Bari-Foggia: Murge e Tavoliere

metto qui uno dei pezzi usciti sull’atlante del touring sulle strade d’italia.

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In Puglia si può passare una giornata intera a guidare senza stancarsi. In Puglia non ci sono viadotti, le salite e le curve a gomito sono rarissime. Il traffico è limitato a poche arterie e solo in giornate e in orari particolari. E poi c’è il paesaggio. È come se fosse vicino alla strada, come se ci camminassi dentro. E mi piace quando fuori c’è poco. Cielo e terra e poco altro. Spesso la Puglia è così. E ogni tanto mi piace aprire il finestrino, far entrare un poco d’aria. Sto bene quando passo da un paese all’altro. Mi piace entrare nei paesi, prenderli e lasciarli, ma con garbo, ringraziando che mi hanno accolto con le loro strade, le loro piazze, i loro lampioni. Mi piace viaggiare nel mio sud adesso che il vortice della modernizzazione sembra placato. Si vedono poche gru, poche betoniere.

Oggi vado da Bari a Foggia attraversando le Murge e il Tavoliere. Parto dalla stazione di Bari. Ho sempre paura quando dal centro della città devo trovare l’uscita verso l’aperto. In questo caso devo muovermi verso sud ovest, direzione Cassano Murge. Poi devo virare verso Altamura, Gravina, Minervino, Canosa, Lavello, Melfi, Candela, Foggia.

All’uscita da Bari il muretto che delimita la campagna è di cemento. Quando comincia il muretto a secco mi sembra che cominci veramente la campagna. Ora vedo muretti vecchi e ulivi giovani. Ecco l’insegna di una struttura per i ricevimenti. Spesso masserie di grandi latifondisti che opprimevano i cafoni, adesso sono adibite alle feste di matrimonio con cinquecento invitati, una sorta di rivincita contro le miserie di un tempo.

Fino a Cassano il paesaggio è incerto. Non siamo nel caos e nell’incuria di certe periferie delle grandi città meridionali, ma neppure è la Puglia che amo. La prova è che non mi fermo neppure una volta a scattare fotografie. Vado avanti in attesa che il paesaggio prenda quota, come se il viaggio fosse ancora nel suo prologo.

A un certo punto gli ulivi, che in Puglia sono di casa come nel cielo le nuvole, si intrecciano coi pini. Compaiono anche i lecci. E compare una scritta che indica la Foresta Mercadante. Cominciano Le Murge, la strada non è più dritta. Il paesaggio è in una sorta di zona franca. Ancora qualche chilometro e arrivo ad Altamura. Per chi non l’ha mai vista dentro, può sembrare sconcertante il fiorire di case nella periferia. Forse in nessun posto della Puglia si avverte questo dinamismo economico che produce anche disordine urbanistico. Non fermatevi ai contorni. Cercatela dentro Altamura, cercatela fino alla cattedrale, la città è bella come il suo pane. Noi abitiamo la periferia di noi stessi. E forse c’è per ognuno un centro che è più bello del disordine che esibiamo all’esterno. A me capita di sentirmi bene quando mi avvicino a questo nucleo che non vuole irradiarsi nel mondo, ma sta al suo posto, come un albero, una pietra.

Non è una giornata lirica. Ho ricevuto una telefonata che mi ha un poco sporcato la mente e faccio fatica a riportarla verso i luoghi che attraverso. Il guardare è come disattivato. Frugo nei pensieri. Penso al fatto che in Puglia non esiste la verticale, non esistono montagne con cime, con picchi. Il Gargano si alza ma non diventa mai aguzzo. E così le Murge. Un’increspatura prolungata, sembrano il dorso di un animale senza testa. In certi punti mi fanno pensare a un attrezzo ginnico, il cavallo con maniglie, ovviamente in questo caso senza maniglie, senza sella e senza cavaliere. Il paesaggio per essere bello ai miei occhi ho capito che non deve essere troppo vario. Il deserto è bello per la sua assolutezza.

Dopo Altamura le Murge riservano un altro luogo intenso: Gravina. La sua fama non è all’altezza dei suoi meriti. A tratti ha una bellezza sconvolgente, ma bisogna andarci con qualche indigeno che vi sappia portare nei posti giusti e magari abbia anche le chiavi per aprire gli scrigni di questo luogo antico che somiglia molto a Matera prima che fosse restaurata.

Sono le quattro del pomeriggio, non mi fermo a Gravina. Ho un appuntamento a Minervino Murge proprio per le quattro, quindi sono in ritardo. Punto sulla meta mentre il sole si abbassa e dà una mano di rosso alle Murge piantate a destra della strada. Non ho più la potente impressione che ne ho avuto la prima volta, ma dà sempre un grande piacere percorrere queste strade. Mi sembrano luoghi scampati alla grandine della città diffusa. Qui tra un paese e l’altro non ci sono case sparse. Quelle che ci sono, le case dell’opera nazionale combattenti, ormai sono ruderi. Queste rovine ai miei occhi aumentano il fascino del paesaggio. Vedere una casa vuota in un paesaggio molto grande senza nient’altro intorno che la terra mi fa pensare a un’Italia che non c’è più. E molto del mio viaggiare è proprio la ricerca di qualcosa che ha resistito alla scomparsa dell’Italia.

La serata a Minervino mi porta nel centro antico del paese dove dei ragazzi del posto hanno organizzato una passeggiata che poi si conclude con dei parlamenti sul luogo. Ne ho fatte molte di esperienze come queste negli ultimi anni. Forse alcuni ragazzi stanno orientando lo sguardo verso i propri paesi, li cominciano a considerare non solo un luogo da cui fuggire, ma un posto in cui tornare. Li ho ascoltati con interesse anche se avevo il cuore impaurito. Il mio andare nei luoghi, il mio sentire i luoghi non è mai disgiunto dal sentire il corpo e quando il corpo si fa sentire nel mio caso è sempre un richiamo doloroso. Il corpo mi pare un viale che in fondo ha il cancello del cimitero. Poi qui a Minervino mi disturba un poco il parlare di alcune persone adulte che manifestano la sfiducia nel paese e ne parlano come se fosse unicamente un problema. A me pare un posto di grande bellezza. Un posto a metà tra la Lucania e Trani, tra rarefazione e affollamento.

Qui le Murge finiscono a precipizio: si vede il Tavoliere e si vede il golfo di Manfredonia e la nuca sassosa del Gargano. Si vede il Vulture. La colazione nel centro antico è buonissima. In piazza ci sono ragazzi e anziani a spartirsi l’aria buona di questo quieto mattino domenicale.

Ora devo andare verso Canosa. Ci passo dentro di striscio. Vista così Canosa potrebbe sembrare un sud anonimo e invece è un’altra perla che merita almeno una mezza giornata di visita. Non mi fermo, so che la strada è lunga, ma a un certo punto sulla via verso Lavello compare una frazione. In effetti questa è una delle poche strade della Puglia che non ho mai percorso. E non sapevo dell’esistenza di Loconia, frazione di Canosa. Loconia è uno dei borghi realizzati dal regime fascista nelle aree sottratte al latifondo. Molte delle case coloniche pensate per i contadini impiegati nel lavoro dei campi adesso sono vuote. Entro in un locale dove due ragazzini giocano a biliardino. Una visione paesologica, una visione strana, perché appese al biliardino ci sono due sedie a bloccare le stecche degli attaccanti, amano giocare solo col portiere e i terzini. Faccio qualche fotografia, fotografo l’insegna di un bar che non c’è più, fotografo i panni stesi. Sto in un posto che mi piace perché sento che è un posto fuori moda, un posto inattuale, fuori dal giro della storia. Qui non arrivano turisti, qui non si fanno convegni. Qui la vita è un morso in solitudine, sembra lo spazio mancante tra due denti. Sono quei posti che non sono nati da soli, sono stati piantati per una decisione esterna, per un artificio, e ora per paradosso a me sembrano più autentici di tanti altri. Un giorno vorrei fare un giro solo di questi luoghi. Ne conosco altri intorno a Cerignola, tipo Tressanti e Borgo Mezzanone. Erano tempi in cui la campagna era al centro dell’interesse nazionale. Non eravamo ancora entrati nel delirio industriale che ha portato una mostruosa acciaieria a Taranto, in uno dei golfi mediterranei più belli e più ricchi di storia.

Verso Lavello guardo il verde dei campi e mi ricordo di un’amica che fa terapia con la luce. Lei dice che il verde fa bene al fegato e il giallo alla milza, il bianco ai polmoni, il nero ai reni, il rosso al cuore. Penso alle mie alture. Il bianco arriva d’inverno con la neve. Il giallo arriva alla fine di giugno e dura solo a luglio. Poi c’è il nero dei campi arati. Poi c’è il verde che cresce fino all’esplosione di maggio. In effetti manca solo il rosso, manca ciò che serve al cuore.

In effetti mi sto avvicinando alla mia zona. Cerco di centrare il cuore di Lavello ma mi imbatto nell’isola pedonale della domenica. Volevo colmare un’altra lacuna, non aver mai visto questa cittadina che è già Lucania, ma ha ancora un sapore di Puglia. Qui però la periferia è quasi tutto. Per la bellezza, per i pezzi firmati c’è Melfi, la prossima tappa del mio viaggio.

La strada indicata sulla cartina ha un tracciato che sembra un capezzolo. E il Vulture in effetti pare un seno a due punte. Prima di Melfi c’è Rapolla, e la strada passa per certe tipiche costruzioni che hanno portato le grotte a diventare box e garage: un effetto curioso, un piccolo cortocircuito urbanistico.

A Melfi mi fermo, non posso non fermarmi. Prima perché è ora di mangiare e poi perché il campanile e il castello sono una suggestione a cui non riesco mai a sottrarmi. L’unica cosa che proprio non posso fare è visitare il bellissimo museo archeologico. Ci vado quasi una volta all’anno. Non sono un esperto della materia, ma sento che lì dentro c’è una traccia che abbiamo smarrito.

Ora devo puntare verso Candela: gli ulivi della terra di Bari hanno lasciato il posto ai campi di grano che mi stanno accompagnando da Altamura. Adesso il grano è basso, non si vede, è solo una promessa. Adesso si vede una terra vuota a cui è appoggiato il cielo.

Arrivato a Candela devo prendere la vecchia strada che porta a Foggia. Da molti anni hanno fatto una superstrada di dubbia utilità. Si arriva a Foggia risparmiando dieci minuti, ma occorre superare i limiti di velocità indicati. Ed è una strada che non ha gli alberi ai bordi che invece sono rimasti ai bordi della vecchia strada. È stretta, ma è bello viaggiarci dentro. Gli alberi in controluce mi danno un senso di dolcezza. Mi pare di tornare alla mia infanzia, mi pare di tornare a un’Italia che non era ancora stata spianata, che stava tutta acquattata nelle sue pieghe. E ogni città ti aspettava come una bestia nella tana. Ogni luogo aveva un suo sapore e dipendeva anche dal fatto che ci arrivavi per strade che avevano un carattere. Una curva non era una curva ma un posto del mondo, una porta che ti apriva a un altro paesaggio. Le differenze di questo straordinario paese erano intatte, non era ancora partito il delirio di livellare, di portare le stesse cose ovunque.

Arrivo a Foggia e questo fenomeno è chiarissimo. La città è larga, sembra un deposito di macchine e palazzi. E qui non c’è neppure un centro da cercare. Il centro della giornata ora è il mio dolore. La bellezza del paesaggio aveva ammansito le mie ferite. Ora sono tornate. Deve essere successo qualcosa in questi anni non solo al paesaggio ma anche a noi. Quello che abbiamo portato fuori in fondo è la proiezione di un disagio che portiamo dentro. L’Italia di oggi è una sequenza di capannoni e officine e viadotti, insegne pubblicitarie, pompe di benzina. Per fare una diagnosi della nostra malattia basta guardare cosa abbiamo appoggiato sulla terra nell’ultimo mezzo secolo. Ora guarire significa guardare, rendersi conto che è avvenuto qualcosa di intollerabile, ma che ancora possiamo farcela a salvarci. Non è il caso di trafficare col mistero o di avere solenni slanci mistici. Basta un’intensa osservazione di quello che c’è fuori, andare dietro il paesaggio che ci rimane è una buona scelta per ridare vita al paesaggio che abbiamo oltraggiato.

 

 

 

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