un pezzo da VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA

Sant’Andrea: il paese come teatro

Questa volta posso scrivere una cosa che non scrivo mai dopo la visita a un paese. Questa volta posso dire che a Sant’Andrea di Conza mi sono divertito. Ho assistito a uno spettacolo comico e un po’ commovente senza pagare il biglietto, senza stare seduto in una sala buia.

Il primo che incontro si chiama Salvatore Guerriero. È vestito come un tifoso inglese e ha una pancia che pare una betoniera, ma la porta con un certo stile. Mi pare di vedere nella sua andatura uno che ha messo sotto sopra il bilancino narcisistico con cui cerchiamo di prenderci cura di noi stessi. La conversazione è subito un’esplosione di pensieri al pascolo, lontani dal mangime del buon senso. Salvatore mi dice che ha il mito di Milano, ma nessuno nella forma e nella sostanza è lontano più di lui dalla milanesità corrente, dominata da morti dediti soltanto a mantenere la loro efficienza.

Siamo seduti davanti a uno dei bar del corso. Salvatore non vuole tenermi tutto per sé e mi presenta un suo amico, mi dice che è un dilanologo, mostrando di sapere che io sono il paesologo. L’esperto di Bob Dylan è una persona che sembra un’icona degli anni settanta. Se esiste uno sguardo che viene da quell’epoca, questo sguardo è il suo: gli occhiali, l’abbigliamento, il tono della voce tutto dice di uno spirito avulso dal clima di questi anni. Ascolto una sua prima citazione del maestro: “non odiare nulla eccetto l’odio”. Gliene chiedo un’altra e arriva un “non voltarti facilmente indietro” e subito dopo “lasciatemi morire sui miei passi”. Ogni citazione è accompagnata da qualche aneddoto sulla vita di Dylan. Si continua con una frase che forse mi riguarda più delle altre: “chi non è occupato a vivere è solamente occupato a morire”. Sì, mi riguarda, ma non oggi, non a Sant’Andrea insieme a queste persone che potrei definire postesaurite, nel senso che sono reduci da travagli con la propria psiche, mentre io potrei definirmi un preesaurito, nel senso che il travaglio col mio corpo e con la mia psiche è sempre sul punto di arrivare a un compimento che ancora non arriva.

Il dilanologo per vivere fa il bibliotecario, direi che averlo incontrato è già grazia sufficiente per tenere in piedi tutta la giornata, ma Salvatore ha deciso di essere il mio Virgilio e di farmi da guida.

Ecco venire verso di noi Angelo, siamo nel girone dei lussuriosi, siamo in un altro mondo rispetto al dilanologo. Salvatore me lo presenta come il play-boy del posto e lui conferma. Salvatore dice che Angelo predilige le figlie dei sindaci e di altre persone importanti e lui conferma. “Mi piacciono le medio-borghesi”, asserisce con aria composta. Uno così non lo puoi lasciare andare via tanto facilmente. Proseguiamo in tre per strada a raccogliere le anime degli altri gironi.

Ecco Mario, detto lo sceriffo. Anche lui ha una sua frase che gli fa da faro: “solo chi ha paura conosce il valore del coraggio”. Poi ne aggiunge un’altra che definirei d’impianto paesologico: “in questo paese è rimasto solo il mormorare”. Mario ha fatto il fabbro e questo mi dà modo di ricordare che se volete una bella ringhiera dovete venire qui, non ci sono altri posti dove sono più bravi a lavorare il ferro (e non scherzano neppure con la pietra).

Intanto Salvatore mi riferisce aneddoti e soprannome di ognuno che passa. Ho con me oltre al taccuino anche la videocamera e la macchina fotografica e non sempre faccio in tempo ad appuntare tutto quello che vorrei.

Adesso siamo alla storia di Rocco di Mariuccia che organizzò una corrida e con i soldi guadagnati se ne andò in Venezuela. Questo è paese di emigranti a lunga gittata. La comunità di sant’andreani più folta si trova in Australia. Ci vuole un viaggio di ventiquattro ore per tornare, ma questo non scoraggia nessuno: in questo agosto sono una trentina gli australiani in giro per il paese. E poi ci sono gli svizzeri, i tedeschi, i romani, i milanesi, i napoletani.

L’ultima volta che sono stato qui era inverno e mi sono messo a guardare le pietre dei portali, sono andato all’episcopio, ho guardato le nuvole, non avevo altro da fare. Oggi marcio in mezzo a questo strambo miracolo che sono gli esseri umani e la letizia viene da un nome, da una stretta di mano.

Ogni due passi un tipo e due battute. Ecco Michele Malanga, ex sindaco degli anni sessanta, pure lui raccolto in una sua aria emblematica. Ho la sensazione che Salvatore mi faccia sfogliare un album di figure mitiche, sono miti alla buona, gli unici a cui credo.

Ecco Donato Potuto. Con lui siamo nei peccati di gola. È figlio di macellaio e mangia la carne tutti i giorni, da sempre. Sembra contento di riferirmi questa sua peculiarità che gli garantisce un posto se non nella storia almeno nell’album del paese.

Passa una donna e Salvatore mi dice che è la moglie di uno che chiamano “il sindaco immaginario” perché organizzava di tutto, feste, convegni, partite di calcio e di briscola. Da quando si è sposato non organizza più niente.

Passa Andreone, imprenditore del marmo, compare una che per Salvatore somiglia a Sandra Mondaini e un altro che si chiama Piccione ed è campione di uno sport assai praticato nel luogo: bere la birra. Piccione va per i quaranta bicchieri al giorno e la notizia non deve essere esagerata perché nel bar in cui entriamo le persone sedute al tavolo non hanno tra le mani la birra piccola come capita di solito, ma quella grande. Uno di questi bevitori è Domenico l’imbianchino. Il suo motto è “vedersi sempre all’indomani”. Salvatore dice che dipinge solo in bianco e nero perché è juventino. La battuta non è esaltante, ma io mi sento trasportato in un felice delirio e tutto quello che vedo e sento mi pare bagnato nella grazia di un Dio mezzo matto.

Ora mi viene presentato il play boy di Caracas. Salvatore dice che “se le faceva tutte” e lui mentre si allontana aggiunge a mezza voce “anche gli uomini”.

Scatto una foto a due anziani su una panchina che mi sembrano bellissimi. Incasso la solita ammirazione per mio padre da parte di qualche cliente che in anni molto lontani ha frequentato l’osteria di famiglia.

Il florilegio dei soprannomi continua. Prima eravamo con uno che si chiama “tuttalpiù” e adesso siamo con uno che chiamano “il conte” perché a Napoli studiava sempre in pigiama. Mi sfugge il motivo per cui gli viene anche attribuito l’epiteto “mai più”.

Ormai sono le sei e mezza, è l’ora che devo lasciare la strada e recarmi nei locali dell’ex fornace per moderare un dibattito sul territorio agricolo.

Qui l’atmosfera è diversa, il dibattito si inserisce in una due giorni dedicata al peperoncino. A suo modo anche questa potrebbe sembrare una situazione delirante, perché tra i relatori e il pubblico non ci sono contadini, ma a me oggi va bene tutto. Il dibattito è tutto un fiorire di discorsi condivisibili e non ci sono nemmeno interventi particolarmente noiosi. L’atmosfera è festosa, ci viene servito un gelato al cacao e al peperoncino. I ragazzi e le ragazze del gruppo folcloristico locale chiedono di farsi la foto coi convegnisti come se fossimo star televisive. Oggi proprio non c’è limite alle soddisfazioni.

Ormai è l’ora dei saluti. Saluto Antonio Vespucci, che parla di formaggi e salumi locali come un egittologo parla di faraoni.

Guido verso casa in uno stato di lieve euforia. La giornata non è finita. Ho voglia di andare ad Ariano dove c’è l’ultima serata del prestigioso Ariano folk festival. Il nome inganna, qui la scena è completamente diversa: a parte la birra, nessuna parentela con Sant’Andrea. Sul palco c’è un gruppo americano che ha attirato giovani da tutta la Campania e oltre. È Ariano, ma potrebbe essere Seattle o Cardiff o Zurigo. Anche questa a suo modo è una serata di grazia e forse non c’entra niente la citazione del dilanologo di una frase del maestro che a proposito di certe esperienze musicali parlava di “gente malata che suona per gente malata”.

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