in nome del cane

di nuovo a casa. domani sono in baronia, parlo dei miei ultimi lavori a san nicola.
ho declinato l’invito a candidarmi in una lista “meridionalista” ma guardo con simpatia a tutti quelli che hanno voglia di Sud, dovunque si trovino…..
metto qui un pezzo da terracarne. il mio lavoro è scrivere. in qualche modo è anche una politica…

°°°

In nome del cane
Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non devi sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello che il paese è. Non devi fare altro.
Quelli che vengono dalle città solo per un giorno fanno sempre la stessa domanda: ma qui di cosa si vive? È la domanda di chi pensa di essere in piedi, in sella al cavallo del mondo e di poter andare alla conquista di chissà che. Il paese, se accogli la sua lingua, ti dice che devi dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della Terra.
L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è il lavoro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito da un male fraternamente incurabile. L’osservazione del territorio è fatta da un animale affratellato ai suoi pericoli, al suo sgomento.
I luoghi in cui viaggio issano la bandiera bianca. Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. È sempre stato così, ma ora abbiamo la grazia di un tempo in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà.
Adesso è il tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma.
Appartengo a questa vicenda non nella forma ormai superata di un possessore di anima e di fini, ma nell’affanno di un corpo senza padroni. Vorrei scrivere un inno silenzioso alla volontà di dimenticarsi, di dimenticare i grandi feticci dell’umano: questo silenzio conta, non il rumore che magari ancora fanno i miei residui vaneggiamenti egotici.
Non ho idee generali da spacciare, non ho sentimenti eccezionali. Racconto uno sfinimento che contiene cinismo e nobiltà, lietezza e malumore. La paesologia è una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. Ma è anche un dolore che combatte, aggirandosi senza fine nelle proprie rovine e in quelle degli altri, e lasciando agli adulti i miraggi della vita riuscita.

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