imprenditori dell’impossibile

Una punta di mal di stomaco. Il braccio ieri sera un poco addormentato, l’idea di morire per il sangue che tracima nella testa. Essere sommerso dal sangue. Nel mondo non si vede il sangue, il sangue dell’albero, della pietra, il sangue dell’aria.

Sono tornato nella casa dove sono nato, sono nella casa della mia infanzia. Il paese è invecchiato senza diventare adulto. Mi piace questo paese perché conserva una sua dimensione infantile,è passato il tempo in cui qualcuno che sperava di farne un paese attivo, produttivo. Ora questo è solo un paese dove ci si può concedere la gloria di aspettare ciò che non arriva mai. Un luogo per garantirsi il fallimento, per stare al riparo da ogni forma di successo.

La casa dell’infanzia, la casa di mio padre, oste bambino, mio padre che ha cominciato a fare l’oste a nove anni e ha finito di farlo a undici. Settant’anni per farne due. Mio padre era in cerca di sventura e la sventura arrivava sempre: bastava una bottiglia rotta, un cliente che non veniva.

Nella nuova casa non c’è più mio padre e neppure mia madre e neppure mio fratello. Nella nuova casa c’è la sposa e ci sono Livio e Manfredi. La famiglia è cambiata, solo io sono rimasto tale e quale. E ho sempre quel senso di impazienza, quella sensazione di unicità ed elezione. Sentirsi esiliati dal mondo e parlare come se si fosse il mondo. Per mio padre l’osteria era il mondo, quando era fuori dall’osteria era fuori dal mondo.

Mio padre parlava spesso di un’occasione di comprare un ristorante a Torino. Sicuramente sarebbe diventato molto ricco, ma mio padre non ha mai creduto di poter lasciare la sua casa. E io sono tornato qui, dopo vent’anni in cui ho guardato questa casa da un chilometro di distanza.

Forse mio padre lontano dalla sua casa si poteva solo deteriorare. L’osteria come maledizione. Mio padre si ostinava a guadagnare in un luogo in cui il guadagno era necessariamente scarso. L’oste nel paese, il poeta nel paese: imprenditori dell’impossibile.

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