la vergine del pollino

un pezzo da GEOGRAFIA COMMOSSA DELL’ITALIA INTERNA. il libro si sta prendendo molti lettori, se li prende uno alla volta.

 

La Vergine del Pollino, un racconto

 

 

 

 

Voglio guardare
un cavallo 
una formica,
poi baciarti le braccia,
salire fino al gomito.
Il pollice fermo
come una lucertola al sole.

 

 

 

 

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che lei sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non m’irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno la settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di armadio.

Esco da casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

 

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