietra dei calanchi, Francesco del bar demoniaco, Antonio Infantino che è sciamano italiano e non riesce a pagare le bollette, la pizza sfornata alle due di notte, le chiacchiere con Biagio che me lo dice da amico a tredici anni che non me la posso proprio perdere la Madonna di Viggiano.
Un festival sgretolato e vivo, inoperoso e denso di poeti e parlatori, bello quando intellettualmente debole si è dato, perchè visceralmente prospero.
Ho apprezzato chi si è confuso tra il partecipare e lo stare sul palco, chi ha donato i passi alle pietre come tutti, pure se ha presentato sanremo, chi non ha detto niente, chi mi ha fatto regali: un passaggio in macchina dal Salento, i taralli al finocchio, la pesca, l’amore, la poesia Twenty-two con fiocco di tulle arancione, un materassino per dormire meglio.
É la coralità densa e scalcinata che ha fatto speciale questo festival, assumendo la stessa postura di un paese, che sussurra ogni giorno vagiti di comunità possibili, che impasta la necessità alla bellezza delle pietre, delle porte ammaccate, delle case vuote, dei tronchi di albero col fazzoletto sopra dove si siede la signora della macelleria.
***
C’è saggezza nell’impasto, cibo-paesaggio, mistura fatta di mani e conoscenza della terra, perchè se la farina non è buona e l’acqua nemmeno non viene, il tempo è fondamentale e la pietra del fuoco pure.
Allora provo a dire cosa vorrei di altro per arrivare alla dignità splendente del calzone alle bietole di Maria: il cibo, procurato dai contadini della zona, cotto nei forni sparsi per Aliano, memoria visibile di quando il pane era ancora comunitario, perchè un paese lo si capisce se lo si può anche mangiare; le donne col fazzoletto al bar, perchè i paesi del sud e i suoi pensatori spesso le donne le hanno dimenticate, ma erano quelle che sbattevano nella bara, che davano gesto al dolore, le levatrici di atti poetici quotidiani; i giornalisti e gli intellettuali famosi che parlano soltanto dopo che hanno camminato e sudato come tutti; gli artisti non noti che danno voce al paesaggio, che non compaiono sui giornali, ma producono per necessità sguardi e forme; fogli di poesie e frammenti nelle panchine e nei bar di Aliano, voci provvisorie di un attraversamento composto e profondo; più gradini meno palchi; più tremore, meno statistiche; più uomini stanchi che uomini bambini; più occhi meno macchine fotografiche; più silenzio meno proseliti.
Proliferazione di mani e di menti, tessiture di donne.
Che ad Aliano si sappia che è bello, come mi diceva il farmacista, che il paese per qualche giorno sia vivo e che per esserlo non occorre aumentare l’offerta di gadget e souvenir, ma ritrovare la voce artigiana, il canto delle pietre, le cotture sul fuoco d’inverno.
Di solito nei paesi c’è già tutto, solo che non lo si sa.
Poetica visione è favorirne il risveglio, amplificare le storie, i cornicioni, i peperoni appesi, le donne corteccia.

L’Italia interna allora forse sarà quella che, dal mare alle montagne, sa stare dentro sé così come sa quando dare voce; quella che conosce carnalmente il ritmo del cuore tamburo, finchè c’è e pure quando non c’è più.

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