IL NORD BIPOLARE: la cascina e la seggiovia

rita salvatore

di Rita Salvatore

Scrivo questo post a margine di una visita fatta ad alcuni margari (coloro che conducono la margheria, cioè la mandria) parenti di parenti, durante il mio ultimo viaggio al Nord. Un’escursione a Piamprato in Val Soana che ogni estate ci ripromettevamo di fare, ma che poi abbiamo sempre rimandato di anno in anno, per mancanza di tempo. Finalmente questa volta ci riusciamo e… guarda poi il caso, proprio nei giorni in cui mi trovo a leggere le pagine che Franco Arminio (2013) dedica al Sud bipolare, nella sua ultima creatura Geografia commossa dell’Italia interna (pp. 19-20).

E così, la mia gita, oltre a soddisfare l’antico desiderio di conoscere in modo più intimo la realtà delle malghe, si trasforma in occasione per riflettere sui Sud del Nord che forse al Sud non si trovano più, sui tanti Nord del Nord, sul bipolarismo che non è solo del Sud, sulla commozione che l’Italia interna sa generare, anche al Nord.
Per giungere alla cascina di Ceco e Rosalba attraversiamo alcuni paesi del Parco del Gran Paradiso e anche in questa parte dell’Italia interna i segni dell’abbandono sono evidenti. Non tanto da parte degli abitanti, quanto dei turisti montani, che evidentemente nel secolo scorso trascorrevano in massa le estati in questi luoghi. Per rigenerarsi dalla vita cittadina. Antiche insegne, scolorite dal tempo, lasciano pensare che qui un tempo la vita commerciale e comunitaria fosse molto attiva, ben più rispetto ad ora. Di un ampio ed imponente “Albergo Moderno” è rimasto solo un baretto, che neanche si capisce bene se sia ancora aperto. Degli antichi mestieri un ecomuseo.
Giunti a Pianprato, lasciamo l’auto e ci incamminiamo per un sentiero di montagna. Dopo circa 20 minuti, arriviamo al rifugio di Ceco e Rosalba. Di fronte a questo, una seggiovia. Ovviamente mai aperta. Voglio immaginare gli sciatori con scarponi e pesanti sci in spalla a percorrere questo avvicinamento, per niente breve! E per giunta in salita! In inverno. Con la neve. Opere inutili, incompiute e inutilizzabili, anche al Nord. Però intanto a Ceco non gli hanno portato la corrente in cascina, e neanche l’acqua. Ma le sue mucche continuano a pascolare lo stesso. E per il momento si “sono salvate dalle betoniere” (p. 20), come alcuni alberi del Sud. In tutta risposta, lui la corrente – quella appena sufficiente ad accendere la lampadina la sera per andare a letto – se la produce da solo con un piccolo pannello fotovoltaico. Dopo tutto, mi spiega che maggiori voltaggi neanche servirebbero, perché per il resto sono organizzati benissimo con le risorse che vengono dalla terra. L’acqua della sorgente, il legno del bosco, la frescura che viene dallo scorrere dei torrenti… Poi, la mancanza di televisione non rappresenta certo un problema… non avrebbero neanche il tempo di guardarla! Piccole fortune del Sud del Nord, che al Sud non ci sono più.

Ceco e Rosalba trascorrono in “cascina” i quattro mesi estivi, per portare in transumanza le loro mucche e altre manze. La maggiorparte vengono prese “in custodia” dagli altri allevatori, che invece preferiscono rimanere a valle per risparmiarsi la dura esperienza della montagna. Il loro salario estivo è proprio il frutto di questo lavoro di “pascolo in affitto”. Penso che se è vero che il Sud lascia i paesi sui monti per scendere a valle e girare in macchina (Arminio 2013, p. 19), questo Nord fa esattamente il contrario. Si allontana dalla valle per salire sui monti, a piedi. Qualcuno impiega anche due, tre, quattro giorni di transumanza con le mandrie per raggiungere i luoghi dell’erba estiva. I margari non fanno parte del mondo degli infermi (pp. 34-35), come la maggior parte di noi. Al Nord rappresentano quello che al Sud forse non c’è più: il poter ancora “misurare la realtà con la pianta dei piedi” (p. 35). A loro è rimasto un motivo per camminare, perché hanno i pascoli da raggiungere. E non si tratta neanche di poca cosa! La loro misurazione del mondo e delle distanze è ben diversa dalla mia e da quella di qualsiasi altro infermo. Ceco, ormai settantenne, a giorni alterni, e a dispetto di qualsiasi condizione atmosferica, si fa a piedi i suoi 700 metri di dislivello per raggiungere gli alti prati del Bec (La punta del Grande Becco), dove pascolano le sue manze. Una pratica di routine quotidiana, dunque… e non una escursione impegnativa, come sarebbe considerata nella valutazione inferma della realtà.
I racconti di questi margari commuovono, in senso paesologico-arminiano. La loro vita, così piena di vita e di movimento, commuove. Riesce a mettere in moto l’anima (almeno quella!) di qualche infermo. Le loro attività così dense di sapere commuovono. I loro abiti appesi su una tavola, espressione del lavoro quotidiano, commuovono, e commuove anche la loro ricetta della grappa alle pigne. Commuovono le figurine dei calciatori (un Beppe Signori da giovanissimo, e un Roberto Baggio col codino…) appiccicate da quasi trent’anni sulla dispensa, unico suppellettile in fòrmica. Tutto il resto è di legno e pietra. E il legno “con i buchi e con i tarli è [veramente] l’anima” (p. 5) del loro rifugio. Attraverso le tavole del tetto filtra la luce del sole e da quelle del pavimento sale il calore della stalla sottostante.
Dal latte appena munto, che batte contro il legno, si genera il burro. È lui il vero principe della dieta alpina e anche il maggiore oggetto di obolo/baratto tra margari, tra loro e i valligiani, tra parenti e amici.
Se dovessimo pensare alla vita di malga come un triangolo, alla sua base ci sarebbero pietra e legno, ma al suo apice ci sarebbe senz’altro l’acqua. Acqua che sorge, acqua che riaffiora, acqua che raffredda, acqua che lava, acqua che conserva. Di fatto, l’individuazione del luogo dove costruire la cascina è strettamente connessa alla possibilità di reperire acqua nelle immediate vicinanze. Sull’acqua che risorge dal terreno si edifica il crutin (il frigorifero di quando il frigorifero ancora non c’era). Qui, sul rivolo che scorre, si lascia raffreddare il tesoro più prezioso delle malghe: il latte appena munto. Che si trasformerà in burro, in ricottine fresche, in brus, e in toma. Il crutin è il dominio incontrastato delle margare. Sono loro le vere depositarie del sapere connesso alla produzione di formaggio. Rosalba è stata pazientissima, e orgogliosa allo stesso tempo, nel soddisfare tutte le mie curiosità.
Finito il pranzo al gusto di pigna alpina, Ceco era già a far fieno. Con lui ad aiutarlo (sul serio e non per gioco) suo nipote, di appena 10 anni. Qui la cultura della malga non ha risentito del “complesso del cafone”. Cosa che invece è successa a quei contadini del Sud che hanno preferito diventare la caricatura degli “industriali” del Nord. Questo Nord le sue vacche non ha voluto venderle. Forse per questo motivo le valli non sono state del tutto vittime delle “rapine piemontesi” (p. 19). E così le generazioni si sono susseguite passandosi il testimone con grande senso del rispetto e senza salti troppo bruschi. Anche questo, in fondo, è uno dei tanti Sud che al Sud non ci sono più. Nel frattempo, mentre il “Sud guarda al Nord” – e magari ci va anche per insegnare (p. 20) – il Nord guarda al Nord, ma senza guardarsi troppo dentro. Forse sa che scoprirebbe tutti i suoi tanti Sud?!

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3 thoughts on “IL NORD BIPOLARE: la cascina e la seggiovia

    • Grazie Teresa e Diogene-senza-l’anima! La vita che si svolge in queste valli piemontesi, i ritmi di lavoro, le relazioni tra i margari, i rapporti intergenerazionali, il contatto con la terra, l’oculatissimo utilizzo delle risorse e tanto ancora hanno veramente “messo in moto” molte delle mie rappresentazioni sul Nord…

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