Micro-radio-bio-grafie

di Fabio Nigro

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Il pub ha chiuso. Quando entro Luciano sta smontando le assi del soppalco. Per stasera questo non ci sarà più, mi dice. Sul bancone chiavi inglesi e trapani si alternano a bicchieri e bottiglie. Se ti piace qualcosa, portala via, mi dice. Sopra una mensola in cima alla scaletta che portava al soppalco, ci sono dei libri, coperti di polvere ma ancora ben ordinati. Prendo questi due dico a Luciano. Ho tra le mani un piccolo libro nero di poesie dal titolo sala degli affreschi , è un libro di Franco Arminio. L’atro è la terra dell’osso di Manlio Rossi D’oria.

Ottantacinque anni fa era un bambino, cadde con la faccia nel fuoco e il fuoco non si tirò indietro.
Alcuni sono andati via dal paese perché avevano paura dei cani, mi dice la bambina.
Qui il giorno non mette mai la maschera e già dall’alba mostra le sue ossa.
La paura è arrivata a quarant’anni, era in Svizzera, lavorava in una fabbrica di formaggio. La paura è una corda senza anima, ti costringe a indossare una camicia tagliata su misura.

La paesologia è una scienza senza rete. È caduta pancia a terra il giorno in cui è nata, d’allora non si è più rialzata, è quella la sua postura. La paesologia può stare in un libro, in una foto, in un film, ma non può stare nella rete. La paesologia ha bisogno di cose finite; la rete non ha una fine. Al netto della morte non c’è paesologia; la rete vuole bypassare la morte. È questo il punto, ovviamente provvisorio.

Qui, nei paesi, la desolazione è una damigiana vuota.
Qui, nei paesi, la desolazione draga il giorno, dall’alba al tramonto lasciando un vuoto a perdita d’occhio.
Qui, nei paesi, la desolazione gode di un regime di semi-libertà, a sera si ritira dietro le porte chiuse.
Qui, nei paesi, la desolazione rassoda e conforta, ma non sempre.
Qui, nei paesi, la desolazione ha la vivacità di una rana, ma non salta: frana.

Nei paesi non è raro vedere i giorni ridursi a un intervallo tra un funerale e l’altro. Oggi, come ieri, ancora un funerale. È la quotidiana morte del paese, ma è una morte che vede la luce ogni giorno, è in questi luoghi che la scomparsa ha preso residenza. Qui la modernità non è mai arrivata, ma viviamo un tempo post-demografico.

Nel paese il silenzio ha una chimica incerta, è sempre in bilico tra il balsamico e l’acido.

Lavorava come imbianchino a Cinecittà, erano i tempi di Fellini. Un giorno nella testa la pellicola si è spezzata e ora gira lungo i confini della piazza.

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