in piedi sulla frana. 4

Sarà il mio primo Natale da orfano, orfano di tutto, perfino del telefonino. Stanotte vaga in me la mia anima selvatica. Ho perduto le belle parole che uscivano ieri sera dal mio corpo spaccato. Un lungo parlare solitario ad alta voce, con parole che uscivano dalle scapole, dalla pancia. Il poeta è un vaso antico e la vita è una martellata sul vaso. Si scrive dai cocci, si prova a restaurare la figura.

Stamattina ho fame di sventura, come se la mestizia usuale non mi bastasse. E mi ha deluso perfino la perdita del telefonino. Ne avevo fatto un motivo di onore, mi ero detto che potevo perdere tutto, ma non il telefonino. E invece l’ho perso, ma sarebbe più corretto dire che l’ho lasciato evadere, mi sono scordato di controllarlo.

Ieri sera pensavo tante cose, poi due ore di sonno hanno cancellato tutto, mi ricordo l’umore che avevo, ma non le frasi che mi venivano, le parole uscivano fuori, il mio corpo aveva finalmente la sua lingua. Ogni corpo ha una sua lingua, ma quasi mai viene usata. Le persone preferiscono prendere in prestito la lingua che c’è in giro. Detto così non significa molto, gli altri sono imbottigliati dentro un’opinione, mentre ieri sera erano in un cristallo, vedevo chiaramente, o almeno mi illudevo di vedere chiaramente.

Sono le sei del mattino e c’è un’altra questione, è il sapore della mia lingua, la piccola pianura di carne che teniamo in bocca. Ho la sensazione che il mio corpo non sopporti più la mia dieta piena di dolci. Lo zucchero che si fa veleno.

Ieri sera sentivo di avere qualche sostegno, mi sostenevano le frasi che mi uscivano, sembrano bastoni. Forse le parole della poesia sono dei piccoli paracadute aperti mentre stiamo precipitando nel vuoto. Stamattina non mi sostiene niente. Pure la frana sembra ferma. Non viene alcun rumore dalle cose della terra, a parte il rumore del computer. Ho la colpa di stare sveglio nel tempo sbagliato.

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One thought on “in piedi sulla frana. 4

  1. A tenere insieme la figura trascorriamo le nostre vite, noi che abbiamo inventato astratte cose come “io” è “identità”, o simili, nel tentativo
    di riuscirci. Del resto la frase pare venire e noi al linguaggio solo a partire da un centro di emanazione che siamo allo stessò tempo noi è un luogo. A volte tiene più uno, a volte l’altro. Se non tengono entrambi pare che ci scomponiamo o ci scomponiamo davvero. Siamo sempre sulla soglia di perderci e trovarci e forse vivere è una sosta provvisoria, dolceamara, su quella soglia. Caro Franco, tornato in Irpinia, con sulla lingua un analogo sentore, ti tengo un poco di compagnia in quest’alba silenziosa che

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