Ipocondria, paesologia, poesia, politica

di Francesco Ventura

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1. L’angustia e l’ampiezza
Alla lettera è “studio dei paesi”. Si sa però che la Paesologia non è una disciplina. È un nome coniato per indicare qualcosa che ancora non lo aveva. Per adesso ci si può contentare di una sintesi: la parola indica un percepire la mutevole molteplicità delle relazioni col corpo immerso nell’incombenza della morte. Trova perciò nutrimento nella più angosciosa delle paure: il terrore dell’annientamento. Un senso del morire portato in luce dal popolo greco quasi duemilacinquecento anni fa e divenuto universale.
Ma perché poetare la paura della morte proprio nelle relazioni paesane? Forse perché l’artista che la va testimoniando abita un paese da quando è nato? O perché si continua a declinare in varie forme la “questione meridionale”? E insieme perché in ogni dove il Sud è l’eterna vittima sacrificale del Nord? Oppure perché l’estendersi di immensi agglomerati urbani ha provocato una commozione geografica, lasciando i paesi nella desolazione? O ancora, perché il culto contemporaneo del patrimonio si commuove alla vista dei borghi incastonati in un paesaggio colmo di tracce di ciò che non è più?
Se il senso di “paesologia” non lo si risolve nelle molteplici suggestioni che la brillante invenzione poetica suscita, allora lo si deve ricercare nelle più remote radici della parola “paese”. Un modo per mettere in luce la non contingenza della relazione serenamente tragica tra ipocondria, paesologia, poesia e politica.
Quella “festa dell’intelligenza” che fu Giovanni Semerano, andando oltre l’immediata derivazione da pagus, “villaggio”, vede le radici di “paese” in parole come paco, “pacificare”, “stringere un patto”, e in altre che rinviano a “rete a maglie strette”, o a ciò che è “angusto” e “conclusivo” [Le origini della cultura europea, vol. II Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee. Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 499-500].
Un senso duplice, frequente nel linguaggio. Da un lato la volontà di pacificazione – che va tenuto presente è scopo di tutte le guerre – è il tentativo di porsi al riparo da lotte mortifere e da catastrofi naturali. Dall’altro, l’angustia vincolante delle relazioni sociali e spaziali, propria dei luoghi serrati, che è implicata da ogni forma di sicurezza. La libertà riduce la sicurezza e viceversa.
Il poetare di Arminio sembra testimoniare il senso remoto di “paese”: «Matera […]. Qui non ci sono case sparse, tutto è connesso e intrecciato […]. Case piccole come cellette d’api […]. Città ipnotica in cui circola un’atmosfera antica nella quale ancora un po’ si può guarire andando dietro il paesaggio, disonorando la civiltà dell’ampiezza» [F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano 2013, p. 85].


Non tutte, ma molte parole hanno il contrario. L’angusto va contro l’ampio. Se si dà valore a un senso si discredita l’altro. Il medesimo poeta testimonia il valore appena disonorato: «Il silenzio è molto ampio. Si sta comodi dentro il silenzio di questa terra. A parte il centro di Potenza, in Lucania si sta larghi. Non ti muovi mai sulla carta millimetrata, come accade nella Costiera amalfitana. Sono rimasti in pochi e quelli che ci sono hanno un fondo di timidezza. Sembra che ognuno sia finito in un suo fossato. I paesi lucani si guardano da lontano» [idem, p. 90].
Parrebbe una contraddizione, sia pur poetica. Ma non lo è, se si tiene presente la connessione tra paesologia e ipocondria. Il terrore della morte lo si può ricondurre al decesso delle relazioni. Ogni scomparire di cose è annientamento della relazione che con esse s’era stabilita. E ogni accendersi e spegnersi di relazioni, è un nascere e un morire di tratti della propria identità e insieme un permanere nel ricordo selettivo cui danno sostanza le arti, dunque anche, e in posizione eminente, la poesia.
Nella dimensione delle relazioni sociali, inseparabili da quelle tra i corpi in cui consistono i luoghi, l’annientamento si manifesta in una duplice contrastante forma: l’estrema angustia e l’illimitata ampiezza. La prima riduce la molteplicità a un’unica stringente, immobile relazione. L’identità della morte annientante. Il cadavere è un corpo di cui si dice che riposa in pace, in quel «suo fossato» che è appunto il paese del poetare paesologico. La seconda, l’ampiezza illimitata, rende impossibile il relazionarsi. La dilatazione delle distanze fa venir meno il limite dell’altro, riducendo a un nulla la propria identità.
Il terrore di cadere completamente in ciascuna delle due forme di annullamento muove l’agire paesologico. Tenersi al riparo dalle due forme estreme di pericolo mortale, implica un oscillante peregrinare tra le diverse angustie e ampiezze, offerte dalla complessa geografia del nostro tempo. Una molteplicità che può essere ricondotta a quattro forme principali: i paesi, il loro paesaggio, gli estesi agglomerati urbani e la rete telematica mondiale o “cyberspazio”.
L’esodo di massa dai paesi è stata una fuga senza ritorno, se non talvolta per morirvi, da un’antica angustia. La copiosa emigrazione ha prodotto un’angustia nuova, andando a infittire una sempre più estesa agglomerazione di luoghi urbani giustapposti nei vari angoli del mondo. L’angustia si va ingrossando e a un tempo scioglie i legami della tradizione paesana. Nella grande massa si può essere indifferenti al vicino, ingnorare il saluto del passante e insieme sperimentare in rapida successione nascita e morte di relazioni sempre più effimere, talvolta infide e più pericolose d’una volta, perché meno prevedibili. È forse questo quel tratto del nostro tempo che il poeta chiama «autismo corale». Non c’è peregrinare, non si oscilla. L’identità affoga nell’inflazione delle relazioni, che si vanno così svalutando. È faticoso ritagliarsi un luogo di pausa e di ampiezza in uno spazio in cui la densità si perde a vista d’occhio.
Il luogo è un limite. È il primo limite immobile del corpo contenente, dice Aristotele nella sua insuperata speculazione [Fisica, Libro IV]. La crescita indefinita della potenza tecnica va oltrepassando ogni limite tradizionale. Il settore telematico dell’apparato scientifico tecnologico avvolge in una rete sempre più fitta l’intero mondo. Il World Wide Web incrementa, come mai prima, il potere di condividere il tempo, di spegnere e accendere con grande rapidità una molteplice varietà di relazioni sociali, per lo più prive di volti se non fotografici, senza costringere a condividere il luogo.
La Paesologia attraversa questi vari livelli geografici, questi diversi luoghi del relazionarsi. Dal paese percorre l’ampiezza dei paesaggi, fende le densità urbane e giunge a penetrare le intricate maglie oltre ogni luogo della rete telematica planetaria. Diffondendosi nel web attrae da ogni dove gioiose comunità provvisorie, del tutto aperte, in quei luoghi angusti che sono i paesi. I loro stretti spazi sono oggi capaci di accogliere le temporanee associazioni umane anelanti un «umanesimo delle montagne» e donare a ciascun partecipante un senso di stupore liberatorio, perché svuotati dall’esodo masssicio degli antichi abitanti, che a loro volta li costruirono per lenire il loro dolore della morte e che poi hanno dovuto abbandonarli per la medesima paura.
Prendono così forma, per sciogliersi dopo qualche giorno, i raduni, le scuole e i festival paesologici, dove affluisce una varia umanità, da Arminio attratta poetando, e invitando i partecipanti a poetare a modo loro questo pendolante peregrinare tra ipocondriache chiusure e aperture.
La poesia è produzione (poiesis). Ogni arte e tecnica mira a produrre il fine che le è proprio. Ma tutte, da sempre, concorrono allo scopo ultimo della sopravvivenza, che è la massima felicità, tenendo lontano il dolore della morte. Le arti esprimono la volontà di mantenesi nell’equilibrio precario dell’adesso, che sta tra il passato del ciò che non-è più e il futuro del ciò che non-è ancora. Le opere delle arti e delle tecniche tentano di compiere un simultaneo duplice miracolo: mantenersi in relazione con le cose felici cadute nel nulla del passato e progettare la relazione con le cose felici non ancora emerse dal nulla del futuro, escludendo quelle infelici e infauste, in specie la più infuasta: l’annullamento.
2. Violenza cruenta e violenza incruenta
Se la morte è inevitabile e si è certi che sia un cadere nel nulla, la volontà di porsi al riparo dal dolore esercitando arti e tecniche è violenza, perché è volere l’impossibile. Nell’esperienza si considerano per lo più violenti solo gli atti cruenti. Cruens è il “sangue”. Non si è portati a pensare violento l’atto non saguinario, perché non provoca lesioni corporee. La poesia è forse la più incruenta delle volontà di potenziamento e conservazione. La pesia non fa scorrere il sangue fuori dai corpi, fa tremare il cuore.
Un’invetarata tradizione colloca la politica al vertice delle tecniche (Platone, Aristotele, e il pensiero greco nel suo insieme, fino ai nostri giorni). È quel sapere pratico che ha la capacità di orientare la molteplicità dei saperi, delle tecniche e delle arti, subordinando i loro specifici fini al perseguimento dello scopo supremo: il bene della polis, ossia la felicità, non solo del singolo, ma di un intero popolo (o “bene comune” o “interesse gnerale” o “pubblico interesse”). Perciò Aristotele qualifica la politica “architettonica in massimo grado” (arché téchne, comando e principio ordinatore dell’insieme delle tecniche quale mezzo per il perseguimento dello scopo supremo). Sta qui il senso più proprio della celebre difinizione di Max Weber, già pensiero centrale di Hobbes: lo stato è “monopolio della violenza” e perciò è violenza “legittima”.
In tutta evidenza è una declinazione del pacificare, dello stringere un patto ferreo, rachiusa – come s’è visto – nella parola “paese”. Tra le sue forme contemporanee, lo stato costituzionale e democratico è il tentativo di tenersi stretti il più lontano possibile dalla violenza cruenta. Si ha democrazia – questo il pensiero a esempio di Einaudi – quando una maggioranza cospicua preferisce contare le teste piuttosto che tagliarle. Nella consapevolezza, però, che tutto ciò che è preferibile può non essere preferito. Per cui anche la democrazia ha bisogno di violenza cruenta per difendersi da chi non la preferisce e, insieme, è tecnica che può essere utilizzata da chi intende abbatterla.
Se si pensa alla «poesia» come «una politica possibile» nello «scenario» della «modernità», allora certo che la «vicenda» della «fragilità» propria della paesologia «si complica» e «dà ai nervi» [F. Arminio, Geografia commossa…, op. cit., pp. 3-4]. Sconcerta che la politica si mostri oggi fragile «perché è o dovrebbe essere un’elaboraziobe collettiva» [ivi], mentre
«non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene insieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e attorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate […].
La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potene tra le parole e le cose. […]. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare» [ivi].
Emerge qui il dominio più vistoso del nostro tempo. Quello del denaro, rappresentante di tutte le merci e della mercificazione dilagante. Ossia del mercato dominato dal capitalismo il cui scopo primario, che tende a subordinare a se ogni altro fine, è il profitto.
Il denaro è una potente tenica, nota fina dall’antichità, di scambio delle merci. Ma è nella logica del rapporto mezzi/fini che il mezzo tenda a rovesciarsi in scopo – proprio perché potente, dunque che dà potenza a chi lo possiede e lo sa meglio usare per il proprio fine.
«Non abbiamo nessuna religione che ci tiene uniti» scive Arminio. Riflettiamo e sciogliamo la sintesi poetica: vanno inesorabilmente tramontando le religioni tradizionali fondate sulla fede nell’esistenza di una realtà eterna soprasensibile. Nella tradizione si aveva fede che questa realtà garantisse il perseguimento della moleteplicità dei fini individuali e sociali, tramite le diverse arti e tecniche, unificandoli e subordinandoli a quel “bene comune” che era tale nella vita mondana in quanto conduceva alla vita eterna dopo la morte. Uno scopo supremo, quindi che non è prodotto dalla tecnica, che è divino e perciò s’impone a tutti in forza di se stesso (ovvero di fede, in quanto gli si dà credito).
Il tramonto degli immutabili metafisici e teologici – di cui il pensiero degli ultimi due secoli, a cominciare da Giacomo Leopardi, ha mostrato la necessità e l’inevitabilità – ha lasciato campo libero alla potenza tecnica. Lo scopo supremo, unificante e subordinante ogni altro fine, è il potenziamento illimitato della capacità tecnica di realizzare scopi. Qualsiasi scopo, senza più limiti di principio – regligiosi, metafisci, morali, etici, politici – se non contingenti, ma sempre tecnicamente oltrepassabili.
Nella contingenza dell’oggi si può dire, a esempio, che «a ben guardare, c’è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca» che «– coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso» [Giorgio Agamben, Se la feroce religione del denaro divora il futuro, in La Repubblica, 16 febbraio 2012]. Ben presto – questa è «la tendenza fondamentale del nostro tempo» [Emanuele Severino, Il Destino della tecnica, Rizzoli, Milano 1998] – dovremo dirlo dell’apparato scientifico tecnologico nel suo insieme, ossia della Tecnica (inclusa ogni forma d’arte). Non sarà più la Politica a governare la Tecnica, ponendola come mezzo per perseguire i suoi scopi ideologici, ma quest’ultima a subordinare la prima alle necessità del proprio potenziamento.
La razionalità scientifica, che oggi guida la Tecnica, è consapevolmente ipotetica, dunque smentibile. È anch’essa una forma di fede, ma non pretende porsi in relazione a una qualche verità rivelata. Perciò sa che non può garantire nulla. Il Paradiso della Tecnica verso il quale tendiamo lo si può perdere da un momento all’altro. Il che, a ben riflettere, lo rende il peggiore degli inferni.
Non lo si sospetterebbe – probabilmente nemmeno Arminio – ma è proprio in forza della tendenza al dominio della Tecnica che «una politica possibile è la poesia». Occorre però cercare di determinarla. Il rischio maggiore che corre la poetica paesologica è di farsi movimento o, peggio, progetto politico, ossia acquistare senso ideologico. Sarebbe la sua morte e un sicuro disastro.
La crescita della potenza tecnica è insieme, e inevitabilmente, potenziamento della violenza cruenta. La tecnica in sé e per sé è neutra. Il pericolo è costituito dall’uso ideologico della tecnica. Nella consapevolezza, però, che non si dà tecnica senza scopi ideologici che la pongano come proprio mezzo, e non si dà scopo ideologico senza ordinamento e potenziamento della tecnica.
Quanto più un progetto politico è grandioso e insieme riesce a divenire fede apodittica di massa, tanto più determina il potenziamento e l’uso fanatico dell’enorme potenza tecnica del nostro tempo, scatenando la violenza cruenta. L’esempio più significativo e tragico è il progetto nazista del Terzo Reich finito in un bagno di sangue mondiale. Se si vuol tentare di tenersi lontani dalla violenza cruenta e dall’uso fanatico della tecnica, inclusa la poesia, si deve conoscere e tener ben presente questo terribile modello negativo.
È una parabola del rapporto tra tecnica e politica e del loro differente destino. Lo scopo del nazionalsocialismo, ossia la realizzazione di un ordine mondiale della società e dei luoghi abitati su basi razziste, intende escludere, subordinandoli al proprio perseguimento, ogni altro scopo, utilizzando tutta la potenza tecnica disponibile. La tecnica, mentre va realizzando concretamente lo scopo nazista, gli toglie la pretesa esclusività, portandolo al disfacimento. La vittoria degli alleati, ossia delle democrazie liberali, in specie statunitense, e del comunismo sovietico, non è dovuta a un superiore valore morale di questi scopi politico ideologici – peraltro a loro volta nemici mortali e destinati anch’essi a declinare, quello sovietico è già da tempo declinato – ma alla maggior potenza bellica che riescono a mettere in campo nella contingenza rispetto a quella che riesce a sviluppare e a impiegare il nazionalsocialismo.
Elias Canetti, indagando il “potere”, uno dei temi centrali del suo pensiero, ha esaminato la figura di Hitler, avvalendosi soprattutto della testimonianza di Albert Speer [E. Canetti, Potere e sopravvivenza, Adelphi, Milano 1972, vedi il capitolo: Hitler secondo Speer]. Albert Speer è l’architetto del Reich hitleriano. Le sue Memorie [A. Speer, Le memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano 1979] sono una lettura illuminante. Incarna, per quel che qui si sta dicendo, alla perfezione il ruolo della tecnica. E, si deve aggiungere e porre in rilievo, che è esattamente l’architetto prefigurato da Leon Battista Alberti nel De re aedificatoria. Senza la Tecnica, dunque senza l’Architetto, la politica è impotente.
E Primo Levi richiama con forza l’attenzione pensiero «funesto» di Hitler, al quale la sua tragica azione politica è rimasta fedele fino alla fine:
«Nel mio scaffale, accanto a Dante e Boccaccio, tengo il Mein Kampf, la «Mia battaglia» scritta da Adolf Hitler molti anni prima di arrivare al potere. Quell’uomo funesto non era un traditore. Era un fanatico coerente, dalle idee estremamente chiare: non le cambiò né le nascose mai. Chi aveva votato per lui aveva certamente votato per le sue idee. Nulla manca, in quel libro: il sangue e il suolo, lo spazio vitale, l’ebreo come eterno nemico, i tedeschi che impersonano «la più alta umanità sulla terra», gli altri paesi considerati apertamente come strumenti per il dominio tedesco. Non sono «belle parole »; forse Hitler ne disse anche altre, ma queste non le smentì mai» [P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, p. 135].
Insieme alle Memorie di Speer, la Battaglia di Hitler è una lettura fondamentale. Il Fürer incarna lo scopo ideologico della politica. Vede le religioni tradizionali al tramonto e trova nelle teorie razziste moderne la «fede apodittica» capace di unificare e rendere il popolo tedesco fanatico combattente, implacabile costruttore del Terzo Reich mondiale. Ma per ordinare la società nazionalsocialista e configurare il suo spazio ha bisogno di possedere e usare la potenza della Tecnica incarnata da Speer, fino a nominarlo, negli ultimi anni di guerra, Ministro degli armamenti, ossia il numero due del regime. Anche in quest’ultimo compito tecnico Speer si distingue e riceve il massimo riconoscimento proprio dal nemico:
«Il quartier generale americano stava raccogliendo informazioni sugli effetti dei bombardamenti alleati. Mi dichiarai pronto a fornire queste informazioni […]. Il generale F. L. Anderson, […] mi ringraziò cortesemente per la premura con la quale avevo voluto tenermi a disposizione, e per altri tre giorni esaminammo sistematicamente tutti i vari aspetti della guerra aerea […]. Nella nostra «scuola superiore di guerra aerea» regnò, anche nei giorni seguenti, un’atmosfera quasi cameratesca, che ebbe però ben presto termine quando la colazione a base di champagne tra Göring e il generale Patton mise in allarme la stampa mondiale. Ma prima che ciò avvenisse il generale Anderson aveva espresso nei miei riguardi il più insolito e lusinghiero complimento di tutta la mia carriera: «Se avessi conosciuto prima i risultati da lui [Speer] ottenuti, avrei concentrato tutta l’Ottava Flotta aerea per mandarlo sotto terra». Quella Flotta aerea era composta da duemila bombardieri pesanti. Fu una fortuna quindi che i miei successi gli siano stati noti troppo tardi» [A. Speer, Le memorie del Terzo Reich…, op. cit., p. 584].
Emerge qui in piena luce il senso che, tra il crepuscolo dell’antichità e gli albori della modernità, Leon Battista Alberti conferisce all’architetto. Nel Prologo del De re aedificatoria si può leggere una poderosa apologia dell’edificazione e dell’architetto che ne detiene il sapere. Senza muri e tetti non può esserci alcuna forma di società. L’edificazione, e non altro, è causa dell’unione degli uomini. Perciò all’architetto dobbiamo riconoscenza – scrive Alberti –, non solo perché fornisce un sicuro e accogliente riparo, ma per i suoi innumerevoli ritrovati di indubbia utilità sia pubblica sia privata. Di tutte le arti, l’Architettura (quindi non più come da tradizione la Politica) è l’unica capace di unificare i fini particolari delle altre orientandoli verso la felicità del singolo e dell’intera comunità.
L’architetto – continua Alberti – sa edificare il focolare domestico e i luoghi per la salute: viali da passeggio, piscine, terme e simili. Così pure i mezzi di trasporto, i forni, gli orologi e i mezzi per condurre in superficie le acque sotterranee. Edifica monumenti, santuari, templi, luoghi sacri in genere. L’architetto apre le strade per ogni luogo della terra mediante il taglio delle rupi, il traforo delle montagne, il livellamento delle valli, il contenimento delle acque marine e lacustri, lo svuotamento delle paludi, la costruzione delle navi, la rettificazione del corso dei fiumi, la costruzione di ponti e di porti, favorendo in tal modo gli scambi commerciali tra i popoli. E inoltre:
«Si aggiungano le armi da lancio, gli ordigni bellici, le fortezze, e tutti gli strumenti utili a conservare e a rafforzare la libertà della patria, patrimonio e vanto della comunità, e ad estenderne e consolidarne i domini. È anzi mia opinione che, se si indaga da chi siano state sconfitte e costrette alla resa, fin dai tempi più antichi, tutte le città che in seguito ad assedio pervennero in mano del nemico, si vedrà che ciò si dovette all’opera dell’architetto. Giacché gli assediati potevano ben farsi beffe dell’esercito nemico; ma non era stato possibile resistere a lungo all’ingegnosità dei ritrovati, alla mole delle macchine, alla violenza degli strumenti balistici, con cui l’architetto li aveva molestati, oppressi, schiacciati. D’altra parte accade di solito che gli stessi assediati stimino opportuno chiamare in aiuto, per la loro sicurezza, le arti dell’architetto. Se poi si richiamano alla memoria le campagne di guerra condotte in passato, risulterà probabilmente che le vittorie vanno attribuite in maggior numero alle arti e alla valentia dell’architetto che alla guida e agli auspici del comandante; e il nemico più frequentemente fu sconfitto dall’acume dell’uno senza le armi dell’altro, che dal ferro di questo senza l’intelligenza di quello. Inoltre l’architetto – e ciò importa più di tutto – è in grado di conquistare la vittoria con scarse truppe e senza subire perdite […].
È infine opportuno rilevare che la sicurezza, l’autorità, il decoro dello stato dipendono in gran parte dall’opera dell’architetto; per merito suo possiamo trascorrere il nostro tempo libero in modo piacevole, sereno e salutare, e impiegare le ore di lavoro in modo proficuo e dando incremento alla nostra sostanza: vivere insomma dignitosamente e fuori dei pericoli. Considerata pertanto la gradevolezza e la leggiadria straordinaria delle sue opere, la loro necessità, il giovamento e la comodità dei suoi ritrovati, e l’utile che ne traggono i posteri, è innegabile che l’architetto merita onore e stima come uno dei maggiori benefattori dell’umanità» [L. B. Alberti, L’architettura, trad. di G. Orlandi, introduzione e note di P. Portoghesi, Edizioni Il Polifilo, Milano 1989, p. 7].
Tra Hitler e Speer si consuma un matrimonio d’interessi perfetto. L’uno, lo scopo ideologico, usa l’altro, la Tecnica. E, viceversa, la Tecnica usa lo scopo politico ideologico per potenziare se stessa. Riducendolo a proprio mezzo di potenziamento, la Tecnica porta lo scopo politico al tramonto. Hitler rimane fedele al proprio scopo e muore. Ma prima di morire pretenderebbe distruggere il popolo tedesco che non si è mostrato all’altezza del compito affidatogli dalla natura di «più alta umanità sulla terra» e perciò ordina l’annientamento dell’intera capacità produttiva della Germania. Speer si oppone e si adopera per salvarla. Nel processo di Norimberga, Speer sarà l’unico gerarca a non essere condannato a morte, ma solo a vent’anni di carcere.
Oggi la Germania, si dice, è la “locomotiva d’Europa”. Circa mezzo secolo dopo il bagno di sangue del Terzo Reich i dirigenti dell’Unione Sovietica hanno risposto al dilemma in cui vengono a trovarsi tutti gli scopi politico ideologici di fronte alla Tecnica, che hanno creduto di usare come mezzo, nell’altro modo possibile, ossia abbandonando il perseguimento della società comunista per assumere quale scopo il mantenimento e potenziamento dell’apparato tecnico scientifico, in specie quello bellico costituito dall’armamento nucleare. Perché l’uso logora il mezzo. Lo scopo, tenuto fermo, limita il potenziamento dell’apparato scientifico tecnologico. La Russia resta la seconda potenza bellica mondiale. Perciò, in competizione, non più strettamente ideologica, ma di potenza, continua a governare il mondo in diarchia con gli Stati Uniti d’America.
3. Poetare e legiferare
Quale senso può avere l’accostare la tecnica poetica a quella politica in una dimensione di violenza incruenta? Per tentare di rispondere bisogna chiedersi cosa fanno i poeti e cosa fanno i politici e se hanno qualcosa in comune.
I poeti scrivono poesie e i politici leggi. Comune è la scrittura. Tuttavia i primi percepiscono e scrivono col proprio corpo, mentre i secondi delegano quasi sempre i burocrati, costretti come sono a impegnarsi nel possesso e nell’uso dei mezzi di comunicazione per poter parlare alle masse di cose che per lo più non conoscono, ossia devono ridursi a dire «stronzate», ma fondamentali per la conquista del consenso elettorale [Harry Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, Milano 2005].
La qualità dei testi legislativi va peggiorando di anno in anno. Sono troppo lunghi e prolissi, spesso incoerenti, la gran parte dei cittadini non è in grado di comprenderli, né si avrebbe tempo di leggerli. Tengono insieme fini tra loro incompatibili voluti dalle diverse ideologie in lotta. L’apparato burocratico li registra e li compone nella sua lingua subordinandoli al proprio scopo: l’accrescimento del potere degli uffici. Ma la cosa più grave, soprattutto in Italia, è che il numero delle leggi è in costante aumento. Si vanno accumulando e giustapponendo senza limiti. Stiamo affogando in un’inflazione normativa. Nessuno ha ancora saputo affrontare in concreto, con metodo e buon senso, il problema dello sfoltimento. È un progetto politico elettoralmente inappagante. Non è stato nemmeno possibile fare una stima attendibile di quante siano le leggi: 35.000, 50.000 o 150.000? Non si sa! La Francia ne ha 10.000 e la Germania 8.000. Averne troppe è come non averne. Viene meno la certezza del diritto. Le conseguenze per la qualità della vita individuale e sociale sono molto più gravi di quel che si possa pensare.
Il poeta capace sa compiere sintesi mirabili. La poesia è la massima espressione dell’arte di scrivere. Il bravo poeta, affiancato dal bravo giurista, può dare un contributo prezioso alla qualità e brevità dei testi legislativi, rendendoli chiari e comprensibili a tutti. Potrebbe inoltre contribuire alla semplificazione dell’ordine giuridico riducendo all’essenziale il numero delle leggi e conferendo al sistema una serena logicità.
La poetica paesologica in politica non dovrebbe proporsi leggi paesologiche, ossia secondo un qualche supposto credo e progetto paesologico. Non dovrebbe contribuire a incrementare l’inutile e dannosa inflazione legislativa. Ma conferire ai testi di qualsiasi legge l’armonica eleganza e l’efficienza percettiva di cui la paesologia è capace.
Se «Quel che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare», allora è dall’apparato legislativo che occorre iniziare. Poi sì – seguendo sempre Arminio – «Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che vi fa viaggiare più lentamente verso la morte» [F. Arminio, Geografia commossa …, op. cit., p. 4].
Questo verso sembra auspicare il passaggio, «politico e poetico», dalla Tecnica Architettonica, che tende più d’ogni altra alla violenza cruenta, alla Tecnica Poetica, che tende a quella incruenta: non costruire altri «muri» e «tetti», ma «il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa» e così «viaggiare più lietamente verso la morte».
Ci si può riflettere. Continuare a riflettere e tentare di sperimentarlo questo passaggio con esercizi vari di paesologia. E insieme stare in serenità a guardare che succede!
La riflessione potrebbe iniziare indagando sul senso di fondo delle norme che hanno forza di legge politica. Caduti i limiti tradizionali, la progettualità del nostro tempo, ossia la volontà di potenziare la capacità di realizzare scopi, non ha freni di principio, ma solo contingenti. Si continua però a pensare la politica come il luogo sociale dove i progetti dei vari proponenti in competizione (partiti, movimenti, categorie sociali, ecc.) incontrano il potere capace di realizzarli o, come spesso si dice, la “volontà politica” di “portarli avanti”. Ciò soprattutto quando i progetti perseguono scopi primari che vorrebbero escludere altri fini subordinandoli al proprio, perché considerati modelli di società alternativi.
Se matura la consapevolezza che la crescita illimitata della potenza tecnica va togliendo ogni pretesa di esclusività a qualsiasi scopo diverso da quello che la Tecnica ha in sé stessa, ossia il proprio potenziamento, allora ci si può con maggior chiarezza rendere conto come simili progetti, quand’anche riescano a incontrare la politica, siano destinati solo a incrementare l’inflazione legislativa. La politica, per scopi elettorali, per necessità di consenso, ha una sempre più sviluppata capacità di registrarli, ossia di lasciarne testimonianza scritta nei modi più vari, nei più diversi e spesso inverosimili testi di legge o atti normativi retorici e prevalentemente simbolici.
La traduzione in norma di legge è la morte più sicura e immediata di qualsiasi progetto che oggi voglia essere politico in senso autentico. Le energie impiegate da coloro che li propongono per ottenerne l’accoglimento da parte dell’apparato politico istituzionale andrebbero, invece, volte a promuovere direttamente, nelle relazioni sociali, cultura, esperienze, eventi e opere, capaci di mostrare e far percepire in concreto la natura e il senso di quel progetto. Rispetto a ciò che si considera per tradizione “pubblico”, ossia appartenente e di competenza dello Stato dove il politico eletto opera, occorre molta più iniziativa “privata”.
È con i fatti, con l’esempio, che un progetto, un modo di stare al mondo, può tentare di farsi valere, ossia di acquistare valore sociale, non cercando l’impossibile imposizione per legge. Non dovrebbe tendere, anche solo inconsapevolmente, a divenire progetto di Stato o parte di esso. L’iniziativa “privata” è esattamente ciò che la poetica paesologica va praticando. Nei confronti della Politica di Stato l’azione sarà piuttosto quella di invocare l’eliminazione di ogni ostacolo burocratico normativo, ove si manifesti, alla libertà d’azione. Un bel contributo a sfoltire leggi e atti normativi, riducendo la burocrazia.
Il progettare è intento e atto positivi. La norma, qualsiasi norma, è sempre negativa. A cominciare dal quel prototipo che è il Decalogo. Anche quando ha la forma positiva “onora il padre e la madre”, significa che non si deve disonorarli, non diversamente dal comandamento di “non uccidere”. In altri termini, si proibisce ciò che è tecnicamente possibile. Non certo ciò che per fede sia ritenuto l’impossibile. La volontà di imporre agli altri di fare qualcosa che non vogliono fare con norme di legge è, in specie nel nostro tempo (ma lo è sempre in qualche modo stato) una velleitaria assurdità o una violenza inaudita quando si tenta di concretarla.
Norme e atti normativi positivi valgono e hanno senso solo quando riguardano poteri di agire e operare di competenza esclusiva del medesimo apparato che li emana. Un esempio eminente per lo Stato è la cosiddetta “Legge finanziaria”.
Come s’è detto, nel pensiero del nostro tempo l’incremento della volontà di porre e tentare di perseguire scopi non riconosce più limiti di principio. Due sono le maggiori conseguenze. Che nessun scopo della tradizione etica può sperare di divenire unificante e perciò scopo primario dello Stato da imporre ai cittadini. Quando è temporaneamente accaduto si è avuto il bagno di sangue. L’unico scopo di interesse generale che possa tentare, ove vi sia una cospicua maggioranza che lo condivida, di dettare leggi ed emanare norme è quello che tenda a evitare la violenza cruenta.
È nel perseguimento di un simile scopo che trovano spazio e utilità norme negative, ossia norme volte a impedire comportamenti che, nella contingenza, siano ritenuti lesivi e limitativi della libertà degli altri. Si tratta, in altri termini, di favorire e privilegiare norme “relazionali”, finalizzate a sostenere relazioni sociali più o meno incruente tra cittadini liberi e tra questi e l’apparato statale. E non norme “direzionali”, che pretendano indicare l’orientamento verso cui tutti i cittadini debbano muoversi come sudditi.
Nella consapevolezza però, che un tale scopo non è dato e perseguito una volta per tutte attraverso la costruzione di un predeterminato sistema di norme. Si tratta di governare un processo di rideterminazione continua del sistema normativo e dell’ordine giuridico. Uno Stato, quindi, costantemente alimentato da provvisorietà. La medesima delle Comunità Provvisorie, che la Paesologia sembra essere capace di sperimentare e mostrare.

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3 thoughts on “Ipocondria, paesologia, poesia, politica

  1. Bellissimo ed interessantissimo post.
    Molte grazie a Francesco che saluto con affetto e stima.
    Un abbraccio a tutti, Gaetano.

  2. Condivido molti punti di questo post. Sono soprattutto interessato a quello che mi appare come un cardine del lavoro di Arminio: la lettura che i luoghi fanno di noi stessi…

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