Sul confine tra Puglia e Molise

un pezzo da terracarne, mondadori, 2011

Devo andare a Riccia, provincia di Campobasso. A Benevento prendo la strada per Pietrelcina, il paese di Padre Pio. C’è un po’ di traffico, ci sono le insegne, le case, il disordine del Sud campano. Dopo Pietrelcina stacco netto. La strada gira sinuosa in un paesaggio collinare che si fa sempre più silenzioso e sgombro di presenze umane. Attraverso un paese che si chiama Colle Sannita che mi pare un trofeo della tristezza: paese malinconicamente contadino, accantonato in mezzo alla strada, allungato come un cane in questo pomeriggio di settembre vagamente novembrino.

Arrivo a Riccia con un po’ di anticipo. Piazza alberata, con un bellissimo palazzo tutto in pietra. Non è un paese minuscolo. C’è gente in strada, ci sono quelli che mi aspettano per la presentazione. Mi portano in giro. L’aria qui è la stessa del mio paese, la lingua è molto simile. C’è però un senso di retrovia, un retrogusto anni Settanta. Come se il Molise non avesse lo scatto, l’agilità per balzare agli onori deliranti della postmodernità globalizzata. Mi fanno visitare una torre restaurata male. Mi presentano un signore che ha messo insieme gli oggetti della civiltà contadina. Mi fanno vedere perfino la sede dei vigili urbani dove un vigile dal piglio solerte si dilunga sulla storia del paese.

Andiamo al luogo della presentazione. C’è molta gente. Un poeta contadino mostra entusiasmo per la mia presenza. Sembrano tutti contenti di ascoltarmi.

Lo stesso accade con il piccolo gruppo di maschi molisani con cui andiamo a cena. Anche il ristorante ha un’atmosfera anni Settanta. La cena è tutta a base di baccalà. Non ci penso nemmeno a chiedere altro. Cerco solo di mangiarne poco per garantirmi la possibilità di dormire. Obiettivo raggiunto. Mi sveglio verso le otto dopo una notte screpolata da poche ansie.

Eccomi pronto e ben deciso a un lungo giro paesologico. Lo scoglio della presentazione è superato. Ora la strada è in discesa. Ho davanti a me tanti paesi, posso fermarmi dove mi pare. Scelgo la strada che da Campobasso porta verso Foggia, una delle strade meno trafficate d’Italia.

Prima sosta a Ferrazzano. Qualche bella casa in pietra, discreta animazione mattutina. All’ingresso ho letto che è il paese delle maitunate. Chiedo di cosa si tratta a una ragazza davanti a una salumeria. Sono serenate burlesche che si fanno da più di trecento anni, le fanno molti suonatori la notte di San Silvestro. Dopo un po’ le case si aprono e si finisce a bere e a mangiare. Con queste notizie ho esaurito la mia curiosità per il paese. Non scendo neppure dalla macchina. Mi bastano le maitunate, come un ciondolo da appendere all’albero spoglio della giornata.

Ridiscendo sulla strada maestra. Incontro un pastore a cavallo con poche capre. Dal lieve indugio con cui scandisce le parole si sente che non è italiano. Infatti mi dice che è rumeno. Potrei chiedergli altre cose, ma anche in questo caso mi accontento un po’ stupidamente del ciondolo rappresentato dal cavallo e dalle capre.

A Tufara mi ritrovo in una piazza incastonata tra il castello e la cattedrale. Appoggiata come un’amaca. Un posto bellissimo e nascosto, sfregiato da un pavimento di mattoncini rossi che non c’entrano nulla col resto. Chiedo conferma a un anziano davanti all’unica porta aperta e mi dice che fino agli anni Novanta c’erano le pietre per terra. Mi segno il nome del sindaco che ha ordinato l’operazione. Ne ho viste tante di porcherie tese a presunti abbellimenti, ma questa è veramente enorme. Ci vorrebbe che intervenissero immediatamente autorità superiori per riportare la piazza alla sua bellezza originaria, una bellezza così non l’avevo mai vista in un piccolo paese del Sud.

È come se avessi fatto centro. Se non mi fossi fermato a Tufara non avrei visto quei mattoncini rossi che mi sembrano l’emblema della meschina e demenziale disamministrazione che ha sfiancato luoghi già deboli e sperduti.

Entro nella chiesa un po’ eccitato dall’indignazione urbanistica e guardo due anziane signore che fanno le pulizie col folletto. Nulla di strano, ma pure questa è una visione per me inedita: sono abituato ad associare la scopa elettrica alle giovani signore e ai moderni salotti.

Davanti all’altare c’è un manifesto con una scritta tratta dalla Bibbia: “Ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso”. La vecchina mi dice che il prete fa stampare una frase ogni settimana.

Nel cielo ci sono un paio di nuvole livide. È tempo di ritornare alla strada sul fondo valle. A questo punto potrei puntare direttamente verso Foggia, oppure andare a fare visita a una serie di paesi a cui ho sempre pensato. Sono tre paesi adiacenti alla diga di Occhito.

Ecco il primo, San Marco la Catola. In un bar una signora gioca con la macchina per i soldi. Il salumiere di fronte mi parla male del sindaco, che ora fa il vicesindaco ma comanda sempre lui. È stato sindaco per tanti anni. La piazza in cui mi trovo l’ha rifatta tre volte. Il risultato finale è dignitoso. Un giovane che mi dice di studiare sociologia a Milano si mostra assai poco curioso quando gli dico che io faccio il paesologo. Passa un funerale. Il salumiere continua a dirmi che qui c’è solo da andarsene. Ormai queste lamentele non so dove metterle. È il mantra del vittimismo che ho sentito e pronunciato tante volte.

Tappa successiva: Celenza Val Fortore. In piazza c’è un silos con una grande insegna: “IMO, Industria Molitoria Onorato”. Industria chiusa. Chiuse anche le fornaci attive fino agli anni Ottanta. Da lontano vedo una bella strada che sale verso il castello. È in mano ai privati. Ci vado solo per frugare un po’ nel centro storico, per vedere dall’alto la diga che è mezza prosciugata.

L’ultima perla del trittico è Carlantino. È come andare da una rarefazione minore a una maggiore, è come se ogni paese fosse una tappa di avvicinamento all’apoteosi del disagio e dell’abbandono di cui Carlantino è la cristallina capitale. Per strada c’è un matrimonio. Sembra di essere in un film balcanico. Facce antiche spuntano da abiti pretenziosi. Mi spiace non avere con me la macchina fotografica, ma sarebbero foto cattive, catture di innocenti, abbigliati per vedersi tra loro e non per essere spiati da un estraneo. C’è un tavolo in mezzo alla strada e gli sposi che brindano. Mi spiegano che l’usanza prevede una sosta davanti a ogni bar. Ogni barista provvede a sistemare questa specie di altarino, proprio come si fa con le processioni, ma al posto del cesto con i petali di rose, qui si risolve tutto con uno spumante e due noccioline.

Inutile citare a Carlantino i dati dell’andamento demografico. Gli sposi di oggi festeggiano qui, ma andranno a vivere a Milano. Siamo all’inizio dell’inverno. All’ingresso di ognuno di questi paesi non si vedono capannoni e officine, ma cataste di legna da ardere. Non c’è niente da chiedere, tutto è fin troppo evidente, quello che manca e quello che c’è.

franco arminio

 

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