Due parole sul “mio” VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA

di Sandro Abruzzese

Due parole sul “mio” VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA (prima parte)

bonito - foto david ardito

E’ il primo libro di Franco Arminio che ho letto, e quello che regalo più spesso, quando voglio che gli altri mi conoscano, sappiano da dove vengo. Vento forte per me rappresenta la narrazione cruda e lirica di una presa di coscienza: la deflagrazione delle comunità agricole italiane al cospetto della cosiddetta modernità, l’implosione lenta e silente di un mondo.
La regola della paesologia, sottolinea Arminio, è che “il mondo è paese, il paese è morto, dunque il mondo è un inferno abitato da mostri” (p XIII). I paesi oggetto d’indagine, collocati nella dimensione di un’Irpinia d’Oriente quale punto di partenza ma certamente non di approdo, riflettono la “malattia” della modernità senza filtri, quindi carne viva del mondo “com’è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione (nei paesi, al contrario delle grandi città) si mostra senza essere mascherato da altro”. (p X)
Emerge dirompente il tema esistenziale della perdita dello scopo della vita, vittime e ingranaggio di un congegno che risponde a interessi individuali, i paesani di Conza, Andretta, Bisaccia, Cairano testimoniano i diversi piani di una crisi dell’esistenza condivisa, sostituita dalla sussistenza per se stessi nel mare del benessere individuale di seconda mano: tra flutti e marosi come l’emigrazione, la persistente e atavica cattiva politica, la disoccupazione e la sfiducia collettiva, beninteso tutto ciò senza mai mitizzare la vita contadina di cui il poeta mostra di conoscere l’estrema durezza.

La prosa di Arminio si avvale di un altalenante registro che dal linguaggio colloquiale si impenna verso il lirismo attraverso una ricchezza lessicale che attinge al più largo repertorio metaforico dell’esistente (Il letargo di Andretta si chiude con questi versi: “La realtà ormai è una cartilagine delicatissima”, oppure “più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudine, una sommatoria di esistenze scoraggiate” (p 14). Anche quando passa all’elencazione di dettagli in apparenza secondari, le insegne dei pochi negozi, i manifesti funebri, i dettagli dello scrittore contengono precisi riferimenti impliciti: emblematici i manifesti funebri nel sottolineare la diaspora degli andrettesi (Angelo Acocella è morto a Pozzuoli, Michelina D’Ascoli in America, così come Francesco Acocella, altri a New York, Toronto); oppure la merceria senza insegna che vende anche i giornali, il negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe, un mercato asfittico con la sua genuina differenziazione dei prodotti su piccola scala, la scala della sopravvivenza. (p 12)


Il moto terrestre incurante di Andretta come di qualsiasi altro posto, apre un lampo che illumina un altro tema indelebile nel dna del luogo che fa dire al poeta: “Oggi è il 24 marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto (…), il 23 novembre (1980) alle sette e mezza era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.”
In “Cairano degli assenti” e “Il paese di De Sancits” emerge il problema del lavoro (una mi dice che lavora alla fabbrica di pantaloni a Conza: otto ore al giorno, seicento euro al mese) p 16. Lo sfruttamento, il ricatto, gli espedienti contrattuali, la disoccupazione che spesso fanno il paio con le velleità paesane (Antonio è disoccupato ma sfoggia la sua BMW di seconda mano).
Questi racconti hanno la forma del reportage e l’incedere del Celati di Verso la foce, ma a renderli unici contribuisce l’io narrante, che passo dopo passo aggiunge elementi al quadro della sua personalità, e costituisce il perno su cui ruota la desolata umanità dell’Irpinia d’oriente. Lo sguardo esausto e attento del protagonista rende partecipi del suo sfinimento, “una sensazione stanca, sfinita anche lei dai quarantasei anni di ansia che mi porto dietro”, dice Arminio p 22.
Insomma, Arminio-Don Chisciotte post-moderno, imperterrito sotto un cielo di carta che avrebbe frenato pure Oreste, che ha già smarrito Amleto, poeta-cavaliere errante disincantato che al contrario del mancego stavolta ha azzeccato il tempo e il luogo, infilando un fendente nell’inedito, dando luce laddove non c’è voce, usando la letteratura per la sua funzione più alta: scoprire ciò che davvero non riusciamo a dire e vedere di noi.
Colpisce la sua percezione profonda e senza sconti del circostante, la cui colonna sonora è il vento, o a volte il silenzio. La colonna sonora del suo vagare è sinestetica: un cielo terso o colmo di nuvole, i campi di grano o il sole di febbraio.
Mi fermo, per ora, con “S. Andrea: il paese come teatro”, in cui assistiamo all’esilarante girandola di personaggi del posto, e solo chi non conosce i paesi può ritenere che il racconto sia inverosimile. Poche righe affrescano la personalità di Salvatore Guerriero, del Dylanologo, il playboy Angelo, Mario lo sceriffo. (p 28)
E’ il solito sguardo lucido e ironico che ritorna in “Mattinata a Lacedonia”, dove dalla clausura del Paese sorge quel luogo di invidia e lamentela, per cui “più che nella terra del rimorso, siamo nella terra della recriminazione”. Fortuna che il vento continua a spirare sulle alture dell’osso,…lì…tra Lacedonia e Candela. p 40

Continua…

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