da “LA LINGUA”, romanzo inedito

Non è che prima gli uomini fossero migliori di adesso. Forse parlavano meno, avevano meno tempo per parlare dello loro anime. Il vuoto era in ognuno ma non era spalancato davanti agli altri. C’era il lavoro di sopravvivere, procurarsi il fuoco, il cibo. E poi c’era Dio, la morte incombeva, il mondo era tuo anche se qualcuno te lo toglieva. Ti potevano opprimere, mandare alla guerra, però nessuno poteva toglierti la sensazione che stavi al mondo. E l’amore era un argomento per pochi spiriti. Per il resto il sentimento era un camino che non faceva tanto fumo come adesso. Si facevano i figli. Il sole e la pioggia cadevano sulle cose. C’era la notte, c’era il mistero e c’erano confini ben tracciati.
Se penso alla mia vita con gli uomini, se penso a quello che ho fatto e ho visto e ho sentito, posso dire che ho visto molte miserie. Gli uomini è come se non fossero più necessari. Ti corteggiano col cuore grosso. Poi sputano il seme e diventano solchi vuoti, il cuore torna carta velina. Il sesso è un altro imbroglio. È stato allungato, dilatato, ma è una coperta che non copre niente. Ti abbracciano senza furore, non sanno inginocchiarsi. E ben presto ogni incontro diventa una trama di bugie. I rapporti finiscono quasi sempre prima di cominciare, si va avanti per puntiglio, per orgoglio, per non darla vinta. Quasi nessuno sta dove dice di stare. Un intreccio di fantasmi. Non c’è più consistenza, siamo bucati, sotto di noi hanno scavato una galleria, la galleria delle notizie, delle opinioni. Non abitiamo più la carne, abitiamo le parole, e le parole servono solo a nasconderci.
Adesso io non parlo più con nessuno. Ho ancora un sogno, uno solo: affidare al silenzio il miracolo di ricostituirmi. E mi piace che la carne è diventata come un filo d’erba. Mangio, respiro, piango, non chiedo abbracci, non bacio nessuno. Ho sputato fuori il mio io, lo tengo al balcone come un geranio, e può seccare o rifiorire, sono fatti suoi. La mia carne è contenta di non avere più questa scorta di pensieri, questa guida folle che porta nel folto del mondo e degli altri io, nel folto dove si scambiano le merci, un mercato di imbrogli, venditori dalle tasche vuote, amanti senza amore, occhi senza sguardo e parole, un fiume vorticoso di parole, una foresta di parole, un diluvio di parole in cui si è perso perfino Dio, in cui pure la morte stenta ad avere il suo ruolo. Non moriamo e non viviamo più. È la novità di questo tempo vecchio, ma ormai io la spio da fuori. Mi sono ritirata, il ritiro è l’unica cosa possibile, l’unica verità a cui possiamo ancora ambire. Chi non si ritira è complice, e partecipa alla carneficina quotidiana dello spirito, allo sterminio universale del sacro. Non c’è più un potere che opprime dall’alto. L’oppressione di produce di lato, siamo tutti oppressi e oppressori di chi ci circonda. La guerra si è trasferita sul tavolo della cucina, negli uffici, dentro i bar. I demoni somigliano ai mobili dell’Ikea, si montano presto, arredano lo spazio. L’orrore è in dispensa, l’assurdo è nel comodino. Non c’è bisogno del diluvio universale, dell’arrivo di Attila. Il barbaro ce lo montiamo in casa, abbiamo tutti la cassetta degli attrezzi per procurarci una solitudine più grande di quella che ci compete. Ci allunghiamo e diventiamo cortissimi. Amiamo e diventiamo cinici. La verità è formata dalla somma delle nostre bugie.

franco arminio

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