Mediterraneum. Geografie dell’interno

di vito teti

1. L’abbandono dei paesi delle zone interne

Nell’antichità, già ai tempi di Cicerone, col sostantivo mediterraneum si indica l’interno dei vari territori. Siccome anche il “mare interno” è circondato da terre, si comincia a riferire lo stesso epiteto al mare. Anche in questo caso l’etimologia racconta una realtà, una verità dimenticata ed oscurata. Il Mediterraneo dall’antichità ad oggi è stato luogo di uomini delle terre che si affacciano sul mare. Braudel comincia la descrizione dell’ambiente, dei paesaggi, delle produzioni e delle culture del Mediterraneo nell’età di Filippo II, proprio partendo dalle terre. “Innanzitutto le Montagne”, ovunque presenti intorno al mare, poi gli altopiani e le pianure fino a giungere alle coste e al mare. La montagna ha una primogenitura geografica, ma anche storica, perché la vita montanara sembra sia stata la prima vita del Mediterraneo.

Braudel ha ricordato come per molti versi la vita dei paesi della montagna costituisca un mondo separato dalle civiltà, creazioni delle città e dei paesi di pianura. I luoghi interni restano ai margini delle grandi correnti civilizzatrici, che penetrano con lentezza. La vita delle zone basse e delle città arriva poco e tardi, secondo Braudel, nei mondi primitivi. La montagna rappresenta un ostacolo, ma nello stesso tempo è anche un rifugio, un luogo di libertà. Tra gli innumerevoli vantaggi la montagna ha anche quello di offrire risorse

diversissime, dagli olivi, gli aranci e i gelsi dei bassi pendii, agli alberi da frutto, agli ortaggi delle colline alle foreste e ai prodotti del sottobosco delle zone più alte. Alle colture si sono aggiunte i guadagni derivanti dall’allevamento, dalla pastorizia, dalla caccia. Arcaicità ed isolamento, disponibilità e spazio di libertà: naturalemente si tratta di inserire in un contesto più ampio le tante varianti locali, di individuare le diversità assieme alle tante somiglianze dei luoghi del Mediterraneo.

Nella culture e nelle tradizioni della Calabria sono ampiamente attestate le ambivalenze e le contraddizioni delle zone interne. L’isolamento e la libertà. Gli studiosi hanno sottolineato la frammentazione del territorio, hanno visto nelle geografia, in un territorio separato, la causa di una chiusura e di un isolamento secolare. Nello stesso tempo la Montagna è associata dai ceti popolari a spazio di libertà, luogo di abbondanza, una sorta di Cuccagna. Si pensi a una canto del periodo spagnolo in cui il brigante si proclama “Re della Montagna” in opposizione ai baroni che spadroneggiano nei peesi e si pensi al famoso canto di Nino Martino riportato da Corrado Alvaro proprio a testimonianza dell’immagine popolare della Montagna come luogo di “bene stare”, buon mangiare, ottime acque e libertà. E si potrebbero ricordare gli scritti di Nicola Misasi sulla Sila e quelli dello stesso Alvaro sull’Aspromonte, presentati come univresi mobili e attraversati da molteplici figure di viandanti.

La categoria dell’isolamento e della mancata penetrazione della civiltà, almeno nel caso della Calabria, risente di qualche limite, appare parziale. Non tiene conto che spesso grandi correnti di civiltà e di pensiero, ma anche iniziative economiche e culturali significative si affermano proprio all’interno. E tuttavia la categoria dell’isolamento e della mancata penetrazione della civiltà risente di qualche approssimazione. Si dimentica che spesso grandi correnti di civiltà e di pensiero, ma anche iniziative economiche e culturali significative, si affermano proprio all’interno. Basti pensare all’importanza di figure come Cassiodoro e Gioacchino da Fiore, alla presenza dei santi italo-greci, ad esperienze importate dall’esterno come quella del monachesimo certosino che qui trovano humus per fare radici e per costituire centri di elaborazione e irradiazione culturale. Spesso i paesi interni (Serra S. Bruno, Rossano, Mileto, Monteleone, ecc.) hanno svolto una centralità nel periodo in cui le coste erano malariche e deserte. Anche nei paesi più appartati e isolati si trovano tesori spesso sconosciuti, esistono chiese, palazzi, opere d’arte, manufatti, tradizioni, usanze che attestano una storia complessa, una ricchezza che non sono state sufficientemente sottolineate, rivelano un dialogo con il mondo esterno, il mondo delle città, delle pianure e delle marine. Potrei soffermarmi a lungo su tali aspetti. Voglio fare soltanto qualche considerazione a partire da una festa, quella della Madonna di Polsi, la Madonna della Montagna in Aspromonte. Il convento basiliano dove si svolge la festa risale all’XI secolo e a questo periodo riporta la leggenda di fondazione del culto fa riferimento al Conte Ruggiero il Normanno, e al rinvenimento della Croce greca. La statua della Madonna è opera siciliana del XVI secolo e da questo periodo sono documentati culti, devozioni, pellegrinaggi, scambi, comportamenti religiosi che ritroviamo, pure con molte trasformazioni, a inizio Novecento e ancora in anni recenti.

Non è di questo che intendo parlare. E’ sufficiente ricordare come l’Aspromonte diventasse in passato un centro economico, religioso e culturale, punto di confluenza di gruppi di pellegrini, artigiani, contadini, pastori, commercianti provenienti dalle località più lontane. Alvaro ricorda, nei primi decenni del Novecento, come la gente giungesse a Polsi da tutti i versanti, fin da Messina, da Reggio, dalla Piana, dalla Pietra di Febo, da Caulonia, da Bagnara, da Gerace. Tutti i paesi lungo il corteo si spopolavano e vi rimanevano soltanto i vecchi. Gli abitanti di molti paesi avevano, in parte conservano ancora, dentro o in prossimità del convento le loro stanze, dove sostavano, riposavano, mangiavano, vegliavano e dormivano. L’ultimo giorno della festa, il 2 settembre, si fa ancora oggi la processione con la statua della Madonna. Hanno il privilegio di portatori gli uomini di Bagnara, “gente di mare, audaci e ricchi migratori, pescatori accaniti di pescespada e di tonni. Sono loro i più abili a far correre, come se volasse, l’immagine della Madonna sul suo pesante piedistallo, mentre le buttano intorno grano, confetti, fiori…” (Alvaro: 44). E’ l’incontro, il collegamento, il dialogo tra luoghi, mondi, economie, culture, saperi lontani e separati. E’ l’incontro tra zone interne e marine, tra montagna e mare, a riprova che il mare, pure così lontano, irrangiungibile, luogo di paure, diventava a volte vicino. Dell’ integrazione di economie e di prodotti e del loro confluire in un unico centro attestano in epoca moderna i principali luoghi di culto della Calabria. Si pensi ancora al pellegrinaggio che si conclude sul monte Pollino dove abitanti dell’interno appenninico calabrese incontrano quelli del versante lucano, dove ha sede il santuario della Madonna. E ancora alla festa della Madonna del Pettoruto a S. Sosti dove convergono pellegrini del versante tirrenico e del versante jonico della provincia cosentina. Fino ad anni recenti la festa della Madonna di Monserrato a Vallelonga, nel cuore delle Serre, era luogo di pellegrinaggio a piedi per gli abitanti di Pizzo e di altre località marine del Tirreno. Torre di Ruggero, dove si svolge la festa della Madonna delle Grazie, è il luogo di incontro di abitanti delle Serre, dei paesi che gravitano attorno a Chiaravalle, dei centri disseminati lungo il vesante jonico catanzarese. Serra S. Bruno, nei giorni della festa del Santo, vedeva l’arrivo di carovane di pellegrini da zone montane, collinare, marine. A Seminara, il giorno della festa della Madonna dei Poveri, arrivavano pellegrini da “tanto lontano”, fin dall’area delle Serre. Tutta la Calabria è attraversata da innumerevoli “vie dei canti”, che sono altrettante strade di comunicazione. Si tratta di piste precarie, di itinerari interni, di sentieri noti soltanto agli abitanti dei luoghi e che spesso collegano i paesi sia in senso orizzontale che verticale. E’ stato mostrato come Tropea fosse collegata con i casali dell’interno, del Poro, attraverso un sistema articolato di vie e una serie di sentieri collinari e montani che consentivano l’arrivo di merci e prodotti che via mare giungevano a Napoli, Marsiglia, Genova. Strade, oggi risistemate e riutilizzate solo in parte, “si snodavano lungo le sponde dei torrenti o lungo le pareti dei vajuni o ai margini delle orlature terrazzate”. (Se oggi, con la raggiunta individualità comunale,  i collegamenti tra i vari paesi, posti alla medesima altezza sui terrazzi marini, sono alquanto difficili, nonostante le  moderne vie di comunicazione, in passato i legami tra i vari casali, per quanto difficoltosi, sono frequenti grazie a strade percorribili sempre a piedi o con animali da traino).

Oggi che le antiche vie sono state abbandinate e che il collegamento avviene con strade asfaltate lungo le coste, i casali sono tra loro più separati che in passato. L’isolamento è spesso un esito recente. Le strade disegnate a tavolino spesso allontanano. Il ponte di Messina ha tutte le premesse per diventare un ulteriore elemento di divisione delle diverse zone dalla Calabria.

Si può accennare anche ad altre occasioni rituali di avvicinamento tra paesi separati, tra paesi dimezzati e frammentati. Il paese non era un’unità compatta e omogenea, ma spesso era segnato da doppiezze, divisioni territoriali, produttive, religiose, sociali. Riti, come quello dell’affruntata o della confrunta, l’incontro tra il Cristo risorto e la Madonna, accompagnata da S. Giovanni, che domenica di Pasqua si svolge in numerose comunità delle province di Catanzaro, Vibo Valentia, Reggio Calabria, oltre a raccontare la dialettica vita-morte, oltre a narrare in maniera teatralizzata una rinascita, stabilivano il superamento di divisioniesistenti all’interno delle comunità e servivano a ricongiungere e collegare realtà distinte e separate.

Riti, feste, pellegrinaggi che si svolgono oggi non possono essere interpretati e letti semplicemente come residui del passato e della tradizione. Spesso sono costruzioni recenti, si presentano come riti postmoderni. Essi raccontano vicende legate all’esplosione e alla frantumazione dell’antico universo. Mi sono soffermato altrove su questi aspetti. Qui volevo segnalare come l’immagine di angustia e di abbandono di tali paesi siano spesso il frutto di recenti sconvolgimenti. L’identità non è qualcosa di chiuso e definito, di immutabile e pacificato, ma è qualcosa di controverso, aperto, plurale, dinamico, da ripensare nella lunga durata, nei suoi molteplici aspetti, nell’interazione e sovrapposizione di elementi successivi. L’identità attuale della Calabria, per la quale si invoca spesso un passato lontano, si afferma e si definisce in epoche recenti. L’emigrazione è, in particolare, la grande causa di trasformazione degli antichi paesi, del loro abbandono, ma anche della loro rinascita. Gli “americani” che tornano tra fine Ottocento e inizio Novecento creano economia, introducono elementi di modernizzazione, modificano l’assetto urbanistico, sociale e culturale dei paesi. L’emigrazione, nell’arco di un secolo, appare l’elemento decisivo della costruzione d’identità della Calabria. Più che alla Grecia e alla Magna Grecia, bisogna, forse, riferirsi alle Americhe per comprendere un nuova Calabria, nuovi comportamenti e modi di essere. Nella problematica costruzione dell’identità meridionale più di Ulisse hanno agito centinaia di migliaia di sconosciuti Ulisse. Sono loro ad affermare una mentalità della nostalgia, della partenza e del ritorno, che negli anni cinquanta mantengono ancora vivi e vitali gli antichi paesi.

Riproporre, riguadagnare, ripensare un’etimologia antica e una storia interna e profonda, non ha la pretesa, non ha soltanto la pretesa, di contrastare un atteggiamento retorico e parziale che tende ad identificare Mediterraneo con mare, sole, spiagge, frutto di una logica turistico-vacanziera di maniera con proclami pubblicitari di basso profilo. C’è una ragione più fondata, motivata, oserei dire politica, in questo richiamo all’etimologia, alla geografia e alla storia ed è che quel Mediterraneo, il Mediterraneo dell’interno è a rischio di estinzione.

Il fenomeno è noto: riguarda tutte le aree interne dell’Italia e di altri paesi del Mediterraneo. In Calabria, la parte del Mediterraneo che prenderò a testimonianza di processi più generali, assume una dimensione vistosa, talvolta drammatica. Le rovine e i ruderi, fin dall’antichità, sono un tratto costitutivo della storia, del paesaggio, della cultura della regione. Non si possono capire la precarietà, l’incompiutezza, il disordine edilizio, l’indefinitezza se non si tiene presente una storia di catastrofi, a cui seguono abbandoni di abitati e popolamento di nuove aree. Anche l’abbandono dei paesi dell’interno – dovuto ad invasioni, terremoti, malaria, mancanza di acqua, alluvioni, emigrazioni – è una costante della storia calabrese fin dal Medioevo, bene documentabile in epoca moderna e contemporanea. (La mappa del paesaggio e la storia del territorio, ma anche le forme culturali e mentali, potrebbero essere riscritte a partire dall’abbandono).

Oggi il fenomeno assume dimensioni più vistose e diverse dal passato. E non si tratta tanto di guardare ai numerosi paesi e borghi abbandonati nel corso del secolo appena trascorso, spesso in anni a noi recenti – soprattutto a partire dagli anni cinquanta a causa delle ripetute alluvioni e degli spostamenti lungo le coste o fuori dalla regione, con il secondo grande esodo – ma di osservare e considerare un processo in atto, lo svuotamento progressivo di interi paesi, il rischio di cancellazione di decine di comunità. Numerosi paesi delle Serre, dell’Aspromonte, dell’alto e basso jonio, dell’alto e basso tirreno si svuotano giorno dopo giorno. Anni or sono fece scalpore la notizia, fatta circolare ad arte, di “Badolato paese in vendita”. Nella stessa situazione si trovano abitati con interessanti e bellissimi centri storici. La fondazione Corrado Alvaro da mesi lancia appelli per la salvezza del centro storico di San Luca in Aspromonte. Nei luoghi narrati e raccontati da scrittori come Alvaro, Perri, La Cava, Strati i paesi continuano a svuotarsi. Ed è di qualche tempo fa la notizia che il paese arbreresh in provincia di Crotone, Carfizzi, la comunità di Carmine Abate (dove sono ambientati Il ballo tondo e La moto di Scanderbeg) è a rischio chiusura come alcuni tenaci testimoni ricordano nel link “Carfizzi che si spegne”. E a tale destino sermbrano essere destinati i paesi delle Serre raccontati e descritti da Sharo Gambino. I paesi grecanici studiati da Rholfs e da Minuto, da Mosino e da Nucera sono quasi tutti abbandonati o pressoché vuoti. Il paese lasciato, quello della rabbia e del sogno, della fuga e del ritorno è vuoto. Giorno dopo giorno nei paesi dell’interno vengono chiuse scuole, uffici postali, presidi delle forze dell’ordine (per non dire della chiusura annunciata di molti ospedali). E i centri non del tutto abbandonati hanno al loro interno zone, vie, case vuote, deserte, in rovia. Un defunto inquietante perturba il paese ancora vivo.E questo accade anche nelle città di mare, lungo la costa. Tropea ha una sua parte morta durante l’inverno.

Lo svuotamento coincide paradossalmente con eccesso di cementificazionie, per costruzioni pubbliche e private troppo spesso alzate al cielo e lasciate incompiute, aperte, sventrate. Le rovine antiche fanno spesso da pendant a rovine recenti, a case incompiute, a case nuove e grandi costruite con chissà quali speranze e troppo in fretta diventate vecchie e abbandonate.

E’ la crisi, la fine, la dispersione dei paesi arroccati, dei “paesi presepi” dove per secoli si sono svolte le vicende delle popolazioni calabresi. Gli studiosi – storici, antropologi, geografi – hanno descritto con una pluralità di tagli e di prospettive, talvolta in maniera enfatica, talvolta in maniera nostalgica, la varietà, la complessità, la semplicità, l’angustia e la ricchezza, l’isolamento e l’apertura dei paesi dell’interno. Si tratta di paesi nati e cresciuti in luoghi con insediamento umano molto antico, talvolta preistorica, quasi sempre di comunità che si sono affermate all’interno, lontano dalle coste malsane, malariche, invase e predate dai “turcheschi”, in un lungo periodo storico che in genere non viene considerato, in quanto si privilegia l’antichità classica.

E’ soprattutto l’emigrazione degli anni cinquanta, sono le scelte dei gruppi dirigenti del dopoguerra, lo spostamento a volte necessario, a volte pretestuoso, interessato, a creare lo spopolamento ancora in corso. Non bisogna tacere della responsabilità degli abitanti. Fiaccati dalle partenze, asserviti dall’assistenza, privati di forme di economie tradizionali, diventano sempre più opachi, rinunciatari, rassegnati. Da soggetti di attività diventano soggetti assistiti che delegano ad altri. La delega a politici nazionali e locali incapaci di progettare, di impegnarsi in opere che vadano in controtendenza. E più i paesi si svuotavano più gli abitanti hanno accentuato i loro vizi peggiori, la loro litigiosità, la loro conflittualità. Sono in pochi ad andare in controtendenza e un intero universo cede, si abbandona, si sfalda. Spesso nell’indifferenza generale, nel silenzio più assoluto. I paesi che chiudono, che muoiono, che si suicidano non fanno notizia, come gli omicidi dai risvolti conturbanti. Di questo passo più che “parchi letterari” (il discorso condurrebbe lontano e andrà affrontato in altre occasioni) si potranno progettare riserve di caccia e luoghi per escursionisti, itinerari per esteti delle rovine. Se un tempo Franco Costabile, ne Il canto dei nuovi emigrati, almeno riusciva ad esprimere la rabbia e il dolore degli emigrati che fuggivano dai loro paesi, noi oggi non riusciamo ad elevare un forte urlo per l’abbandono definitivo e completo dei paesi.

Occuparsi dei paesi dell’interno viene considerata operazione passatista, nostalgica, archelogica, lamentosa. E’ necessario e doveroso invertire questa impostazione, questa visione che ubbidisce a modelli di sviluppo esterni, omologanti ed esclusivi. Mettere in discussione rimozioni e atteggiamenti che oscillano tra un elogio edulcorato del passato, una generica esaltazione dell’identità, e cancellazione di storie, di paesei e di uomini, tra retorica localistica e retorica globalistica. Vorrei precisare che non sto parlando del passato, non mi riferisco a una storia di ruderi e di rovine da inserire in itinerari turistici o in parchi archeologici o lettarari o da trasformare in case albergo. Sto parlando del presente. Non si invoca la restaurazione di un mondo perduto, di un Eden smarrito, non si vuole portare in vita ciò che è morto per sempre, si vuole affermare, oltre che il diritto alla memoria, un diverso modello di sviluppo e di rinascita. Non viene proposta una chiusura localistica, ma un diverso riconoscimento dei luoghi. Non è in gioco la lettura e l’interpretazione del passato, ma il destino degli uomini di oggi. Il mondo agro-pastorale è scomparso da tempo. Non si riparla della fine di una civiltà agro-pastorale, già erosa da decenni e sulla quale, come diceva Alvaro, non c’è da “piangere”, ma soltanto da custodire memorie, non c’è da fare esercizio di inautentica nostalgia, di rimpianto di un buon tempo antico mai esistito. Non si parla della fine di questo o quel paese, ma della chiusura di un mondo e dello stravolgimento irreversibile di paesaggi e di sistemi ecologici, di microcosmi che hanno fatto del Mediterraneo quello che chiamiamo Mediterraneo.

E’ in gioco la vita stessa dei paesi e quindi la possibilità che la Calabria abbia una vita vera e non si rassegni a sopravvivenza, ad  assistenze che preludono ad una morte, a nuove forme di isolamento e a presupposti di moderne rovine. Il rischio è che non vi siano più le persone dell’interno interessate a custodire memorie. L’abbandono delle aree interne non significa soltanto dispersione di culture e di stili di vita, di tradizioni e di rapporti sociali, ma comporta sconvolgimenti del paesaggio, rafforza antiche separatezze, ne causa di nuove ed è anche causa di devastanti degradi ecologici ed economici. Per secoli l’assetto urbanistico dei paesi, i terrazzamenti delle rasule, l’organizzazione degli spazi abitativi e produttivi, hanno in qualche modo reso possibile il controllo e l’irregimentazione delle acque, che d’inverno comunque diventavano rovinose e hanno provocato morte e distruzione. L’abbandono comporta la fine delle antichi canali, la crisi di tradizionali controlli delle acque, che unitamente ad altre forme di incuria e di degrado, possono provocare disastri come quelle recenti di Crotone e di Soverato. La fine dell’antico universo non comporta la nascita di uno nuovo più vivibile, ma ha creato una sorta di vuoto, di desertificazione che non ha più il fascino e il richiamo dell’antico deserto. Paradossalmente l’abbandono avviene dopo decenni di cementificazione e devastazioni edilizie che rendono più grottesco il paesaggio. I paesi presepi non vengono sostituiti da moderni e funzionali aggregati urbani a valle o lungo le coste. I loro doppi sono dei villaggi palafitte, anch’essi d’estate abbandonati, degli aggregati molto simili a  loculi cimiteriali, dove mancano servizi, luoghi di aggregazione, possibilità di rapporti sociali. Il “ritorno” o l’arrivo, per la prima volta, delle popolazioni sul mare, lungo i tanti pubblicizzati ottocento chilometri di costa, non può fare dimenticare che il 42% del territorio regionale è costituito da montagne, il 49% da colline e soltanto il 9% è pianeggiante. Né fare occultare una storia che per secoli si è svolta nelle zone interne. Se in passato la Calabria si è presentata, come ricorda con una bella immagine Predrag Matvejevic, “un’isola senza mare”, oggi bisogna evitare il rischio che resti un’isola senza un retroterra con cui comunicare e dialogare. E infatti, se in passato le zone interne della Calabria sono state lontane dal mare, oggi sono i centri sorti lungo le coste a presentarsi come distanti e separati da quei luoghi dove per secoli si è svolta la storia delle popolazioni, dove si è formata nel tempo la loro cultura e mentalità. Chi viaggia lungo le vie costiere della regione incontra aggregazioni di case indefinite e incompiute che rappresentano, per molti versi, l’estensione culturale e mentale dei paesi dell’interno, che diventano sempre più “paesi morti”. Molti nuovi centri costieri, frutto di colate di cemento che hanno distrutto spiagge e paesaggi, le nuove abitazioni, edificate talvolta come palafitte da moderni selvaggi, nascondono la vista del mare e rendono, diversamente dal passato, precario e incerto il rapporto dell’uomo con un mare apparentemente guadagnato. L’estensione, la dilatazione, l’esplosione degli antichi luoghi ha dato origine, in maniera imprevedibile, a tanti nonluoghi.

Le marine calabresi con le abitazioni nuove, senza intonaco, con i pilastri nudi di cemento, sono il luogo esemplare del non finito dei nostri giorni, delle rovine di una particolare modernità. I paesi della costa sembrano tante periferie di una città che non esiste. E quelli dell’interno, sempre più spopolati e tra loro isolati, si guardano da lontano e non convergono mai verso un  centro, hanno tante linee di fuga che non trovano un punto d’incontro. I paesi calabresi hanno tutti una seconda vita altrove: nel passato, nell’interno, nelle Americhe, lungo le coste, altrove.

I luoghi vengono sostituiti di tanti nonluoghi. E nonostante il forte sentimento dei luoghi delle popolazioni, i nuovi centri non riescono a diventare comunità. Nel momento di un ripensamento del luogo (inteso in senso antropologico) interi luoghi vengono chiusi. Il locale non può dialogare col globale. Il locale non esiste più, non ha più dignita, a dispetto di tante retoriche sul tipico, sul tradizionale, sul prodotto locale. E rinunciando a culture grazie alle quali dialogare, si diventa sempre più dipendenti dai modelli esterni.

Riguadagnare, ripensare, rimettere al centro il Mediterraneo, riconoscerne le sue culture, assumerle nella loro storicità e nella loro complessità, nelle loro contraddizioni, è operazione culturale e politica che passa imprescendibilmente dall’ assunzione delle zone interne. Senza un Mediterraneo dell’interno non esisterebbe il Mediterraneo così come per lunghi secoli si è configurato. Ma non è solo questione di osservare l’interno spaziale e temporale, la profondità, la vastita, di tale universo, è necessario che gli uomini del Mediterraneo, per nascita o per scelta, per destino direbbe Matvejevic, sappiano guardare nelle loro profondità, nella loro interiorità, internità. Gli uomini del Mediterraneo, gli indivdui che riconoscono, inventano, riorganizzano, ristrutturano, l’identità mediterranea, hanno la necessità di fare i conti con l’ ombra, con le ombre.  L’ombra in una duplice accezione, in un duplice senso, sia in un’accezione che rimanda a Paltone sia nel senso della psicologia analitica.

2. Immagini del Mediterraneo: dalla retorica alla persuasione

La figura dell’ombra ci riporta innanzitutto alle immagini e alle retoriche, antiche e recenti, costruite sul Mediterraneo, dai mediterranei e dai non mediterranei. Le immagini del Mediterraneo non corrispondono sempre alla realtà, anche quando sono importanti per conoscerla. Le immagini positive o negative sulla Calabria sono state decisive per l’affermarsi di un tipo di mentalità e hanno condizionato le forme interne di autopercezione ed autorappresentazione. Forme di autoesaltazione e di disistima, di autocompiacimento e di autocompassione si capiscono soltanto con riferimento alle immagini esterne, sono esito dell’incontro-scontro tra osservati e osservatori.

Negli ultimi tempi assistiamo non di rado a una sorta di esaltazione acritica del Mediterraneo, a una nuova mitologia. Il Mediterraneo è spesso assunto a pretesto per operazioni di ogni genere. E così accanto ad iniziative e ad operazioni critiche tese all’affermazione e al riconoscimento di una tradizione mediterranea, abbiamo gli interventi di chi individua nel Mediterraneo luogo per operazioni strumentali o di basso profilo, per legittimare richieste di finanziamenti. Basta vedere alcuni slogan di alcune regioni del Sud d’Italia: “Calabria Mediterraneo da scoprire”, “Calabria terra tra due Mediterranei”, “Calabria luogo dei porti di Ulisse” e così via. Il riferimento è spesso a un Mediterraneo astorico, omogeneo, inesistente. La mitologia mediterranea nasconde interessi e progetti commerciali.

Consideriamo le tradizioni alimentari, le pratiche culinarie, la gastronomia. Facciamolo a partire dalla martellante e ricorrente immagine di “dieta mediterranea”, a cui si rifanno le mille e mille retoriche sui prodotti “tipici” e “locali”, in nome della quale vengono organizzate sagre, inventati itinerari gastronomici, pubblicate guide, organizzati percorsi turistici, quasi sempre con vocazioni insieme assistenziali e “gastrocentriche”. La formulazione di un “ideale culinario”, di una “dieta” comune a tutti i paesi del Mediterraneo, a cui si fa riferimento come a una realtà indiscutibile, è presente fin dall’antichità, ma la sua recente scoperta avviene a partire dai primi anni cinquanta grazie ad alcune ricerche nel Sud e nel Mediterraneo e all’affermarsi di una gastronomia che si oppone al modello allora dominante, quello anglosassone. In ambito nutrizionista e medico viene presentato come “tipicamente mediterraneo” un regime alimentare a base di cereali, con una quota bassa di prodotti di origine animale e con olio di oliva come principale condimento, con una notevole presenza di pesce fresco e di paste. Questo tipo di alimentazione viene segnalato in diverse zone del Sud, tra cui la Calabria. Gli studi di storia alimentare chiariscono, tuttavia, come ancora nella prima metà del Novecento le popolazioni delle aree interne del Mezzogiorno d’Italia conoscano un regime alimentare a base di pane di mais, patate, pomodori, peperoni, legumi, e per il condimento ricorrano quasi sempre al grasso di maiale. La famosa “trinità mediterranea” (l’olio d’oliva, il pane di frumento e il vino), resta un’eredità pesante, che caratterizza, però, soprattutto la cucina dei ceti benestanti e che segna i sogni e i desideri dei ceti popolari. La pasta, ad eccezione di quella fatta in casa nelle feste e in occasioni rituali, appare, nonostante la grande diffusione che le paste industriali conoscono a partire dalla fine dell’Ottocento, ancora un genere di lusso e il pesce fresco, soprattutto per ragioni di trasporto,  arriva raramente nelle zone interne ed ancora più eccezionalmente sulla tavola dei contadini. Per non dire poi della radicale diversità della cucina dei ricchi: una cucina abbondante, con notevole presenza di carne. I ricchi realizzano il modello di una cucina variegata, con la presenza di alimenti di ogni tipo, provenienti dalle diverse zone produttive, importati da fuori (questo dato è segno di distinzione sociale), e praticano pasti “lenti”, interminabili, a “crepapancia”, come notano sbalorditi numerosi viaggiatori che vengono da paesi del Nord Europa. Le pratiche alimentari dei ceti popolari sono molto diverse da quel “modello mediterraneo” a cui essi hanno accesso, in maniera limitata, soltanto in occasioni eccezionali. Il mangiare dei poveri del passato appare in realtà una sorta di “contro dieta” che male si concilia con l’ideale della dieta mediterranea. Bisogna ricordare i mille regimi alimentari del passato e anche le diverse disponibilità nelle due sponde del Mediterraneo. In epoca contemporanea si è infatti acuito il divario tra le due sponde e se su quella Nord si è sperimentata una situazione di eccesso alimentare su quella Sud persiste una situazione di penuria. Per eccesso o per difetto, le due situazioni alimentari sono molto lontane dal modello mediterraneo.

L’ideale alimentare mediterraneo pertanto non corrisponde alle realtà alimentare di nessuna area geografica del mediterraneo. Si tratta di una costruzione basata sul tema e sul mito di una sorta di “eternità” e su un modello ideale quasi religioso e morale di ascesi,  “frugalità” e  “semplicità”. Nelle formulazioni più ingenue e approssimative, la dieta mediterranea appare un’invenzione cucinaria postmoderna in cui confluiscono elementi eterogenei, prelevati da diversi contesti geografici, ambientali “tradizionali”, non di rado esterni allo stesso mondo mediterraneo.

Non si tratta, certo, di negare la specificità, le peculiarità, i caratteri delle alimentazioni e, più in generale, delle culture alimentari meridionali. Si tratta invece di affermare che un reale valorizzazione e un autentico riconoscimento dell’identità è possibile proprio a partire dalla individuazione di situazioni concrete, storiche, contraddittorie, mutevoli di cui il modello non riesce, quasi mai, a dare conto. Le cucine e le tradizioni alimentari non possono essere considerate in maniera separata dalle disponibilità, dalle possibilità, ma anche dai quadri culturali e mentali di riferimento, dallo stile di vita, dalla stessa biologia delle popolazioni. E’ indubbio che vista nella lunga durata e considerata oggi la “cucina regionale” (ma cosa vuol dire regionale e in che rapporto è con il locale e con un universo mediterraneo ed europeo e con un universo più vasto, “globale”?) della Calabria si presenta come un “melteng-pot” di prodotti, odori, sapori e colori, ma questo è soltanto il risultato di una lunga econtroversa storia alimentare.

Il Mediterraneo non può essere, pertanto, considerato soltanto a partire dal suo passato, di un passato, spesso inventato ed enfatizzato, di cui vengono considerati e recuperati gli aspetti più edificanti e i momenti di gloria. Non può essere considerato assolutizzando la cultura, i valori del passato, mitizzando e astoricizzato fenomeni e modelli che vanno letti nella loro complessità, nelle loro contraddizioni, nella loro differenza, all’interno di una storia controversa e di storie controverse che appaiono legate a una geografia, a un clima, a un territorio che hanno inciso spesso in maniera decisiva per la costruzione della mentalità e delle culture delle popolazioni. Non può essere letto neppure a partire dal presente. Non si possono scambiare modelli, ethos, valori, comportamenti, disponibilità, risorse di oggi come se fossero identici o simili a quelli del passato, presupponendo una loro immobilità e fissità. La storia va compresa nella “lunga durata”, riportata ai diversi periodi e ai differenti contesti, ai mille luoghi tra loro lontani e diversi del Mediterraneo, alle frammentazioni, alle doppiezze presenti spesso nello stesso territorio. La storia del Mediterraneo non va scritta con il privilegiamento di alcuni episodi, con la rimozione e la cancellazione di altri.

Anche in molti ambienti intellettuali il Mediterraneo da scoprire e da guadagnare appare circondato da retorica. Il mondo antico e la classicità hanno costituito rappresentare terreno di identificazione, nostalgia, rimpianto, fuga, orgogliosa rivendicazione per tradizioni culturali che si sono riferite costantemente, con modalità e atteggiamenti diversi, al passato. Il mito delle origini, il riferimento a un mondo lontano e glorioso, si andato definendo e accentuando ai nostri giorni. Un universo lontano e perduto viene spesso avvicinato, presentificato, mitizzato, incorniciato in un’astorica identità per fuggire da un presente considerato invivibile e inaccettabile. Nel 1958 Corrado Alvaro aveva modo di fare interessanti annotazioni sui rischi e i limiti di tale atteggiamento:

“Dicono sempre che in questa terra, poiché era ricca di vitelli, nacque il nome Italia, e ne rivendicano la proprietà letteraria. Prospera qui, non si sa come, in una contrada semplice, vera, scabra, una inaspettata retorica, tarda eco della retorica nazionale. Quasi tutto quello che si legge qui della Calabria, a parte la letteratura dialettale, è rivolto in genere a magnificare una Calabria che non esiste più, e cioè le colonie greche, e Sibari, e Locri. La tendenza è al classico. Il povero bracciante fugge nell’emigrazione, e l’intellettuale fugge nel passato. La retorica sí, quella è nazionale” (Alvaro 1958: 164). La storia delle regioni meridionali viene, ancora, spesso racchiusa e rinchiusa in un periodo di pochi secoli, quelli di Omero, di Ulisse, delle colonie magnogreche. Si verificano spesso il disconoscimento, la cancellazione, la sottovalutazione di eventi ed episodi che sono stati fondamentali per l’affermarsi dell’identità delle popolazioni. Viene dimenticato e trascurato così, proprio ad opera di molti apologeti delle magnificenze del passato, che la storia della regione è caratterizzata da contrasti, conflitti, incontri, avvicendarsi di popoli, passaggi, migrazioni, fughe. Vengono esaltati alcuni momenti di “gloria” e oltre diciotto secoli cancellati, sottovalutati, passati sotto silenzio, ricordati soltanto in rari convegni e in pubblicazioni specifiche soltanto dagli addetti ai lavori. Si torna spesso al mito di Ulisse, ma si dimenticano in fretta gli innumerevoli Ulisse, le centinaia di migliaia di emigrati calabresi, che hanno costruito la recente identità di una terra in fuga e si dimenticano i nuovi erranti che oggi si aggirano nel Mediterraneo e cercano, in maniera più prosaica, una loro Itaca, altrove, da qualche parte, scacciati spesso da nuovi e prepotenti Ciclopi, che hanno perso anche l’unico occhio del loro progenitore, e si rivelano “ciechi”, senza memoria, quindi senza una delle condizioni necessarie per progettare il presente e il futuro nel Mediterraneo. Ed è toccato soprattutto alle persone che custodiscono memorie di migrazioni, fatiche, diaspore, farsi carico di una tradizione di ospitalità e di accoglienza. Ma anche in questo non bisogna cedere all’enfasi e alla retorica.

Il motivo della bellezza (quasi sempre accompagnato da quello della fertilità) dei luoghi, della fertilità, della prosperità, della generosità del clima è ricorrente in tante immagini retoriche sul Mediterraneo. Ma già Braudel ha ricordato che “il piacere degli occhi e la bellezza delle cose nascondono i tradimenti della geologia e del clima, e fanno dimenticare che il Mediterraneo non è mai stato un paradiso offerto gratuitamente al diletto dell’umanità. Qui tutto ha dovuto essere costruito, spesso più faticosamente che altrove” (p. 19).

C’è nella tradizione intellettuale, colta e popolare, del Sud una stretta relazione tra paesaggi, luoghi, senstimento della bellezza della natura e del paesaggio (che va riconosciuto nei diversi contesti e nelle diverse classi), percezione di sé, cultura, mentalità. La bellezza dei luoghi costituisce un tratto ricorrente nella nostalgia e nella cultura degli emigrati. Negli ultimi tempi la bellezza viene riconosciuta ed evocata anche per contrastare immagini negative esterne. Non è mancata in passato, e non manca ancora oggi, una sorta di “retorica della bellezza”. L’evocazione di paesaggi, albe, tramonti spesso si è accompagnata alla distruzione dell’ambiente e del territorio, alla devastazione di coste, colline e marino. Il mito di una “natura incontaminata” ha nascosto troppo spesso speculazioni edilizie, cementificazioni, fabbriche di immondizie. Non bisogna dimenticare le distruzioni insensate del paesaggio, non rispondenti ad alcuna logica che non sia quella dell’ignoranza e degli interessi dei nuovi arricchiti. Case incompiute, pilastri di cemento armato sulle spiagge, palafitte erette da “nuovi primitivi”: sono solo alcune delle perturbanti rovine postmoderne che quotidianamente ci pongono domande altrettanto inquietanti. Il drammatico e dirompente fenomeno dell’ecomafia avviene in un contesto in cui si sprecano i progetti legati al turismo, alla pubblicità enfatica di una “Calabria mare e sole”. E così viene organizzata un ennesima e perversa retorica. Anche la bellezza è stata invocata, al Sud, senza “persuasione”. Tradizione è termine che viene generalmente accostato a un passato che ancora persiste, alle culture poplari, al folklore, alla civiltà contadina, ora da negare ora da evocare. Se in passato quando erano ancora in vita, sia pure fortemente disgregate, le culture popolari venivano cancellate, negate, rimosse, distrutte, oggi diventano oggetto di nostalgia e di rimpianto non soltanto ad opera di “tradizionalisti” ma anche di chi in passato aveva studiato l’universo popolare con atteggiamento modernista o lo aveva semplicemente cancellato dai propri interessi, l’aveva confinato nell’ininfluenza e nell’irrilevanza storica (e non a caso le fonti orali e popolari sono state ignorate da certa storiografia). Se prima le culture tradizionali erano negate come un residuo arcaico e passatista, adesso, lette in maniera frettolosa e frammentaria, vengono recuperate comunque e dovunque, e addirittura proposte come elementi di una sorta di cultura oppositiva, antagonista, alternativa. Se prima l’universo agro-pastorale era individuato e presentato riduttivamente come il luogo della fame, della scarsezza, della penuria adesso viene trasformato in luogo dell’abbondanza, della sobrietà, della genuinità. Se prima era considerato oppressivo per i vincoli familiari e sociali in esso dominanti, adesso viene evocato, eretto a modello, proprio a causa di rapporti e legami intrepersonali, che vengono generalmente letti fuori dal loro contesto economico, produttivo, sociale, dalla loro necssità. La giustamente contestata visione della società meridonale come segnata dal familismo amorale (si pensi al libro di Banfield e lla vivace polemica che ne è seguita, i cui echi non sono ancora spenti) ha partorito, quasi per una sorta di nemesi storiografica, l’ elogio dello spirito pubblico e dei rapporti clientelari.

Oggi che la tradizione, il folklore, i riti legati all’antica civiltà agropastorale non esistono più,  diventano oggetto di rimpinato, di invenzione, tratti costitutivi di un’identità intesa in maniera alquanto generica e con forti connotati astorici e mitici. Un prosporoso sottobosco culturale è alimentato da iniziative folkloristiche che nascono improvvise, colorate, effimere. Un “buon tempo antico”, quasi mai esistito, o se esistito comunque scomparso, è oggetto di inautentiche e poco sofferte invenzioni e costruzioni. Si assiste così a una sorta di folklorizzazione deteriore, spesso attraverso una sorta di imitazione e allo scimiottamento di manifestazioni e spettacoli esterni. Sagre, Palli, Giostre non solo non hanno alcun legame con la tradizioni locali, ma ne costituiscono la negazione, testimoniano la rinuncia ad elaborazioni autonome, sono testimonianza di dequalificazione culturale. La ricerca del “buon tempo antico” fa perdere di vista i mutamenti e le novità, magari la nascita di un nuovo folklore e l’affermarsi nuove forme di cultura popolare. La retorica avvolge il mondo scomparso, impedisce di riconoscere nella sua storicità e nel suo contesto la cultura folklorica tradizionale.Si assiste sgomenti, al trionfo del kitsch più deteriore e del cattivo gusto, alla soggezione culturale più perversa, alla rinuncia a qualsiasi progetto di elaborazione e progettazione culturali autonome. Protagonisti politici, operatori culturali, intellettuali, professionisti che non hanno il minimo interesse ad elaborare un progetto culturale di vasto respiro per la Calabria e il Meridione.

La “retorica della tradizione” impera, ma nasconde bisogni e motivazioni profonde, ha come protagonisti nuovi ed importanti soggetti sociali, si presenta con modalità varie e colorate. Non è possibile liquidarla con semplici rilievi polemici o, peggio, con insensati silenzi. E’ necessario conoscerla, decifrarla, criticarla e darle risposte serie e non moralistiche. Le popolazioni meridionali hanno bisogno di affermare un loro soggettivo punto di vista. Debbono dimostrare che, da queste sponde, è possibile osservare il mondo in maniera diversa, a cominciare dalla propria storia.

Bisogna ricordare a questo punto come anche la modernità (vera o presunta) del Sud sia oggetto di considerazioni e analisi generiche e contraddittorie. Alcuni la negano, altri la infatizzano. Se alcuni molti la vedono, in maniera negativa, come legata al sottosviluppo, alle devastazioni ambientali e culturali, agli abbandoni dei paesi, alla criminalità organazzata, o, senza giugere a tali estremi, ne segnalano limiti e distorsioni, altri scorgono proprio nel Sud l’affermarsi del pensiero moderno, positivamente inteso. Si tratta di precisare e di distinguere. La modernità non è estranea al Sud, e viceversa. Contro la retorica della modernità e quella della tradzione si può scoprire una tradizione intellettuale che è stata capace di far dialogare i due termini, di capire come tradizione e modernità, sulle rive del Mediterraneo, non si escludano, ma si incontrano e si scontrano, si confondono, coesitono, danno origine a forme culturali originali che non possono essere considerati né integralmente tradizionali né integralmente moderne. Tradizione e modernità non sono due concetti astratti, assoluti, astorici che necessariamente debbono negarsi, non possono essere ridotti a luoghi di conflitto e di contrasto intellettuale, che spesso nascondono contrasti e conflittualità che poco hanno a che fare con l’analisi della realtà. Bisogna evitare di rimpiangere retoricamente la tradizione ma cercare di riconoscerla e di assumerla problematicamente anche negli aspetti più negativi, oscuri, sotterranei. Nello stesso tempo è necessario rendersi conto degli aspetti “fuggevoli” e contraddittori della modernità. Qual è il “modello” rispetto al quale dovremmo leggere il nostro passato e orientare il nostro futuro? La domanda non è oziosa nel periodo della mondializzazione, della crisi dell’idea e dell’esperienza della modernità, nel momento in cui anche dalle nostre parti è urgente interrogarsi, abbandonando antichi schematismi e luoghi comuni, sui legami tra “locale” e “globale”, tra il nostro “luogo”, gli altri luoghi e il mondo. Il passato non può essere mitizzato e piegato, allora, alle intenzionalità del presente. Il passato va compreso nella sua complessità e nei suoi contrasti. La  memoria del passato non significa restare irretiti in esso, nelle sue trappole. Ma perché il rapporto con il passato non sia sterile, inconcludente, declamatorio è necessario che le cose “che restano”, le “reliquie”, le “memorie” non siano considerati “relitti” senza “senso”, “frammenti” scomposti da impastare a convenienza. Bisogna cogliere il messaggio di fondo che arriva dal passato, saperlo leggerlo, renderlo vivo e fondante per l’oggi. E perché ciò avvenga è necessario non ridurre il richiamo alla memoria a “slogan”, a “proclama”, a “retorica”. Né bisogna assolutizzarla. Il culto della memoria non comporta restare prigioniero del passato, non significa restare imprigionati in un mondo che è stato e non è più. Significa riconoscerlo, assumerserlo per guardare avanti e per camminare, orientarsi, muoversi nell’oggi. Tutto ciò significa anche riconoscere che la memoria può costituire “impedimento”, “inganno”, “invenzione”. Contro un uso distorto e proclamatorio della memoria, che porta a revisionismi e a ricostruzioni “false” del passato, occore sottolineare l’arte del dimenticare, occore riconsiderare anche la fonte dell’oblio. Mnemosine non è possibile senza Lete. Dimenticare non significa rinnegare ciò che è stato, significa non trascinarselo come un peso morto, non assolutizzarlo. Non significa volerlo riproporre. Non può significare fare rivivere ciò che è morto. Le “reliquie” hanno un senso quando parlano di ciò che è stato ed e vivo, non quando raccontano una morte definitiva, che non prevede rinascita. Bisogna fare attenzione a non trasformare la memoria in retorica, a non evocarla per operazioni semplicistiche e per costruzioni che sono proprie di uomini di oggi.

Più viene invocato il passato e più assistiamo alla perdita di memoria. Più si parla di tradizioni da recuperare e più trionfa l’oblio. La “retorica della memoria”, apparentemente rivolta al passato e silenziosa nel presente, cammina spesso in compagnia di distruzione dei ruderi evocati, come accade in occasione di recenti campagne di scavi archeologici. Il passato quando “emerge” davvero per domandare “riconoscimento” viene subito cancellato, distrutto e rimosso, con la mente e con le ruspe.La memoria è fatta di ricordi, ma comporta anche scelte, rimozioni. Bisogna legarla, come peraltro fa una tradizione mediterranea, all’oblio. Bisogna sapere anche dimenticare, non restare prigionieri di un passato che non passa. La nostalgia e la melanconia non debbono essere rivolte all’indietro, ma debbono esercitare un giudizio critico sul presente, magari “utilizzando” il passato, guardando all’oggi e al futuro.

E allora paesaggi, bellezze, montagne, colline, coste, mare, sole, clima, varietà e mescolanza di prodotti, organizzazione degli spazi, ritualità, tradizioni culturali, religiosi, alimentari, rapporti familiari e comunitari possono essere assunti come elementi costitutivi di una tradizione mediterranea, a condizione di leggerli nella loro storicità e mobilità, nella loro complessità, nella loro ambiguità, come elementi imprescindibili di un’identità plurale e aperta. Essi possono essere la linfa di una nuova consapevolezza, gli elementi di risorse con cui affrontare nuove sfide, ma anche una sorta di camicia pesante di cui è difficile liberarsi e di cui si può restare prigionieri. Paesaggi, valori, modelli mediterranei, frutto di complesse vicende storiche, di mille incontri e scontri di popoli, sono segnati da una sottile linea d’ombra. Possono costituire punti di forza o di debolezza, tratti di un’identità da rivendicare o di un modo di essere da superare. Possono essere, per dirla con Michelstaedter, elementi di retorica o di persuasione. “Rettorica” è l’apparato di parole, gesti, istituzioni con cui viene occultata l’impossibilità di giungere alla “persuasione”. “Persuasione” è il tentativo sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di sé stessi. E non di meno la persiasione è una via da perseguire per contrastare quanto più possibile la retorica, le ombre, le favole, i pregiudizi che occultano la “verità”.

Quanto più sapremo essere persuasi e quanto meno indulgeremo alla retorica, alle favole, alle immagini, alle ombre proiettate dentro la caverna, tanto più riusciremo a cogliere la reale forza e la vera bellezza dell’appartenenza mediterranea.

3. Riconoscere e assumersi l’ombra

Ed ecco che per sfoltire, sfrondare, annullare, attenuare le immagini e le retoriche del Mediterraneo è necessario “andare dentro di noi”, fare i conti con la nostra ombra, con i nostri lati oscuri, con i nostri tratti bui, con i nostri vizi. Con tutti quei modi di essere che abbiamo ereditato da una lunga storia. Scrive Corrado Alvaro nel suo bellissimo Viaggio in Turchia: “Negli uomini dei paesi del Mediterraneo i vizi che li perdettero e le virtù che li portarono in alto sono rimasti prevalenti in ogni individuo; da individuo a individuo e da nazione a nazione difetti e virtù formano quasi una parentela che in tutto il millenario rimescolio della loro storia è rimasta egualmente viva in tutti; come in una famiglia dove si possono osservare i diversi caratteri come hanno allignato dall’uno all’altro. Quattro e cinquemila anni di rapporti, di mescolamenti, di guerre, hanno formato nel Mediterraneo un panorama di regioni più che di nazioni, e l’uomo è chiaro, e si riconoscono i pensieri e le reazioni d’ognuno come in un vecchio libro” (p. 153). Rapporti e mescolamenti, vizi e virtù. Noi abbiamo ereditato tutto ciò e tutto ciò dobbiamo riconoscere. Rileggiamo il mito di Persefone, ricordiamo come la divinità divida il proprio tempo tra inferi e terra, tra il desolato e afflitto paesaggio sotterraneo, e il solare e luminoso paesaggio della terra.

Pino Stancari in un bellissimo libro sulla Calabria ha segnalato la doppiezza della storia e dell’antropologia della regione. C’è il cielo, le virtù, la pazienza e l’ospitalità, la pietà, ma c’è anche il sottoterra, i rancori, i vizi, gli odi, i litigi. C’è un cielo luminoso, ma c’è anche un’infernale spietatezza. (La casa è un interno, ancora dentro il Mediterraneo, che nello stesso tempo afferma ed esclude. L’interno può costituire un coagulo di affetti, ma anche un reticolo di odi, una ricchezza inestimabile, ma anche un ingorgo disastroso. Per la casa si compiono vicende epiche ed eroiche e per la casa si consumano terribili odi familiari. La casa può costituire un futuro o un pieno un passato e un vuoto. Può accogliere e può escludere. Può essere un centro da cui partire e uscire, ma anche un angusto rifugio. L’interno è pulito. L’esterno è incompiuto e questo può oggi raccontare un’identità sospesa dei calabresi. )

Noi abbiamo nelle più recenti riflessioni e rivalutazioni del Mediterraneo privilegiato la luce, il sole, le virtù e spesso abbiamo dimenticato le ombre, le oscurità, i vizi. Ci sono aspetti luttuosi, melanconici, ombrosi nella nostra mentalità, nella nostra antropologia, che vanno collegati a una storia complessa e difficoltosa, a guerre, invasioni, catastrofi, che vanno non esaltati ed esasperati, ma che vanno riconosciuti, assorbiti, assunti. C’è, come ricorda Stancari, un sottoterra che non va inteso in senso geografico o geologico, ma allude a viscere sotterranee, a profondità che non appaiono superficilmente e non sono facilmente discernibili. Il sottoterra ha una sua ambiguità: o voragine possessiva e rapinatrice oppure profondità sotterranea che è in grado di esprimere una capicità di accoglienza sorprendente. Anche il cielo ha una sua ambiguità: il cielo che può essere inteso come fuga, scivolamento nel mito o anche come apertura, grande prospettiva, capacità di slancio, prontezza di andare all’altrove (pp. 77-78). Le ambiguità del sottoterra e del cielo rendono la contraddizzione tra sottoterrra e cielo paradossale, ma non illogica. C’è una corrispondenza speculare tra l’abisso che si spalanca sotto e dentro di noi e il cielo luminoso e largo. C’è una parentela. C’è un percorso dentro da compiere. Le grotte di cui è disseminata la regione e che hanno segnato nella lunga durata la storia religiosa della Calabria sono metafora di un collegamento tra sottoterra e cielo, sono metafora di un’opera di scavo e di ricerca dell’ombra.

Possiamo essere orgogliosi delle nostre virtù se sappiamo riconoscere e assumerci i vizi, possiamo elogiare e commuoverci per le bellezze, se sappiamo indigarci per le distruzioni che abbiamo compiute, possiamo gloriarci della nostra accoglienza, se riconosciamo i nostri rifiuti. Dobbiamo riconoscere i lati ombrosi della nostra storia collettiva ed individuale. Dobbiamo scrutarci senza indulgenza. Senza autolesionismi, ma senza semplici autossoluzioni. Le responsabilità non sono sempre altrove, sono anche qui, sono anche nostre. Anche in questo senso dobbiamo recuperare la nostra soggetività. L’autoascolto e l’autosservazione non debbono tradursi in sterile rimpianto, in inutile compiacimento, ma in una capacità di fare i conti con il proprio passato per affermare una diversa presenza. I versi di un poeta lucido e sofferto, Franco Costabile, morto suicida, suonano di grande attualità, pongono domande in eludibili. “Ecco/io e te, Meridione, /dobbiamo parlarci una volta,/ ragionare davvero con calma,/ da soli, /senza raccontarci fantasie/ sulle nostre contrade./Noi dobbiamo deciderci/ con questo cuore troppo cantastorie” (Costabile 1965: 101). Il Mediterraneo – ogni suo abitante – si trova di fronte a un bivio, a una scelta, a una scommessa. Deve decidersi, senza raccontarsi favole, senza inventare leggende. La sua cultura, le sue tradizioni, la sua storia possono diventare oggetto di retorica, essere mummificate in una sorta di contemplazione sterile o di rimpianto inconcludente o diventare discorso di “persuasione”, linfa vitale e rigenerante per luoghi assediati da nuove forme di abbandono e di devastazione, percorsi di riconoscimento, di un nuovo appaesamento, di nuove risorse, di una nuova speranza. Chi segnala contraddizioni e devastazioni del Mediterraneo, chi propone un’altra Europa, al cui interno entrino da protagonisti il Mezzogiorno e il Mediterraneo con i loro molteplici volti, rischia di essere accusato di passatismo, di meridionalismo lacrimevole, di nostalgia. Ma sono in molti, ormai, anche se prevale il mito dei turisti e dei sogni a buon mercato, a non cedere a questo ricatto. Il rapporto e il legame con i luoghi non affermano alcuna indulgenza al localismo, ma esige consapevolezza di una ricchezza e bellezza da conoscere, custodire, offrire. La nostalgia non va risolta in sterile retorica del passato, ma presuppone un ritorno a un diverso presente. Una consapevolezza critica dei luoghi, appare tanto più urgente nel momento in cui il Mediterraneo non si presta ad elogi, non offre immagini rassicuranti ed edificanti. Esistono profondi divari tra le due sponde del Mediterraneo. Un misto di dimenticanze, opportunismi, interessi ha contribuito a fare esplodere conflitti che potevano essere affrontati e risolti diversamente. Questa prospettiva passa attraverso il riconoscimento delle ombre e l’assunzione dell’ombra.

4. Riguardare, camminare, restare

Del camminare e del restare

Viaggiare, errare, camminare, in queste realtà, appare ancora una volta, diversamente dal passato, una sorta di ricerca di verità e di riconoscimento di sé e dei luoghi.

Tutte le grandi religioni e anche il pensiero occidentale hanno individuato nel viaggio e nel camminare pratiche non violente di verità. Bruce Chatwin sottolinea come il viaggio sia metafora di verità in tutte le religioni rivelate e ricorda come “l’idea che il camminare dissolvesse i peccati di violenza risale a Caino, alle peregrinazioni che gli furono imposte per espiare l’assassinio del fratello”.

Solvitur ambulando: “camminando si risolve”, annota ancora Chatwin. Camminare sconfigge i malanni. “Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene”.

La concezione salvifica del viaggiare e del camminare è un dato delle culture tradizionali della Calabria. Il viaggio -come confermano numerosi testi orali- appare elemento fondante di verità, di novità e di giustizia. Il Cristo delle leggende e dei racconti calabresi “viaggia per il mondo”, da solo, insieme a Pietro o ad altri discepoli, e sconfigge la fame, denuncia le menzogne e le oppressioni, afferma la verità e la giustizia tra gli uomini.

Partire, camminare, cercare, tornare hanno un fondamento divino. “Lu jire e lu venire Ddeu lu fice”, (l’andare e il tornare l’ha fatto Dio) ricorda un proverbio calabrese. Il viaggio è una metafora della vita, ma anche un atto carico di sacralità.  Le Madonne e i Santi più venerati della regione sono venuti da fuori e “da tanto lontano”. S. Nicola, S. Vito, S. Teodoro, S. Bruno, S. Rocco,  i SS. Cosma e Damiano sono alcuni dei santi viaggiatori che hanno portato verità, pace, salute. S. Francesco di Paola, uno dei santi più venerati e amati dai calabresi, unisce vita ascetica e cammino: è un santo viaggiatore. Non a caso egli diventa il santo patrono delle persone che si mettono in mare e degli emigranti. L’emigrazione è stata anche un esodo di tipo religioso, ricerca di “mondo nuovo” e di “nuova vita”.

La Calabria del passato è attraversata da innumerevoli “vie dei canti” religiose. Il viaggio religioso, che coinvolgeva le popolazioni della regione, era erosione della vita monotona e afflitta, spazio di libertà, ricerca di salvezza e di guarigione.

“Cammina cammina” recitano diversi racconti popolari nei quali i protagonisti si affrancano o tentano di liberarsi da miseria, fame, ingiustizie. Camminare significa conoscere, capire, cambiare, migliorare le proprie condizione. Il “vecchio camminante” di cui parla il folklore è l’uomo di esperienza e di mondo, intesi come capacità d’interpretare e conoscere meglio il proprio luogo.

Le teorie di uomini, donne, giovani, bambini che camminano e mangiano lungo la strada che congiunge Pentedattilo, paese antico abbandonato, Pentedattilo nuovo già in abbandono, Melito, un doppio antico, la zona di Saline, un doppio già morto, sono impegnati nella ricerca di un centro e di un nuovo senso da dare ai luoghi, sembrano intenti a raccogliere e ricomporre frammenti di  antichi e nuovi universi. Ci si può soffermare a rintracciare i motivi dei moderni picnic, modi “desacralizzati” che vedono come protagonisti persone e turisti distratti, ma questo camminare conserva e traduce, in termini nuovi, la dimensione religiosa dell’uomo che vuole cercare, riconoscere e proteggere i propri luoghi.

Che senso dare al viaggio oggi in un mondo cablato, “internazionalizzato”, pieno di nonluoghi e di luoghi tra loro lontani ma, almeno in apparenza, tutti uguali?

Il viaggio di totale spaesamento è ancora possibile nel “villaggio mondo”? Esiste ancora un altrove da raggiungere e l’alterità è da conoscere lontano da noi?

Si può viaggiare ininterrottamente, abitare in alberghi diversi di mille città del mondo, e restare fermi, “provinciali”, “paesani”. Per molti aspetti oggi il vero e sofferto camminare appare quello di chi resta ancorato e fedele ai luoghi, quello di colui che vuole riconoscere e insieme cambiare gli antichi luoghi, offrendo voce, ascolto, ospitalità agli antichi e ai nuovi abitatori.

Esiste, infatti, lo sradicamento totale di colui che resta fermo in posti che cambiano, di colui che si sente straniero nel posto in cui vive. Bisogna fare i conti con lo spaesamento, l’inquietudine, il dolore e la ricerca di colui che resta.

Abitare un luogo dove ci si conosce tutti, dove si legge sul volto degli altri il passare del tempo, dove si capisce che tutto muta e tutto si assomiglia, è scelta non facile e causa di continua interrogazione. Ma la nostra angoscia cesserebbe se non vedessimo sempre gli stessi volti, sempre nello stesso luogo? O non aumenterebbe?

La melanconia della stanzialità non è forse assimilabile alla melanconia dell’erranza?

Per mille ragioni in luoghi come la Calabria anche il restare -ed il restare di chi ha viaggiato o di chi torna- assume la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare.

Restare non significa, soltanto, contare le macerie, accompagnare i defunti e i ricordi, custodire e consegnare memorie, raccogliere e affidare nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo.

Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio.

Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”, anche nel luogo in cui si è nati e si vive. Restare significa cercare, aspettare, incontrare l’altro che oggi viene da noi. Solo chi, senza retorica, ha memoria delle antiche pratiche dell’ospitalità (da non enfatizzare e da non ridurre a retorica) può essere disponibile ad accogliere i nuovi erranti insieme ai quali costruire un “nuovo mondo”, in luoghi che hanno avuto un senso e che debbono essere attraversati da nuovi sentimenti.

Certo bisogna fare attenzione a non creare una retorica del restare da sostituire a quella dell’andare. La Calabria è avvolta da immagini che non corrispondono alla sua realtà e da retoriche: non ne ha bisogno di nuove.

Camminare, viaggiare, restare, tornare: cercare, riconoscere i luoghi, ricordare quelli di prima, accogliere gli altri, cambiare. Avere conoscenza della propria storia, ma anche della propria ombra, della propria nostalgia per non rifiutare quella degli altri, per riconoscere la loro diversità e la loro ricchezza.

Camminare, viaggiare, restare: esserci ed essere insieme, sempre qui, sempre “dentro il luogo”, sempre “fuori luogo”.

L’elaborrazione di geografie dell’interno presuppone l’attenzione a luoghi trascurati e in abbandono, ad una storia profonda e intima, a vivende cancellate, a voci inascoltate, presuppone una capacità di autoascolto e di autosservazione che non sia sterile contemplazione di sé. Andare dentro, all’interno, presuppone un nuovo sentimento dei luoghi, la vocazione ad addentrarsi in essi, a scoprirne anche gli aspetti più nascosti e più profondi e conseguentemente una pratica del camminare, una disponibilità all’incontro e anche un esercizio nel restare.

Riguardare i luoghi nel senso di avere riguardo dei luoghi in cui abitiamo, come ci ha suggerito Cassano comporta innanzitutto fare i conti con il proprio passato, conoscere la propria storia, senza mitizzazioni e senza negazioni, significa sapere osservare le diversità e i contrasti. Significa non confondere un luogo, il proprio luogo, con quello degli altri. Un’operazione fondamentale per osservare il Sud dal Sud, con lo sguardo delle persone del Sud, passa, nel nostro caso, attraverso l’affermazione di una diversa prospettiva antropologica che, messi da parte i paradigmi scientisti, affermi una critica della cultura esterna e della società di appartenenza, una sorta di “etnografia rovesciata” in cui trovino posto le descrizioni e le interpretazioni di coloro che vogliamo conoscere. L’affermazione di una prospettiva che affermi la centralità dell’esperienza dell’incontro, dell’accoglienza, del dialogo. Bisogna tenere conto dell’ etnografia degli “informatori” e di noi stessi.

Riguardare i luoghi e avere sentimento dei luoghi significa guardarli, osservarli, percorrerli, fissarli come sono oggi, con gli uomini e le cose di oggi. Bisogna parlare dei luoghi non per sentito dire, ma per esserci stati. Bisogna coglierne le trasformazioni, i mutamenti, le novità, le incurie, le devastazioni. Senza pregiudizio e senza indulgenza. Bisogna essere disponibili alla sorpresa e allo stupore, all’incanto e allo spavento. Niente va dato per scontato. I luoghi non sono quelli che abbiamo immaginato, sono quelli che scopriamo. I nostri luoghi, quelli a noi più familiari, quelli più comodi, non comprendono i luoghi degli altri. La sensazione che a volte si ha rispetto a certe analsi e riflessioni è che si parli per sentito dire, che non si cammini in profondità e in tutte le direzioni, amche in luoghi ombosi e pericolosi, ma si percorrano strade consuete, già percorse. La Calabria non è quella che noi osserviamo dal campus di Arcavacata o dalle spiagge dei nostri ritorni estivi. Esiste una Calabria profonda, aspra, difficile, talvolta invivibile che va riconosciuta, che dobbiamo percorrere e assumerci. La conoscenza, l’amore, dei luoghi richiede un esercizio di pazienza, una negazione della fretta, un’attenzione particolare, un’attitudine alla sofferenza e allo stupore, un amore per la natura e per gli uomini, una capacità di disagio e di critica dei guasti e dei vizi dell’oggi. Riguardare i luoghi significa sapere ascoltare, avere tempo, essere disponibili. Comporta un’attitudine al viaggio e al camminare. E’ necessario  scoprire la vocazione “religiosa” del viaggiare, che da queste parti ha sempre a che fare col tornare. E’ necessario rimettersi in cammino, guardare, osservare, condividere, raccontare. Tutte le grandi religioni e anche il pensiero occidentale hanno individuato nel viaggio e nel camminare pratiche non violente di verità. La concezione salvifica del viaggiare e del camminare è un dato delle culture tradizionali della Calabria. Partire, camminare, cercare, tornare hanno un fondamento divino. “Lu jire e lu venire Ddeu lu fice”, (l’andare e il tornare l’ha fatto Dio) ricorda un proverbio calabrese. Il viaggio è una metafora della vita, ma anche un atto carico di sacralità.  Sul nuovo senso del camminare Franco Cassano ha scritto delle pagine intense e belle.

E oggi forse ha senso pensare un’antropologia legata al “restare”, al “sostare”. Lévi-Strauss (1965: 13), all’epoca delle grandi esplorazioni etnografiche, quando gli altri abitavano altrove, scriveva dell’odio per i viaggi e insieme della necessità di mettersi in viaggio. Oggi forse, dovremmo scrivere della fatica del restare e insieme della bellezza e della necessità della sosta, del restare, del camminare. I “rimasti”, come i ruderi e come le reliquie, sono la testimoninza di un corpo frantumato, di un universo esploso, le cui schegge si sono spostate in mille luoghi. Ma non sono memorie inerti e sterili. I “rimasti” sono una nuova categoria sociale, culturale, mentale che nasce con l’emigrazione di fine Ottocento, con l’erosione e la fine dell’antico mondo. Sono i doppi di coloro che sono partiti. Le loro ombre e le loro immagini. Ma coloro che sono rimasti non sono fermi, non sono legati sterilmente all’antico mondo. Corrado Alvaro ha visto nella fuga una condizione del calabrese dei suoi tempi e aveva narrato che un calabrese è in movimemto, in fuga anche quando sta fermo. Rimasti e partiti non si escludono, si attraggono, si respingono, sono indispensabili gli uni agli altri. Nascono insieme con l’esplosione dell’antica società.

Naturalmente restare significa anche partire, e si può restare anche vivendo altrove, come si può fuggire facendo finta di restare o cedendo alla retorica del restare. Dopo la retorica della classicità, la retorica della tradizione, la retorica della bellezza, la Calabria non ha bisogno della retorica delle “partenze” e delle “soste”, del contrasto tra chi è partito e chi è rimasto. Con l’emigrazione, tutti coloro che partono, in un certo senso rimangono e tutti quelli che restano, in un certo senso partono. Chi parte ha nostalgia del mondo perduto, chi resta e chi torna ha nostalgia dell’altrove. L’essere rimasto, allora, non va visto né come un atto di debolezza né come atto di coraggio, non è né un merito né un demerito, né una colpa né un atto di orgoglio, né un atto di fedeltà o di incapacità: è un dato di fatto, è un evento, una condizione. E’ un destino che può diventare un modo di essere, una vocazione se vissuta con problematicità, senza sudditanza, senza soggezione, ma anche senza boria, senza compiacimento, senza angustia e chiusure. Restare comporta, per chi lo fa con consapevolezza, un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. In  un mondo in cui il viaggio avviene attraverso le reti o in almeno in apparenza, tutti uguali,  un vero e sofferto “spaesamento” appare quello di chi resta “fermo” e “fedele” al luogo di appartenenza, quello di colui che vuole riconoscere e insieme cambiare gli antichi. Esiste, infatti, lo sradicamento totale di colui che resta fermo in posti che cambiano, di colui che si sente straniero nel posto in cui vive. Bisogna fare i conti con lo spaesamento, l’inquietudine e la ricerca di colui che resta. Abitare un luogo dove ci si conosce tutti, dove si legge sul volto degli altri il passare del tempo, dove si capisce che tutto muta e tutto si assomiglia, è scelta non facile e causa di continua interrogazione. Ma il nostro malessere cesserebbe se non vedessimo sempre gli stessi volti, sempre nello stesso luogo? O non aumenterebbe? La melanconia della stanzialità non è forse assimilabile alla melanconia dell’erranza? Per mille ragioni in luoghi come la Calabria anche il restare – ed il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – assume la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non significa, soltanto, contare le macerie, accompagnare i defunti e i ricordi, custodire e consegnare memorie, raccogliere e affidare nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. I “tristi tropici” non sono altrove perché si sono spostati qui. Le storie dei curdi, dei kosovari, dei rom, che arrivano quotidianamente sulle coste delle antiche terre del rimorso raccontano tutto ciò. E’ necessario che un nuovo pensiero antropologico scopra un senso dell’accoglienza, adeguata almeno a quella dimostrata dalle popolazioni rimaste. E’ singolare che siano gli “altri di qui” a comprendere gli “altri di là”, più di quanto non sappiano fare gli antropologi, che hanno sostanzialmente taciuto, imbarazzati, con pochi strumenti conoscitivi, smarrita la bussola dell’oggettività della scienza, e il fascino del partire e dell’esotico,  su questi arrivi degli altri tra noi. Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”, anche nel luogo in cui si è nati e si vive. Restare significa cercare, aspettare, incontrare l’altro che oggi viene da noi. Solo chi ha memoria delle antiche pratichedell’ospitalità (da non enfatizzare e da non ridurre a retorica) può essere disponibile ad accogliere i nuovi erranti insieme ai quali costruire un “nuovo mondo”, in luoghi che hanno avuto un senso e che debbono essere attraversati da nuovi sentimenti. Restare non significa “stare fermi”, attendere muti e rassegnati; significa sentirsi sempre in atteggiamento di attesa e di ricerca; essere pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e ad accogliere, a condividire i “luoghi”. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme, anche con disagio, del donare, la verità del viaggiare e del camminare.

Avere riguardo, guardare fuori e dentro di sé, camminare, ascoltare ed autoascoltarci, cogliere il sentimento dei luoghi, restare: tutte queste operazioni sono indispensabile per un’assunzione critica del Mediterraneo nell’epoca della mondializzazione. Se non sapremo fare ciò, il Maditerraneo può ben dire come lo Zarathustra di Nietzsche: “Tutti costoro parlano di me, ma nessuno pensa a me”.

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