Maestri

 questo raccontino risale al 1984. a quei tempi scrivevo solo in versi….f.arminio

Achille da giovane pensava ad una vita assai movimentata. Poi, lentamen­te, senza rendersene conto, aveva perduto queste ambizioni. Da anni insegna­va nelle scuole elementari, un mestiere che aveva consumato i suoi entusia­smi giovanili. Quello che non gli era mai riuscito di sopportare erano i colleghi di lavoro che divideva in due categorie: quelli che lo deprimevano e quelli che lo irritavano. La maggior parte erano donne, tutte lamentose e dall’aria stan­ca, aggrovigliate nell’intruglio tra la vita scolastica e le faccende domesti­che.

Quell’anno, però, le cose andarono in un’altra maniera. Vicina alla sua aula c’era quella della signorina Rosa Cianci. Oltre alla vicinanza, ci furono molti mo­tivi che gliela tenevano sempre nella testa. La maestra Cianci non si vestiva come le altre maestre. Il suo corpo, magro coi seni gran­di, non poteva mai essere ammirato tutto assieme, c’era sempre un par­ticolare, gli occhi di un verde chiarissimo, le labbra, i riflessi rossi della chioma, che attiravano tutta l’attenzione. Oltre a queste che la vista gli con­cedeva, Achille aveva cercato di attingere qualche altra informazione sostando tra i capannelli delle colleghe ai quali lei era sempre assente. Venne a sapere che era tornata al paese, che aveva lasciato giovanissima, da pochi anni. Ora vive­va da sola in una casa alla periferia circondata da un piccolo giardino. Faceva lunghe passeggiate solitarie.

Dopo molto tempo tra Achille e la signorina Cianci qualcosa cominciò a muo­versi. Andavano al di là dei discorsi sulla scuola o delle divagazioni sull’inverno che sembrava non volesse mai finire. Una mattina, mentre erano impegnati a parlare, guardando alla finestra l’aria luminosa che faceva sperare nella primavera, la signorina invitò il collega a compagnia nella sua solita passeggiata pomeridiana. Non gli sembrava vero di poterla incontrare fuori da quel cupo e puzzolente istituto.

La mattinata passò in fretta. All’uscita dalla scuola si diedero un cenno di saluto per ricordarsi l’orario dell’appuntamento. Rimanendo più del solito a tavola, lavando oltre ai piatti anche le camicie, mettendo a posto i libri e i giornali, l’ora attesa sarebbe subito arrivata. Stette assai davanti allo specchio prima di uscire, cercando la giusta pettinatura che nel suo caso consisteva nel tenere i capelli un poco spettinati. Mise il collirio per schiarirsi gli occhi sempre arrossati. Non se la sentii di perdere tempo nemmeno per mettere l’acqua al canarino.

Arrivò con leggerissimo, calcolato ritardo. La signorina era già lì, grandi occhiali scuri e un foulard di seta rosso e pois. Si salutarono con un bacio sulle guance seguito da un sorriso sospeso tra imbarazzo e stupore per quel gesto nuovo nel loro rapporto  che fin lì aveva escluso ogni tipo di vicinanza fisica, anche quella che si ottiene soltanto con certi sguardi. Il cuore di Achille batteva molto forte, come volesse spingere il sangue dove da tempo si era ritirato. L’ansia che inquinava la sua gioia cominciò a finire lentamente solo quando si avviarono per la strada che lei percorreva ogni giorno. Camminarono a lungo. Achille parlava in continuazione. Aveva finalmente ritrovato la rara sensazione di non perdere tempo. Incontrare una donna del genere rimaneva per lui una delle ultime cose vive. Della maestra Cianci lo affascinava la sensualità tipica delle malinconie senza motivo.

Il sole era finito, ma l’aria rimaneva tiepida. Erano arrivati all’inizio del bosco e la signorina disse che avrebbe volentieri proseguito all’interno. Achille naturalmente era d’accordo. L’imbarazzo iniziale aveva lasciato il posto a un’eccitazione quasi dolorosa. Ormai il buio avvolgeva il bosco. Al paese non li aspettava nessuno. Più in là c’era una casa abbandonata dove avrebbero potuto fermarsi. Achille continuava a parlare. Parlò di suo nonno che mori in un lontano mattino di gennaio nel cimitero di cui per quarant’an­ni era stato il custode. Lo stipendio non era gran che, ma lui sapeva come ar­rotondarlo: cambiando l’acqua, mettendo ogni domenica i fiori nella cappel­la dei signori, scavando qualche fossa con le sue braccia muscolose. Parlò di sua madre che gli aveva trasmesso il sospetto di avere un corpo delicato, di cui non poteva fidarsi. Da quando era rimasta vedova viveva circondata di medici e me­dicine, nella credenza, nel comodino, sul tavolo in cucina.

Finalmente arrivarono nella piccola casa, stanchissimi e un poco infreddoliti. Al centro dell’unica stanza c’era sedia di paglia che sembrava quasi un trono in quel rudere abitato soltanto dai topi. La signori­na si sedette sulle gambe di Achille che appoggiò la sua testa sulle spalle di lei, strin­gendo delicatamente i suoi fianchi. Fu una notte lunghissima, guidata da un sentimento che la luce dell’alba non riuscì ad abolire. Il bosco era pieno di fiori e di profumi. Per quel giorno le loro firme sarebbero mancate sul grande registro della scuola.

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