un pezzo di andrea di consoli

“Una volta – erano gli anni ’80 – il critico letterario Walter Pedullà disse in tv: “Non è una tragedia: morta una cultura se ne fa sempre un’altra”. Qualche giorno fa, incontrandolo in Calabria, gli ho domandato: “Professore, la nostra gloriosa cultura umanistica è morta. Ne vede all’orizzonte una nuova?” Ha scosso il capo amaramente.
Per trent’anni, appena dopo il “riflusso” degli anni ‘80, la cultura dominante che ha sostituito in extremis vecchie ideologie e antiche fedi religiose è stata quella del benessere e del piacere consumistico (l’ideologia della sicurezza individuale). Ora, vacillando quest’ultima sotto i colpi inesorabili della recessione e della disoccupazione galoppante, non rimane altro – per tanti, troppi – che la nuda e sperduta vita, l’angoscia della libertà, l’assenza di senso, il vuoto di giorni senza scopo, il magone della solitudine – e, ahimè, la fame e la povertà. Morta una cultura, insomma, non se n’è fatta un’altra.
In che modo leggere, per esempio, i recenti pestaggi ai danni di clochard ed extracomunitari a Genova e a Ostia, di cui troppo poco si è parlato? Qualcuno potrebbe trovare rassicurante il movente xenofobo, la lettura consolatoria secondo la quale i balordi hanno agito perché “gli stranieri rubano lavoro agli italiani” (come se gli italiani fossero disposti a raccogliere pomodori a Foggia o arance a Rosarno per 15 euro al giorno). Purtroppo il movente è molto più oscuro e inafferrabile.
In Italia c’è una crisi di senso che nessun dato statistico riesce a rilevare. Per milioni di persone vivere è un’assurdità senza senso, un’angoscia immedicabile, un meccanismo frustrante che genera rabbia e idee deliranti, spesso aggressive (la politica ne è sempre più impregnata). Anche per questo motivo nel nostro Paese la droga, in specie la cocaina, è ormai diventata un fenomeno di massa. Il disagio psichico, inoltre, dilaga senza che nessuno stia mettendo in campo – compito difficilissimo – un’adeguata contromisura diagnostica e curativa, ed è anche questa la ragione per cui sempre più delitti avvengano senza un movente “ragionevole” ma, appunto, nell’assurdità più spiazzante.
Cos’hanno voluto dimostrare gli aggressori di Genova e di Ostia? Niente di niente; il loro atto violento è un non-senso, anche tenuto conto che la violenza – che è sempre orribile – ha spesso una sua logica intrinseca, benché aberrante. Da quale impulso si è agiti allorquando, nottetempo, si sente l’irrefrenabile istinto di bastonare immigrati che lavorano in un forno (Ostia) oppure clochard che dormono in una tenda raffazzonata (Genova)? Perché umiliare il corpo e la storia di persone sradicate, in difficoltà, attanagliate dalle tante nevrosi a cui espone l’emigrazione (non ultima, quella sessuale)?
Ecco, dunque, i risultati della cinica ideologia del benessere e dell’edonismo individualista, la costante mortificazione del bene (il tentativo del bene, il mirare in alto), della cultura, delle parole (ormai si parla per slogan e per tweet, ed è morto il fondamento della cultura umanistica: il ragionamento, il godimento della parola esatta), della gentilezza, della fraternità (frutto della conoscenza dell’uomo, ovvero della sua tremante fragilità), dell’etica del dover-essere migliori (a che serve sforzarsi di essere migliori se tutti non fanno che concentrarsi spietatamente sulle tue cadute e sulle tue mancanze?).
Nascerà davvero una nuova cultura sulle ceneri di quella vecchia, che tutti con spregio definiscono “novecentesca”? Oppure dovremo arrenderci a una cultura – chiamiamola pure così – che è fondata su tre cardini (“essere giovani”, “essere veloci”, “essere vincenti”), ovvero a una sorta di turbo-darwinismo sempre meno inclusivo? Il critico d’arte Achille Bonito Oliva sostiene che ruolo del critico sia quello di riprogettare il passato. Essere progressisti, oggi, potrebbe significare essere conservatori? La tolleranza, per esempio, sarà anche un “vecchio” arnese settecentesco, ma funziona meglio di valori “moderni” quali l’impazienza, il non-ascolto, l’anatema facile e l’insulto immediato. E sapete perché il tentativo del bene è preferibile al livellamento istintivo verso il basso? Non per ragioni di morale astratta, ma perché i ragazzi che hanno bastonato clochard e immigrati ora stanno male (ne sono certo), hanno un tarlo che li rode in profondità, stanno rispondendo nel peggior modo possibile a un vuoto di senso diffuso, e che va affrontato con la cultura, la conoscenza della storia e riscoprendo il piacere di costruire cose belle, fosse anche nel cinismo e nell’indifferenza generale. Provino, stanotte, a fare una carezza – sì, una carezza – a una persona in grave difficoltà per strada, nel freddo. Provino a portargli una tazza calda di latte. Provino a condividere il dolore con gli altri, ad accoglierlo, fosse anche per pochi minuti.
Perché siamo tutti in difficoltà (e spesso disperati), ma il segreto per andare avanti senza abbrutirci in questa lunga crisi di senso è proprio questo: guardarci negli occhi e saziarci, riconoscerci e calmarci reciprocamente con una disperata fraternità. Un simile gesto fraterno al giorno – moltiplicato per sessanta milioni – comporterebbe la più grande rivoluzione sociale di tutti i tempi.”

da L’unità di oggi

 

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2 thoughts on “un pezzo di andrea di consoli

  1. mi trovo con tutte le cose che hai scritto, aggiungo solo due cose: senza l’arrivo in massa degli extracomunitari, gli aguzzini della raccolta dei pomodori non avrebbero offerto meno di 50 euro al giorno. la seconda cosa, la chiesa cattolica ha distrutto tutto in italia, non ha capito e quindi non ha saputo spiegare che cos’è uguaglianza, la fratellanza, la spiritualità. se fossi in papa francesco, ad esempio, abolirei la messa, rituale stomachevole che inaridisce e deprime più di ogni telequiz o simili

  2. bel pezzo, è proprio vero che siamo in un turbo-darwinismo vuoto… fammi aggiungere un allarme apparentemente più “di destra”: la fiat se ne va, siamo così desensibilizzati che questa tragedia pare non riguardare i politici… la colpa è un po’ di tutti, sindacati inclusi… vengo da santo domingo, lì tutto è vissuto più felicemente che qua, ma parassitariamente dal punto di vista tecnologico, non c’è fabbrica di auto o tech… l’unica forza economica e competenza dell’italia e l’europa è la manifattura avanzata, emigrata la fiat e qualche altra fabbrica ci conviene andare tutti a spenderci la pensione a santo domingo…

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