la strada del sud

metto qui un mio pezzo uscito oggi su repubblica, edizione campana.
spero che qualcuno provi a rilanciare il discorso, le idee si devono e si possono intrecciare. la mia sensazione è che a sud facciamo fatica a darci spazio, come se segnalare qualcosa di bello che ha fatto un altro togliesse spazio al bello che pensiamo di fare noi. è un meccanismo che blocca tutto. e poi c’è anche l’equivoco pubbicitario. segnalare un articolo come questo non è pubblicità, è un invito alla lotta. ognuno è libero di non lottare, ma non possiamo considerare chi lotta col sospetto che sia solo pubblicità. anche questo è un meccanismo che blocca tutto.

baci e abbracci. armin

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Quasimodo, Sciascia, Vittorini, Silone, Scotellaro, Sinisgalli. Sono solo alcuni dei grandi scrittori meridionali del Novecento che i liceali del 2000 non trovano nelle antologie scolastiche. Se mancano loro, ovviamente ci sono ancora meno speranze per figure più appartate come D’Arrigo, Calogero, Bodini, Cattafi. Insomma, il Sud che scrive ha un accesso più difficile al credito, proprio come accade nelle banche. Poi c’è chi scrive sul Sud e questa è tutta un’altra storia, perché spesso si tratta di letture fatte da lontano, letture tutte improntate alla denuncia dei nostri mali storici. Il difetto di questi libri (penso, tanto per fare l’ultimo esempio, a quello di Rizzo e Stella) è che trovano sempre quello che hanno deciso di trovare. Il Sud è fatto di piaghe, ma soprattutto di pieghe, di monti e di valli in cui spesso si nascondono storie diverse da quelle della delinquenza e degli sprechi.
Mi pare che da quando è nata la Lega Nord, anche sulla spinta degli errori delle nostre classi dirigenti, specialmente nella gestione del terremoto irpino, le regioni meridionali hanno messo la marcia indietro. Il momento è di grande difficoltà, specialmente sul fronte della disoccupazione giovanile, ma non mi pare il caso di dipingere il Sud unicamente come terra di pericoli e problemi. Abbiamo ancora grandi risorse, e dobbiamo imparare a vedere le opportunità che ci offrono i nostri luoghi. Bene fanno quelli che vogliono far presente al Parlamento Europeo le disattenzioni dello Stato unitario verso le regioni meridionali.
Chi non si scandalizza per la rimozione degli scrittori, non può non vedere le condizioni delle strade e delle scuole, oltre a quelle della sanità. È una grande vergogna che al Sud i tumori guariscono assai meno che al Nord. In una situazione del genere d’istinto a me viene da pensare alla separazione. Conosco l’obiezione: i nostri mali sono colpa delle nostre classi dirigenti. E so anche che le posizioni di chi difende il Sud troppo spesso vengono etichettate come nostalgiche. Dire che l’unità d’Italia è stata un’infamia non significa essere filo borbonici. Pensare di staccarsi da Roma non vuol dire non pensare all’Europa. Il Sud deve starci in Europa, ma stando al suo posto, nel cuore del Mediterraneo. È il momento di finirla con gli atteggiamenti mimetici: non è Milano la cosa che ci manca, siamo noi la cosa che manca a Milano. C’è più vita a Trani che ad Amburgo, c’è più vita a Salerno che a Stoccolma. E il Sud di oggi è un luogo in cui si scrive e si suona meglio che in ogni altro luogo d’Europa. Ovviamente cominciare ad ammirarci, combattere lo scoraggiatore militante che da sempre è il nostro nemico principale, non significa chiudere gli occhi sulle nostre inadempienze. E da questo punto di vista gli scrittori meridionali hanno tenuto gli occhi ben aperti su ciò che è inferno nelle contrade meridiane ma anche su ciò che inferno non è. Negli scrittori meridionali c’è la luce e il lutto, lo spirito comunitario e le pieghe più intime. Si parla tanto e giustamente di Pasolini, ma sarebbe il caso di “mitizzare” uno scrittore come Rocco Scotellaro. In lui si incrociano la politica e la poesia. Scrivere non è lezioso esercizio piccolo borghese, ma pratica rivoluzionaria, tensione che unisce la voglia di riscatto del proprio popolo e i mali dell’anima.
Dobbiamo capire che nell’era della Rete cambia tutto. Viene liquidato il novecento, viene liquidata la modernità improntata al dominio del logos e del Nord del pianeta. La Rete nel suo funzionamento ha più analogie con la mente contadina e con l’arcaico che non con la logica storicista e col principio causa-effetto. Nella Rete spazio e tempo contano assai meno. Non c’è più chi sta davanti e chi sta dietro, non c’è più il centro e la periferia. Con la Rete tornano i luoghi. E il luogo rimette in circolazione il mito e l’arcaico, rimette in circolazione il Sud.
Dobbiamo svolgere le nostre contestazioni alla politica di impronta nordista, ma dobbiamo farlo nella consapevolezza che non vogliamo stare nel loro modello, ne vogliamo fare un altro. Non vogliamo più diventare moderni come loro, non sono più il punto di riferimento. Ci interessa costruire una strada che sia solo nostra. E leggere bene gli scrittori meridionali del passato e del presente è buona cosa. La nostra strada possiamo chiamarla Nuovo Umanesimo Mediterraneo. Una strada che non è il pensiero della decrescita (ancora una volta un pensiero che viene dal Nord), è la strada del pensiero meridiano tracciata a suo tempo da Franco Cassano. In quel caso forse c’era troppa enfasi sul mare. Bisogna considerare che c’è anche il Sud dell’interno, quello che io chiamo Mediterraneo interiore.
La missione è l’intreccio, il tenere insieme paesaggi inoperosi e centri urbani, agricoltura e turismo, le ragioni dell’economia e quelle del sacro, le ragioni del fare e quelle del non fare. Il Sud dell’Italia è ancora uno dei luoghi più belli del mondo e al suo interno contiene mille facce. Abbiamo bisogno di vederlo caso per caso, casa per casa. Non c’è da vagheggiare chiusure localistiche, né da accogliere supinamente i deliri di chi ancora concepisce solo la strada della crescita. E se la globalizzazione è inevitabile, che sia almeno una globalizzazione lirica.

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6 thoughts on “la strada del sud

  1. Anch’io penso che il Sud ha grandi potenzialità che forse non sfrutta abbastanza:dalla bellezza dei luoghi.dei paesi interni e dei talenti che non vengono abbastanza resi visibili.Anche questa è volontà politica,credo.Per riscattarsi,secondo me,il Sud ha bisogno di credere in se stesso,nonostante questo processo di disistima sia stato creato da una storia dall’unità d’Italia,tutta da riscrivere.

  2. L’ha ribloggato su Parafrasando il Sude ha commentato:
    Franco Arminio ci crede fortemente… e io come lui. Il Sud ha bisogno di trovare la giusta consapevolezza di quello che può essere il suo ruolo. Un ruolo che esula dal dovere a tutti i costi scimmiottare altre realtà ma che ha bisogno di valorizzare, e dove serve riformulare, quelle potenzialità che gli appartengono in maniera autentica e attraverso un pensiero meridiano positivo.

  3. Il Sud è ricco di menti, di eventi, di luoghi, che se periferici rispetto ai centri politici e culturali dell’Italia, hanno una storia ricca ed una cultura non solo (nel caso della Basilicata) fatta dal grande Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro ma dalla poesia dissacrante di Tuccino Riviello, dalla narrativa immaginifica di Raffaele Nigro, Gaetano Cappelli, Giuseppe Lupo, dalla storiografia di Tommaso Pedio etc…… (solo per citarne alcuni). Nigro parla di letteratura mediterranea che accomuna gli scrittori del Sud, in cui si intrecciano miti, ricordi, simboli e tradizioni, collegandosi al sociologo Franco Cassano, che sostiene le ragioni di un “pensiero meridiano” in virtù del quale il Sud può riformulare l’immagine di sé: “non più periferia degradata ma nuovo centro di identità autenticamente mediterranea”.
    Franca Amendola

  4. Bello il pensiero meridiano e anche Vito teti ti cita nel suo maledetto sud. Ma la ricostruzione di una coscienza deve prevedere una sponda e un impegno politico. Dei riferimenti che in questo marasma si fa fatica a trovare. Dobbiamo unire letteratura e centri per l’impiego,pannoloni per gli anziani e istruzione. Noi gli amministratori che rovinano le nostre terre se li incontriamo deve essere per svergognarli.

  5. Amare prima di tutto il proprio paese con una mente aperta verso la cultura.
    Amare un paese significa credere che esso può essere un paese migliore.
    Nessun cambiamento positivo può verificarsi in un luogo considerato vuoto, noioso, scollegato, non amato.
    Nessun uomo o donna gonfi di ignoranza potranno mai far nulla per cambiare le cose in meglio, intendendo come ignoranza lo stupido scimmiottamento di modelli discordanti da quelli in cui ci si è impastati carne anima e sangue, del “voglio essere chiunque purchè lontano da qui” che ha generato dei veri e propri mostri di individualismo bieco.
    Tuttavia per imparare a stimare e poi amare qualcosa servono punti di riferimento, maestri, modelli. Servono i poeti e i filosofi, gli economisti dello scirocco e del libeccio. Avverto un bel fermento letterario dalla rete alle librerie, un fermento mediterraneo che va alimentato, un fuoco che arrivi al nord e bruci ogni loro velleità da primi della classe. Io ci credo e lo racconto a tutti, con fierezza!!!

  6. Buongiorno, condivido il contesto lirico poetico sposato con il civile che per la prima volta mi da una immagine del sud e del senso sociopolitico dei nostri tempi che ho sempre percepito viaggiando al sud e che penso nel profondo ; e che riesco invece ad esprimere solamente attaverso lo studio e la pratica delle danze di quella parte dell’Africa che si raggruppa in quello che l’occidente ha battezzato Mali, Guinea , Burkina Faso.
    Questo sud del mondo anche esso rappresentato anche da chi lo vuole salvare, come un abisso di povertà bisognoso di un aiuto chiaramente di sviluppo occidentale e che NON TIENE CONTO della ricchezza culturale di un popolo, che non prende neppure in considerazione ciò che questo popolo può dare a noi .
    Un mondo a parte quello che affida al gesto corporeo danzante conoscenza, comunicazione, dolore e gioia .
    Io voglio perciò ringraziare i griot africani della della ricchiezza che vogliono condivedere con noi , e anche coloro che permettono di vedere, e con le parole di Arminio di aprire uno squarcio a storie diverse, al sud che manca al resto del mondo , alle opportinità di altri luoghi , a nuove pratiche rivoluzionarie.

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