IL DOLORE DEGLI SCONOSCIUTI

è passato un pò di tempo da quando un pullman cadde da un viadotto irpino facendo moltissimi morti. a parte i parenti, la storia ovviamente è stata seppellita da infinite altre storie.

ripropongo qui il pezzo che scrissi per il manifesto. in questo periodo mi piace procedere all’indietrro

 

 

L’autostrada Napoli-Bari comincia con la pianura e finisce con la pianura, ma in mezzo c’è il cartone ondulato dell’Appennino. Il punto dove è avvenuto l’incidente che ha ucciso tante persone è tracciato nel massiccio del Partenio, è l’ultimo dosso prima dell’inferno della pianura campana. Per chi parte da Napoli è il punto in cui la strada s’impenna, i paesi che non hanno più campagna cedono il posto al bosco. Siamo nella stessa regione, ma si avverte un passaggio netto, come se la natura e la storia cambiassero abito.

Percorro molto spesso in pullman quel tratto e non ho mai capito perché da Foggia a Napoli sono previste solo due ore di percorrenza. Cosa ci sarebbe di male se prevedessero un tempo di due ore e venti? Quel pullman è molto affollato e non certo per ragioni turistiche, quasi sempre è pieno di stranieri che vivono a Napoli e vanno a lavorare nel foggiano. Ovunque nelle strade del Sud capita di intercettare grandi autobus su strade che spesso sono rimaste piccole e tortuose. Qualche giorno fa ero in Calabria. Mi dicevano dei treni cancellati, compreso il Crotone-Milano, uno dei treni storici dell’emigrazione meridionale verso il triangolo industriale del Nord. Mentre parlavamo sul corso di Trebisacce passava un pullman di linea diretto in Toscana. Nella mia Irpinia ci sono linee per la Svizzera e la Germania. I prezzi non sono alti e la concorrenza è spietata. Insomma il paesaggio degli spostamenti è cambiato. Sono spariti i noleggiatori che ci portavano verso le stazioni dei treni. Adesso si parte in pullman che spesso passano sotto casa, si parte con comodo, a volte perfino dopo aver mangiato. Io non li ho mai presi questi pullman a lunga percorrenza, sono un viaggiatore dei dintorni. E la mia strada è proprio la Napoli-Bari. Posso andare verso ovest o verso est, sempre quella strada devo prendere, un’autostrada tracciata in molti punti seguendo le esigenze della politica più che quelle dell’orografia. In estate è  molto pericolosa anche per via dell’incredibile traffico di autotreni che portano i pomodori dalla Puglia all’agro nocerino-sarnese. Ormai i treni sull’Appennino si sono estinti come se fossero dinosauri. Non solo non abbiamo l’alta velocità, ci manca qualsiasi forma di collegamento. Provate ad arrivare in treno in Lucania, le poche corse che ci sono viaggiano sempre in ritardo. Provate a vivere oggi in Calabria, è una terra che ti costringe a viaggiare in continuazione. Devi spostarti per andare a scuola, al cinema, al ristorante, per comprare un paio di scarpe, per trovare un ospedale decente. E provate a vedere come sono ridotte le strade provinciali di tutto il Sud, quasi impossibile trovare cento metri di asfalto senza una buca. Sarebbe un bel modo di onorare le vittime della Napoli-Bari se lo Stato decidesse di aumentare la sicurezza sulle strade. Poco tempo fa vicino al mio paese una povera ragazza è finita nell’Ofanto perché nel punto in cui ha sbattuto la protezione era molto bassa. È vero che negli ultimi anni i morti sulle strade sono diminuiti, ma il loro numero è ancora spaventosamente alto. E proprio l’estrema frequenza rischia di far diventare quasi ovvie queste tragedie. E invece l’incidente stradale rende ancora più scandaloso quello scandalo smisurato che è la morte.

Dentro un pullman si tengono gli occhi chiusi o si guarda il telefonino, è sempre più raro parlare con chi ti è accanto o stare a guardare il paesaggio. E allora viene una pena acutissima se si pensa all’ultimo messaggio inviato, all’ultima musica ascoltata con le cuffie. Il lenzuolo bianco che copre i corpi straziati non è quello di casa: nella propria stanza ci sono le maglie, le scarpe, nel bagno c’è lo spazzolino, ci sono gli oggetti che ci portiamo indietro nella trafila dell’aldiqua, sempre sospesa, sempre in bilico verso un’aldilà che le fedi in corso fanno fatica a rendere credibile.

Non ci diranno niente di chi c’era su quel pullman, non erano persone famose, non avranno medaglie e monumenti. Fra qualche ora ogni emozione sarà dissolta nel va e vieni perenne a cui si è ridotto il mondo. Forse il mondo è morto, forse è vivo solo quando facciamo qualche errore, quando in noi muore qualcosa. Bisogna aver cura di pensare come nostri parenti le vittime di questo e di altri incidenti.

Nessuno di noi si salverà, ma intanto almeno per un attimo pensiamo al dolore degli sconosciuti. Il dolore per i nostri dolori, l’amore per i nostri amori non bastano, ci vuole attenzione per ciò che non sappiamo, per ciò che non vediamo. Ieri ad Andretta in una casa abbandonata, intorno a un gancio di ferro dove si appendeva l’uva o i salami, c’era un nido con un cardellino dentro. La sua coda sembrava un filo di paglia, poi ho visto la sua testa, poi è volato via dalla sua casa, lampadario di piume.

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