diario invernale.5

scotellaro e kafka

“Il serpente nero, steso sul muro, era mio padre che mi sbarrava il passo. Tutte queste malattie di oggi sono perché hanno spogliato i boschi perché prima rimanevano soffocate nelle chiome degli alberi.”

Leggendo questo frammento di Scotellaro mi è venuto in mente Kafka. Un accostamento che mi pare di non aver mai letto negli scritti sul poeta lucano. Troppo facile ed evidente la via del “poeta della libertà contadina”. A me pare ci sia altrettanto evidente un poeta scuro, ingabbiato. E allora vado a cercare tra i suoi versi sostegni alla mia improvvisata tesi. Ecco il primo:

I topi sentono gli occhi/ quando mi sollevo a vederli./ Si muovono con gambe lunghe/ di uomo nella stanza./ Resistono perché sanno/ che anche io alla fine mi addormento/ e per loro sarà libero giuoco./ La coda è la grande ala/ che raschia e con quella/ il topo vola dai buchi/ pallottola dall’animo/ dei fucili al bersaglio./ O mio cuore antico, topo/ solenne che non esci fuori….

Ecco il secondo:

Come le mosche moribonde ai vetri/ scorrono ai cancelli i prigionieri,/ è sempre chiuso l’orizzonte.

Ecco il terzo:

Il balcone, la tempesta, mio padre un punto nero./ Mio padre un punto nero/ si mette al balcone/ a sentire la tempesta.

Ecco il quarto:

Ho le carni verdi del fanciullo battuto./ Vado coi quaderni al petto/ infilo parole come insetti,/ mi tengo la testa in altro mondo,/ non seguo più gli orari/ dell’alba e del tramonto.

Ecco il quinto:

Chi non dorme nel mare sonnolento/ delle ristoppie unite, sulle spoglie/ dei calanchi, gli abigeatari./ Scansàti alle tamerici,/ sulla sabbia accolta del fiume,/ gettano i mantelli neri,/ amano il loro mestiere, uomini sono gli abigeatari, spiriti pellegrini della notte, si cibano all’alba.

Ecco il sesto:

Nei padri il broncio dura così a lungo./ Ci cacceranno domani dalla patria,/ essi sanno aspettare il giorno del giudizio./ Ognuno accuserà. Dirà la sua/ anche la vecchia sbiancata dai lampi…

Ecco il sesto:

Nella grotta in fondo al vico/ stanno seduti attorno la vecchia morta,/ le hanno legate le punte/ delle scarpe di suola incerata./ Si vede la faccia lontana sul cuscino/ il ventre gonfio di camomilla./ È un ritratto tutto piedi/ da questo vano dove si balla.

Questi sono versi che forse dicevano molto ai grandi sostenitori di Rocco Scotellaro. Per Carlo Levi e Manlio Rossi D’oria era inevitabile leggere il poeta di Tricarico sotto la lente del loro grande magistero civile. Un magistero che non impedì a entrambi di vedere che Rocco non parlava solo della Lucania e del Mezzogiorno, ma delle angosce di una “pericolante giovinezza”.

Io non sono un critico letterario. Ho sempre letto gli autori per derubarli più che per capirli. Ora mi dispiace che non ho segnato in rosso la parola gabbia leggendo le poesie e quindi non posso citare i versi che per prima mi hanno indotto a questa suggestione kafkiana. Mi pare che in Rocco e Franz ci siano molte similitudini nel modo di sentire la lingua, di muoverla senza sollevarla, di tenerla nuda e aderente al mondo in cui si trova. Forse non conta molto il fatto che uno abbia fatto il sindaco e l’altro l’impiegato. A me sembrano gemelli. E d’ora in avanti proverò a capire da dove viene questa sensazione, magari li leggerò in parallelo, come travi di ferro dello stesso binario.

 

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