A SCUOLA DI PAESOLOGIA CON FRANCO ARMINIO – DALL’AQUILA

di Barbara Vaccarelli

romagnano

Ci sono momenti in cui sento di dovere qualcosa al mio terremoto e all’esigenza personale di conoscere i risvolti sui luoghi e sulle comunità che hanno già vissuto un post sisma.

Esistono intere comunità di questa nazione che da decenni fanno i conti con il lutto, la perdita della loro storia e vanno alla continua ricerca dei luoghi perduti, delle vocazioni sconvolte e le relative conseguenze sulla vita delle persone. Le domande che mi pongo dal 6 aprile 2009 esprimono l’esigenza di elaborare un lutto così grande. Noi qui ne saremo capaci se saremo in grado di imparare a confrontarci e conoscere gli errori fatti negli ultimi decenni in nome della famigerata “ricostruzione” dovuti a disastri naturali nei vari territori.

L’occasione che mi si apre davanti sono le riflessioni e gli studi sul post-terremoto in Irpinia, con le sue differenze e le sue affinità.

Sono in continua ricerca di apprendere un metodo, per imparare ad esprimere l’attaccamento e il senso di appartenenza che serve alla comunità in cui vivo; per questo sento il bisogno di condividere momenti con chi ha già vissuto il percorso post sisma, non trovando formule soddisfacenti all’interno del percorso che si è iniziato all’Aquila.

Vorrei dare un senso a questa attesa della ricostruzione e all’assistere indifesa ai cambiamenti imposti fin dal giorno successivo del terremoto, mi serve di immaginare cosa potrei aspettarmi e cosa verrà negato.

Tra le tante iniziative e attività dell’Osservatorio sul dopo sisma, decido di iscrivermi alla scuola di Paesologia di Franco Arminio, iniziativa organizzata e coordinata da Teresa Caruso (Osservatorio sul dopo sisma).

La motivazione di partire per unirmi insieme a Lina Calandra al gruppo nasce dall’esigenza di riscatto verso la terra in cui sono nata e che da sempre ho scelto di vivere,, anche adesso restando nonostante le rovine che il terremoto e questo sistema-paese hanno provocato al territorio aquilano.

Il nostro viaggio sarà utile al confronto e sarà da stimolo per la stesura del progetto per la seconda edizione di ”Sulle Ali dell’Aquila – un viaggio nella storia della città“progetto editoriale per le scuole elementari: sono certa di ritornare a casa con un bagaglio di grande valore, un programma imperdibile, alcuni giorni con Franco Arminio, personaggi di alto profilo e un programma imperdibile.

Romagnano al Monte Nuovo

La strada che conduce a Romagnano al Monte è lunga e impervia. Con Lina Calandra ci siamo perse almeno due volte, troppo in ritardo per arrivare al paese vecchio abbandonato.

Marilinda Ciliberti ci fa notare che non è poi così grave non averlo potuto visitare, che tanto noi qui all’Aquila e dintorni siamo circondate di rovine. Ammetto che la sua affermazione è pertinente e giusta. E mi convinco di non salire al paese abbandonato.

Ci siamo rese conto di quanto possa essere stato difficile raggiungere con i soccorsi quei paesi, nei giorni successivi al terremoto dell’80.

Girando con la macchina per trovare il punto di incontro con Franco Arminio e il gruppo paesologico, ci troviamo davanti ad un insediamento di casette di legno (come i nostri M.a.p. – Moduli Abitativi Provvisori) in parte ancora abitati dal 1980. La bandiera italiana per la finale degli europei e le macchine parcheggiate sono gli unici indizi di vita. Antonello Caporale ci chiama proprio appena scattata la foto e risponde al nostro sgomento con un’unica frase: i soldi affamano.

romagnano al monteSono le 11:30, non gira nessuno, il paese nuovo sembra sia disabitato, sembra non esserci vita. La piazza è quel genere di «opere» che tra un po’ vedremo realizzare anche all’Aquila, tra nuovi insediamenti senza cuore e senza anima.

Mi chiedo a cosa possa servire questa piazza in un paese che ha traslocato la propria vita «altrove».

Intorno si può ammirare il paesaggio che è un incanto, ma oggi si presenta snaturato dalle più scellerate ricostruzioni. A valle insediamenti industriali.

Il territorio del cratere dopo il 1980 fu stravolto dal “sogno industriale” dei paesi terremotati irpini; oggi i “figli” di quel terremoto tentano, dopo 33 anni dal loro sisma, di riprendersi ciò che apparteneva loro attraverso Oper-A-zione, un complesso di iniziative e progetti culturalì per liberarsi dalle macerie invisibili.

Buccino e la Sagra delle Foglie

A Buccino mi sento più sicura rispetto alle scelte che ho fatto nel mio post terremoto, può sembrare strano ma è così. Mi si palesa forte anche la voglia di conoscere quel Sud che ha a cuore le proprie radici e cerca vie di riscatto, con un bel circuito animato da persone che mettono a disposizione le proprie conoscenze, magari acquisite al Nord o in grandi città, e oggi tornate per restare (forse). Franco Arminio catalizza tutto questo patrimonio umano: mi basta stare ad ascoltare, seguire il percorso di questi giovani, figli di quel terremoto. Mi faccio forza e penso a mio figlio che dovrà affrontare sfide più grandi di lui e molto diverse rispetto a quelle dei suoi coetanei che abitano e vivono in luoghi “integri”.

Vorrei dare un senso alla mia esigenza di capire.

I giovani che mi trovo davanti sono figli di un grande inganno di tanti soldi spesi male; sono figli in molti casi cresciuti nello scempio di assurde ri-costruzioni.

Devo immaginare attraverso di loro che troverò qualche risposta.

Il centro storico di Buccino è stato ricostruito. È bello, sembra solido e curato. Alla ricerca di memoria prima del terremoto dell’80, che a sua volta ha restituito altra memoria, a Buccino puoi camminare sopra a un pavimento trasparente e vedere l’edificazione originaria del paese, l’antica Volcei. Non mi rincuora il fatto che il centro in gran parte non sia ancora riabitato.

Davide Di Leo mi racconta che adesso è più comodo adesso vivere a valle del paese antico, ci sono i servizi e poi, ora, gli abitanti non riuscirebbero a rinunciare ai parcheggi

Camminare per le vie di Buccino mi fa sentire a casa, i vicoli e gli scorci mi sembrano familiari, sarà perché è la stessa terra che appartiene alla alla stessa dorsale appenninica.

Ci sono scorci che non posso fare a meno di paragonare a quelli dei borghi della mia terra; Franco Arminio suggerisce una metafora: i paesi sono come i fiocchi di neve, si somigliano tutti ma sono uno diverso dall’altro.
Sembra evidente che la mia escursione ha occhi diversi da quelli degli altri compagni di viaggio; da terremotata “novella” ho bisogno di sapere e capire, di interrogarmi su questa ricostruzione che ancora non viene completata del tutto.

Scruto nei volti delle persone di una certa età, quelle che nell’ 80 potevano avere più o meno la mia età. Più sopravvissute di me, questo è un dato di fatto, questo sento oggi, dopo la trasformazione radicale del mio quotidiano. Leggo nelle pieghe dei loro volti quella fatica che sto imparando a gestire e quell’attaccamento per me rinnovato verso una terra che ci unisce, terra di antiche storie di faglie e di antichi splendori.

Il mio scrutare e il mio sentire non si allontanano molto da altri viaggi che ho avuto la fortuna di vivere… Cuba, per esempio, dove ho tentato di “imparare a campare”. In modo diverso e per diverse ragioni, potrei comunque sentire che sono tutti luoghi dei diritti negati.

http://territoriaq.com/2013/02/25/a-scuola-di-paesologia-dallaquila/

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