un mio vecchio pezzo sul libro di livio borriello

Da qualche giorno ho in casa un libro che aspettavo da tempo. Lo ha scritto il mio amico Livio Borriello. Si chiama Micame e lo ha stampato una giovane ma agguerrita casa editrice di Napoli che si chiama Orientexpress. Detto questo adesso sono libero di scrivere quello che voglio e mi pare il miglior modo di aderire alla lezione del libro. 

Stamattina pensavo che sceglierei quello di Borriello se dovessi rinunciare a tutti i miei libri ed essere costretto a portarne uno solo con me. Lo porterei perché è un libro che si può sfogliare e da cui si può pescare una frase che può restare inerte nella mente, ma può anche aprire una vertigine che ci scolla dal marmo in cui siamo lapidati. 

Poco fa pensavo anche che questo libro è una testimonianza preziosa di un tipo di essere umano da cui forse ci stiamo congedando. Un uomo impigliato nella propria psiche e nel mondo, e che tuttavia non nega o rimuove la sua condizione, ma la attraversa per ritrovarsi in una “nuova forma del comprendere”, come scrive. Ogni frase è un tentativo di mettersi in salvo o di rovinarsi, di riparare o aggravare l’involontario errore di essere qui, unicamente costretti a pensare alla morte o a distrarsi da essa in ogni modo. 

Questo potrebbe anche essere il libro di uno che scrive mentre si sta decomponendo. Per una curiosa inversione del destino biologico: qui la decomposizione precede la morte, piuttosto che seguirla. Queste frasi sembrano scritte da uno che ha appena perso il fegato. Da uno che fino a pochi giorni prima aveva ancora gli occhi. In questo libro si raccoglie il percolato di un’esistenza gettata nella discarica dell’universo: una psiche e un corpo mischiati a ombrelli rotti, pannolini, profilattici, bambole, bottiglie, bucce di banana, e insieme ritagli di cielo, di corpi candidi e meravigliosi, di paesaggi assolati. 

Lo scrittore però è come se ci desse conto non solo di quello che gli tocca essere da vivo, ma anche del prima e del dopo: quello che non era e quello che non sarà stanno nel libro, come frontiere di carta bucate dai suoi appunti. Siamo di fronte a un’impresa smisurata, al tentativo di accedere alla vera densità delle cose, densità che è sempre lontana dalle diluizioni del contingente più prosaico e dai grumi artificiosi del lirismo. 

Poco fa mi veniva un’altra immagine: pensavo a un fallo psichico, pensavo a una sorta di penetrazione dell’altro, di tutti gli altri. Borriello scrive come se volesse possedere tutto il creato: Dio e una mosca, le nuvole e le donne. Siamo di fronte a uno stupratore inerme e ogni parola è un frammento di un orgasmo che viene dalla copula con il nulla. 

Non citerò neppure una frase, neppure una parola di questo libro. E non vi dirò neppure dove e come trovarlo. Ho il sospetto che vi troverete tra le mani un libro diverso di quello che io vado leggendo da anni attraverso le infinite redazioni dattiloscritte e che adesso è qui con una copertina, con un’aria apparentemente finita, definita. 

Dovrei vivere molti secoli per acciuffare il senso e il non senso di tutte queste frasi. Adesso posso solo vagare in una foresta di segni riconoscendo pochi alberi, pochi animali. A Borriello piacciono i film di Herzog e la sua scrittura richiede un lettore avventuroso, pronto a inciampare, a perdersi, piuttosto che a raggiungere una meta. Questo libro non porta veramente da nessuna parte. Non siamo né dentro, né fuori dal mondo, ma è un continuo peregrinare in uno spazio interiore che sembra ugualmente distante dall’anima e dal corpo. Uno spazio che può darsi solo grazie a quel miracolo che è la letteratura.

 f.arminio

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