un paese lucano

ancora un pezzo da terracarne (mondadori, 2011)

La farfalla di pietra

Gennaio sul confine tra Irpinia e Lucania. Sulla strada poche macchine, nel cielo molte nuvole, ma sono senza pioggia, nuvole vuote, striature di grigio in un cielo sbiadito. La meta di oggi è San Fele. Ho voglia di conoscere Assunta Finiguerra, una poetessa che scrive nel dialetto del paese. Intanto guardo il paesaggio rotto dell’inverno: montagne d’argilla che fra poco inizieranno a franare, alberi avviliti.

Avanzo in questo mattino silenzioso e il paese arriva subito: è piegato tra due montagne, come due spicchi di una mela aperta, come due ali di un vecchio angelo. Fa freddo e a me fa ancora più freddo. Mi hanno detto che la poetessa è andata a Bari, intanto incontro per strada il marito cieco e la sua giovane accompagnatrice. Parlo con un signore di mezza età dei problemi del paese. Qui risulta occupato poco più del dieci per cento della popolazione. A San Fele nel censimento del 1871 c’erano quasi undicimila abitanti. Adesso sono assai meno di quattromila. Questo paese è una capitale, un’altra capitale dell’emigrazione.

Domani è la festa del patrono, in giro c’è anche qualche giovane donna. È l’animazione del mattino: si esce per il pane, per la frutta, si esce e si torna a casa, poi all’una si ferma tutto, il paese diventa ancora più chiuso. Procedo in disordine, la giornata prende luce e calore. Adesso sono a casa della poetessa. È tornata da una visita medica, le chiedo con un po’ di impudenza di leggere una sua poesia e la riprendo con la videocamera.

Ósce, trenda novembre d’u dujemile e ttré / scrive stu testamiénde esistenziale / a presenze de na trestézza bestiale / na deméneca cchiù longhe de nu mese / Lasse re ttiérre ca tenghe ngimme a lune / e cavadde janghe cu r’asscédde e piede / e i giacinde’n fiore nzine a Venere / a re mamme de magge da purtuà e figlje / lasse l’utreje mberlate d’a mende / a re cecale chešcose e candatrice / ca pònne ngiutì subbete a luvatrice / se le face nassce nu penziere scure / lasse re scarpe cu re ttacce sotte a capanévere / nghiuse ndò cunvende / accussì se chióve forte e méne u viénde se póte fà nu tippe tappe assatanate / e ppe ffenì lasse tutte re poesije / a re puttuane de l’India misteriose / e qquanne Kalì m’avvranghe rabbiose / re ponne legge da u Pualazze u Viénde.

“Oggi, trenta novembre del duemilatré / scrivo il mio testamento esistenziale / alla presenza di una tristezza bestiale / e una domenica più lunga di un mese / Lascio le terre che possiedo sulla luna / ai cavalli bianchi con le ali ai piedi / e i giacinti in fiore nel grembo di Venere / alle madri di maggio da portare ai figli / lascio l’utero imperlato della mente / alle cicale estrose e cantatrici / che potranno stordir la levatrice / se gli fa nascere un oscuro pensiero / lascio le scarpe con le bullette alla suola alla capinera / rinchiusa nel convento / così se piove forte e tira il vento potrà danzare un tip tap assatanato / e per finir lascio tutte le poesie / alle puttane dell’India misteriosa / e quando Kalì mi abbrancherà rabbiosa / potranno leggerle dal Palazzo del Vento.”

A vederla e a sentirla non pare tanto malata. L’ascolto e mi riscaldo con la sua voce e con il fuoco del camino. L’anno scorso ero passato da qui, ma non sapevo nulla di lei e non credo che fermandomi qualcuno me ne avrebbe parlato, forse neppure se avessi incontrato il figlio o il marito. Non immaginavo che dimorasse una poetessa già apprezzata da attenti lettori che vivono altrove. Ero passato proprio vicino casa sua, dove il paese mostra il suo volto peggiore: due costruzioni di sofisticata pacchianeria modernista. San Fele visto da qui non è una farfalla e fa pensare a ben altro che alle ali di un angelo.

Prendo un’altra strada e il paese prende un’altra faccia. Sono contento di essere qui, sono contento che oggi non devo parlare a nessun convegno. È un giorno come piace a me, in un paese senza trucchi. I numeri delle case segnati alla buona con un pennarello nero, va bene così: niente artifici, un popolo di vecchi e qualche giovane gentile, almeno con i forestieri.

Un ragazzo mi accompagna verso la montagna dove c’è un’azienda che fa i caciocavalli. Torno al paese per comprare il pane. Il negozio è chiuso, mi dicono che posso citofonare tranquillamente all’abitazione del proprietario. Ecco il pane, ecco uno scalino dove consumare il mio pranzo. Davanti a me uno slargo asfaltato, panni stesi sotto un lampione, un paio di gatti.

Il sole svanisce, riprendo la macchina e riprendo la via della montagna. Seguo l’indicazione per un santuario e mi ritrovo in un borgo di poche case attaccate alla chiesa: è un luogo infinitamente triste, c’è un cane con due zampe ferite. Sta qui e nessuno se ne cura. Mi pare un segno di come l’autismo corale ormai dilaghi anche nelle campagne o semplicemente dice che in un luogo così sconfortante un cane ferito fa parte della scena.

Salgo ancora, arrivo in un bosco, la Lucania non è terra di grandi folle ed è il luogo giusto per oggi. Ripenso alle persone incontrate, a tre giovani donne in un bar, a un operaio che lavora alla Fiat di Melfi, ripenso al fatto che nei due bar in cui sono entrato c’erano le foto della festa degli anziani fatta qualche mese fa. In questo paese la vecchiaia è una cosa che nessuno aborrisce, una cosa accettata con clemenza.

Oggi non ho avuto appuntamenti col panico, forse gli abitanti del luogo mi hanno trasmesso il loro quieto sconforto. Ci saranno anche qui i campioni del rancore e della maldicenza, la Lucania è terra di gente solitaria, poco propensa a fare gruppo e a incoraggiare i suoi figli migliori, ma sono storie che ti feriscono quando vuoi che ti feriscano. Adesso io posso accogliere solo silenzi, porte chiuse, anime leggere, non ho spazi in me per i rumori tipici dell’epoca. Sento che la vita giusta è andare in paesi come San Fele.

Il Sud ti ammutolisce o ti fa parlare a vuoto. Non è tra noi adesso che possiamo trovare la salvezza, i nostri discorsi sono piume di un animale morto. La luce è fuori, la bellezza dei monti, il verde che spunta impetuoso. Non è la piazza, non è il passato la soluzione, ma le strade abbandonate, le mosche che verranno, i rovi. Forse comincia a nascere un Sud che dispera di ricevere attenzioni e cure e proprio per questo diventa più lirico, torna selva, paesaggio, torna acqua che scorre, fuoco che brucia, un Sud lontano dagli imbrogli di chi ancora lo conduce, un Sud che si sgretola e torna luce.

 

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