circo dell’ipocondria

nel 2006 usciva per le edizioni le lettere

circo dell’ipocondria. in fondo al libro una postfazione di valerio magrelli.

eccola.

I. Poesie

 “Scrivendo a oltranza apprendo / che la scrittura è un esodo graduale”. Questo distico potrebbe fare da emblema a un singolare autore: Franco Arminio. Nel giro di qualche anno, Arminio avrà redatto quattromila poesie, dando vita a una produzione fitta, costante, simile a quella Pioggia caudata che dava il titolo a una sezione del suo primo libro. Ciò spiega forse perché, nella stessa raccolta, si parli di un “Arminio automatico”, immaginario ordigno di scrittura, un marchingegno combinatorio a metà strada tra il fucile a ripetizione e la macchina calcolatrice.

Tanta apparente determinazione, tuttavia, non deve ingannare. Malgrado i propositi bellici, malgrado le lusinghe tecnologiche, è difficile immaginare una poesia più disarmata di questa, più scoperta, nel senso che questo termine acquista talvolta se riferito a un’esecuzione musicale. Sono tutti scoperti i suoi passaggi, come scale o arpeggi in bella vista. E la loro difficoltà risiede appunto in tale irrevocata arrendevolezza: “Ancora non avevo certi piombi. / Le donne giungevano al mio cuore / come a una piazza piena di colombi”. Questi muretti a secco si reggono sull’incastro della rima. Magari in qualche punto i sassi cedono, ma quando tengono hanno la stessa grazia che l’autore scopre nel corpo di una donna: “Altre barche hanno rapidamente / attraversato il tuo corpo fluviale. / Io vado piano, / nell’ansa larga e bassa / ammiro il paesaggio incontaminato”.

Arminio scrive sempre: pensieri, note, aforismi, disposti con pazienza su piccolissimi fogli, composti a oltranza, con accanimento e puntiglio: “Gli amanti soffiano insieme / sul fuoco delle storie”, diceva un distico che ho visto fare capolino, sempre uguale ma in compagnia di altri innumerevoli versi variabili, almeno in una dozzina di poesie. Non ha ancora scelto la sua casa (se mai ce ne sarà una), non sa ancora quale sarà il suo posto, pietra che non trova sede, mattone scompagnato. Lasciamolo così, allora, magari vicino a tanto altro materiale da riporto: “Da anni cammino dietro l’anima / che non ha ruote / che teme e desidera / e mi scuote”.

Perché bisogna farsene una ragione. Qui ogni riga è moltiplicata, alterata, spostata, in un perenne esodo. L’esigenza di stabilire una versione definitiva viene continuamente elusa, nella tranquilla attesa di una soluzione a venire: “Ogni giorno è un sonno / un’avarìa”. I versi sembrano vivere di una vita propria, cellulare, autonoma, incuranti della loro destinazione; tutt’al più consenzienti. Altrimenti detto: “L’esistenza educa le forme / ad appassire. / Dal mio nome ogni giorno / cade una lettera”. Defoliazioni. Arminio sta nel mezzo di queste vorticanti congiunzioni. E viene da pensare a Marino Moretti, alla sua straziata, sognante levità: “Nel pomeriggio amniotico / lentissime acque. / Noi minoranza degli umani / in infinito svenimento cadiamo”.

Ma lui è nato nel 1960 a Bisaccia, in provincia di Avellino, e scrive certe strofe che volteggiano in aria e tornano a incrociarsi sulla pagina. In questo interminabile shangai, le assicelle dei versi assumono disposizioni sempre nuove. Oppure: versi-mazzi di carte. Da redistribuire ad ogni mano in vista di una possibile primiera.

 gennaio 1987

 II. Filmati

 “Partire è un po’ morire. Ma qui la frase andrebbe rovesciata: restare è un po’ morire”. A tre ore di macchina da Roma, Bisaccia, un piccolo centro in provincia di Avellino, sembra distare molto, anzi, moltissimo dal suo stesso passato. A raccontarlo è Franco Arminio, autore prima, ispiratore poi, di due coraggiose iniziative. Si tratta del saggio Diario civile, uscito presso l’editore Sellino, e del documentario Viaggio in Irpinia d’Oriente, prodotto, per la regia di Paolo Muran, dalla Cooperativa Pierrot e la Rosa e dal Comune di Bisaccia.

Cominciamo dal primo. Poeta tra i più interessanti della sua generazione (risale al 1999 la sua ultima raccolta, Sala degli affreschi), Arminio cerca di interpretare “i segni di una mutazione che ha reso questi paesi organismi ibridi, obliqui, luoghi in cui reliquie di antiche e sobrie forme del vivere si confondono con gli umori necrofili delle società avanzate, e dove i giovani portano nella loro lingua, nei loro sguardi i segni di un inesorabile meticciato sociale”. Il suo volume, nato da una serie di articoli pubblicati sul “Mattino”, parla di terremoti e di discariche, ma in realtà tocca quel terremoto e quella discarica che troppo spesso, oggi, sembra essere diventata la nostra vita comunitaria.

Bisaccia era l’antico “Castrum Bisantium”, ossia “Fortezza di Bisanzio”, e dunque, almeno in origine, corrispondeva a una specie di piccola Costantinopoli irpina. Eppure, come scrisse Manlio Rossi Doria, le sue terre finirono per essere indicate come “la zona dell’osso”. La polpa stava altrove, verso le pianure. Tra le glorie passate del paese, lo splendido castello di La Rochefoucauld; tra le sue piaghe presenti, la grande ferita dell’emigrazione.

Attraverso i più vari fatti di cronaca, Arminio parla appunto di questa “infinita convalescenza”. Ecco il resoconto di una trasmissione sull’Irpinia: “Se l’ipotesi di partenza degli autori era quella di mostrare la lontananza di Bisaccia dal resto della realtà, il risultato è stato di rivelare, ancora una volta, la lontananza della televisione dalla realtà”. Ecco una nota sulla politica del territorio: “La dislocazione delle discariche segue lo stesso criterio che una volta si seguiva per gli agitatori politici: il confino”. Ecco un bilancio dei danni provocati dal sisma: “Un soffio geotermico si mosse, breve e infinito apparì l’oltraggio. Poi fu una lunga stagione di fumo, la stagione degli architetti, dei geometri, degli ingegneri. Dall’anima fredda delle loro mine è uscita fuori l’Irpinia che vediamo adesso. Salivano le scale dei comuni con mani basse ed intente ad accogliere la moneta vagante dei contributi”.

Il reportage, insomma, accoglie l’eredità del Pasolini corsaro, ma per così dire “tagliata” con l’assorta inquietudine di Gianni Celati. E la traccia di Celati, assieme a quella di Ermanno Cavazzoni, si ritrova nel mediometraggio che Paolo Muran, su testi dello stesso Arminio, ha dedicato al “territorio del fagotto”, espressione con cui si designava l’area segnata dall’emigrazione. Sono paesi, questi, “che occupano due righe nella Garzantina Universale”. Lo sguardo spazia sul grano e sulle rovine, dentro tinelli sventrati che testimoniano del passaggio “dall’età della pietra a quella della piastrella”.

Scorrono i titoli di brevi sezioni quali Pomeriggio a Conza, o Tramonto a Calitri, e ancora, Mattinata a Cairano. In certi posti, spiega la voce fuori campo, più ancora del silenzio di chi se n’è andato, si sente quello di chi non è mai venuto. Ruotano le stagioni, attorno all’asse cosmico della disoccupazione. E resta impressa l’immagine di un ballo, in una Sera d’agosto a Bisaccia Vecchia, dove un ragazzo, danzando con l’amica, passa davanti alla telecamera mostrando, sulla maglietta, una semplice scritta: “Niente, niente niente”.

 novembre 1999

 III. Prose

 Io sono tutto corpo, e nient’altro.

Il corpo è una grande ragione, una moltitudine unanime,

uno stato di pace e di guerra, un gregge e il suo pastore.

 

Nietzsche

 Quasi vent’anni dopo la prima introduzione, torno ad Arminio, rientro nel suo circolo, o piuttosto nel circo di una Ipocondria elevata a regime psico-politico. È il luogo di un piccolo Golgota profano, dove la crocefissione del proprio corpo, ormai senza più chiodi, appare “come un post it”, vale a dire un “post tutto”. In questa terza stazione si è infine compiuto il distacco fra autore e personaggio, fino alla piena conquista della terza persona. L’affermazione potrà sembrare paradossale, vista la violentissima valenza idiosincratica del testo. Ma si tratta appunto di un io che per pronunciare la propria deposizione deve adottare una maschera a costo di scegliere quella propria, e per di più mortuaria. Questa prospettiva (che verrebbe da definire postuma per eccesso di vitalità) è confermata dal tono di rivendicata, accanita recriminazione. Lo vediamo da subito, in una confessione che mette a fuoco la sistematica discrasia fra propositi ed esiti: “Arminio ha sempre cercato il cuore dell’io e ha trovato la milza”.

Più che a un laboratorio, questo continuo rovello assomiglia, per esplicita ammissione, a un’astanteria, un’infermeria del pensare e ripensare. E sui colori dell’eventuale emblema, pochi dubbi. Milza, spleen, melancolia: ergo, Nero su Nero. Sentiamo per esempio il distillato del suo livore-liquore, sorta di vero e proprio Amaro Arminio: “Arminio scrivendo fa un errore che fanno in tanti: pensa di ricavarne qualcosa, magari qualche complimento di un amico. L’idea del ricavo è un’idea ormai onnipresente nella mente delle persone. Attendersi un ricavo in denaro piuttosto che in stima non è propriamente la stessa cosa, cambia il petalo, ma la radice è la stessa. Una radice avvelenata per il semplice fatto che ce l’hanno tutti. Se ognuno, qualsiasi cosa faccia, vuole sempre ricavare qualcosa, è chiaro che il rapporto con gli altri, amici e nemici, è sempre un rapporto conflittuale. Le cose non sono più in noi ma dobbiamo prenderle da qualche parte. Vivere diventa un’attività estorsiva”.

Arminio, insomma, appare insopportabile, e per questo esemplare, innanzitutto a se stesso (non per niente, reclama a chiare lettere una medicina per dimenticarsi). D’altronde la spiegazione è nelle cose, prima ancora che nel suo torturato io. Lui chiede solo d’essere accudito, “per poter accudire qualcosa di più grande”. La pietra dello scandalo consiste nel voler essere riconosciuti come unici, a condizione, ovviamente, che gli altri non lo siano: “Passiamo davanti agli occhi degli altri senza imprimerci nella loro carne. Siamo fatti di carta da parati. Cambia il disegno. E il muro a cui siamo appoggiati”. Ma il muro, in definitiva, altro non è che l’adolescenza, il vero spazio in cui si elabora (neotenicamen-
te, direbbe Agamben), il disagio linguistico dell’essere-al-mondo: “L’anima non muore insieme al corpo, per il semplice fatto che l’anima muore molto prima, di solito a sedici anni”. Pertanto, dallo sfondo di questo cupo e al contempo ilare trattatello, fra tanti nomi evocati puntualmente come fossero i chicchi di un rosario di angoscia (“Alcuni non potendo sfondare nella vita sfondano nel-la morte”), emerge prepotente non quello di Cioran, bensì di Witold Gombrowicz e dei suoi memorabili eroi “foderati” di immaturità.

Quanto alla gloria, poi, inutile farsi illusioni: “L’eternità esiste, ma solo in forma di minaccia”.

 ottobre 2006

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