un pezzo da OSTERIA DEL MALUMORE

DA DIARIO DEL PADRE

Trentuno agosto, le sei di sera
Sonno pomeridiano. Risveglio con ansia. Mi sono messo a farmi la barba. Prima fitta al cuore, prima voragine d’ansia, poi, piegandomi leggermente in avanti, dolore forse vero forse immaginario al petto, comunque più vasto, più simile a quelli dell’infarto. Finita la barba, esposizione alla moglie del problema: solita impressione di avvitarmi senza fine in questo vortice e che prima o poi finirò per bucare veramente la parete della vita e finirò dall’altra parte. Prima di cominciare a scrivere ho messo sulla lingua una decina di gocce di Lexotan. Ora ho il sospetto che le fitte fossero piccoli reflussi esofagei stimolati dal fatto che ho masticato una gomma. Devo provare a smettere di masticare gomme, ho letto su un libro che possono produrre questo tipo di problemi. Ora ho la punta delle dita fredde, fuori arrivano scrosci di pioggia improvvisi e io ho la sensazione che le ore future, le otto di questa sera, le nove di domani mattina, novembre o marzo prossimo, tutto mi appare difficile da raggiungere. E non so cosa posso fare per conquistarmi qualche minuto di vita tranquilla.
Adesso vado a cercare il mio amico mimmo, il gastroenterologo, cercherò di placarmi parlando con lui. Oggi un analista sul giornale diceva che bisogna salvare il mondo per salvare se stessi. Una cazzata indubbiamente molto elegante. Anch’io ho finito la poesia di stamattina con un concetto preso a prestito nell’arsenale dei buoni: una cosa ce l’hai solo nel momento in cui la dai.
In tutto questo il padre è lontano, la sua malattia è ancora accucciata dentro le costole o nei cuscinetti dei linfonodi. A lui nessuno lo può guarire e a me nemmeno. Mi sono fatto l’idea di essere malato e questa è un’idea molto potente. I farmaci non lavorano contro le idee, ma vanno semplicemente ad occupare dei recettori per bloccarne l’azione. La mia idea di malattia è oceano e il farmaco è il secchiello con cui dovrei svuotarlo. L’idea della malattia ha prodotto anche questa idea della sua potenza e non si capisce se io sono al suo servizio, quale parte di me non coincide con la mia idea di malattia? Chi vuole salvarsi in me, chi vuole salvarsi veramente? Chi ha paura di vivere senza questo ombrello della malattia che non c’è ma ci potrebbe essere, questa malattia che ogni tanto sembra stia per arrivare, questo falso allarme continuo, questo topo che all’ultimo momento sfugge al gatto. Forse nella testa di mio padre tutto è più semplice. Comunque quando vagheggio di avere un cancro, l’angoscia non è particolarmente acuminata, uno ha comunque la sensazione di avere tempo. Il timore dell’infarto, il colpo improvviso e senza rimedio, è questa la ghigliottina a cui sono condannato. Forse per questo ieri sera leggere le prime pagine del processo di Kafka mi provocava un’angoscia solida, lievemente intollerabile. Lì uno era arrestato senza motivo e senza sapere da chi. L’ipocondria fa lo stesso lavoro. È un processo che si istruisce all’infinito, la sentenza è la morte, è una sentenza pronunciata per tutti, ma a me vengono ogni giorno i messi dell’inferno a ricordarmelo: adesso, adesso o fra poco, non hai scampo. L’oscuro inquisitore vive in me, prolifera come un cancro psichico, le sue cellule nere stanno nel pensiero e da lì mi stringono al mio corpo, non mi fanno mai svagare. Il mio corpo è occupato dal nemico e io devo stare fuori, vedere come il nemico appicca il fuoco, lede i miei nervi, aggroviglia i miei fili. Nel mondo non può esserci compassione per questa epica lotta che si svolge senza svolgersi. Non c’è una frattura da comporre, un ematoma da sciogliere. Il male ha un luogo in una zona di me, una zona dove abitano le idee sbagliate, forse la mia psiche, ma anche la vostra, è un immenso deposito di tutti gli errori del mondo, allora un poco aveva ragione l’analista, il mondo è la sorgente di tutto, noi siamo rivoli persi nel fango.
A questo punto il discorsetto ennesimo che mi sono fatto sul male che mi faccio potrebbe finire, senza aver concluso nulla, come sempre. Una piccola navigazione di segni fatti da me intorno alla carne che c’è in me, e questi segni e questa carne oltre che a me appartengono al mondo. Io sono semplicemente quello che dovrebbe prendersene cura. Un io forse è solo un custode che sa poco dei luoghi da custodire. Su questa strada non trovi alcun medico. La medicina è un gioco infantile. I dottori sono dei malati che si arricchiscono tenendo in vita le malattie degli altri. La cura vera, ammesso che ce ne sia una, è sempre altrove. Non parlo solo dei mali oscuri di un soggetto, parlo anche dei mali raccontati nelle enciclopedie mediche. Ora a mio padre dovrebbero aspirare un po’ della nube che ha nel petto per sapere se il male è a piccole o a grandi cellule per sottoporlo a uno dei tanti deliri terapeutici con cui campano. In realtà la vita è inarrivabile, sempre e comunque, fuori dalla portata di qualunque farmaco. Io mentre mi facevo la barba ero al mondo da quarantadue anni, mi ero alzato da poco dal letto, fuori pioveva, avevo masticato una gomma, basterebbero questi semplici elementi per capire quale groviglio inestricabile sia per un corpo attraversare un attimo e poi un altro. Non ci può essere una scienza sola per entrare in questo groviglio. E poi chi ha detto che bisogna entrarci, la questione potrebbe essere uscirne, ma andando ancora più dentro.
Intanto, mi sono alzato, sono andato in cucina e ho mangiato due prugne. Ha smesso di piovere, quello che ho scritto non guarirà né me stesso né il mondo. Semplicemente sono passati degli attimi e mi sono sembrati migliori di quelli della gomma e della barba.
F.ARMINIO

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