vittorino curci per aliano

carlo levi - foto di federico iadarola

Qui, ad Aliano, negli anni Trenta del secolo scorso, Carlo Levi scoprì un mondo che segnò per sempre la sua vita. Un mondo, scrisse, “serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente”. La Lucania apparve ai suoi occhi come una terra “senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”. Da questo mondo, però, segnato dal dolore e da un forte sentimento di morte, il grande intellettuale torinese imparò a conoscere “i valori fondamentali dell’uomo”, valori che secondo lui potevano essere alla base di un “nuovo umanesimo”. Questa convinzione nasceva in lui dal fatto che “i contadini”, come scrisse nel romanzo L’orologio “sono quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano”. Un affermazione del genere a noi può sembrare una sciocchezza o tutt’al più una frase ad effetto. Ma pensiamo un attimo alla nostra vita di ogni giorno e chiediamoci: siamo noi oggi che facciamo le cose che ci circondano? siamo noi che le creiamo? e che tipo di relazione stabiliamo con queste cose? le amiamo? ce ne contentiamo?
Nel coltivare fino all’ultimo giorno della sua esistenza il sogno di questo “nuovo umanesimo” fondato sui valori della civiltà contadina, Levi si convinse sempre più che i contadini, rispetto alle altre classi sociali, avessero una più spiccata capacità di evolversi intellettualmente e socialmente essendo meglio attrezzati nell’affrontare i cambiamenti.
Non dobbiamo però dimenticare che, sopravvissuta ai margini della Storia, quella vetusta e incontaminata “civiltà” non era scevra da contraddizioni e asprezze. Nel mondo contadino, per esempio, la manifestazione dei propri sentimenti era quasi sempre accompagnata da un eccessivo pudore, al punto che era disdicevole o addirittura inconcepibile che un padre potesse dare ai figli un bacio o una carezza.
Tonino Guerra, poeta e grande sceneggiatore, racconta che quando una mattina di agosto del ’45 tornò a casa dopo essere stato prigioniero in Germania, nel campo di concentramento di Troisdorf, il padre lo accolse con il sigaro spento in bocca e le braccia conserte. La cosa più affettuosa che riuscì a dire al figlio, che tutti in paese davano per morto, fu: “Hai mangiato?”.
Tonino Guerra è stato forse l’ultimo cantore del mondo contadino. Una sua opera del 1988, “Il libro delle chiese abbandonate” reca una dedica affettuosa “ai contadini che non hanno abbandonato la terra per riempire i nostri occhi di fiori a primavera”.
Tonino Guerra si è spento il 21 marzo 2012. Aveva 92 anni. Il giorno prima di morire, il 20 marzo, a un amico tedesco che era andato a fargli visita aveva confessato: “Non posso morire oggi perché è il compleanno di mia moglie”.
Di questo tenerissimo poeta porterò sempre con me l’incanto delle sue piccole storie. Per esempio la notte, quando vado a letto, appena spengo la luce, mi tornano spesso in mente queste sue parole: Prima di addormentarmi penso a tutti gli animali / dentro le loro tane che sono piene di sonno / e alle sementi che vogliono bucare la campagna / per dipingere di verde la terra.
Questa, invece, è una sua breve poesia nel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna, che anni fa tradussi nel dialetto di Noci:
De jesse cuntente, ma pròprie cuntente,
m’è capetete spisse ind’a vite.
Mè però com’a chedda volte
ca fubbe lebberete in Germanie,
quande vedibbe na farfalle
senz’avè u desedérie de mangialle.

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2 thoughts on “vittorino curci per aliano

  1. i contadini non esitono più, al loro posto consumisti affacendati nel seppeliire riifuti, parliamo di un mito…..soltanto un mito, buono per mettere a posto coscienze inquinate

  2. ” dedico queste storie ai contadini che non hanno abbandonato la terra per riempire i nostri occhi di fiori a primavera” Tonino Guerra

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