un attimo di bene

se mi volete bene fate girare questo pezzo. copiate e spedite. condividete. è un pezzo che dà una buona idea di cosa sia la paesologia. credo che la spieghi meglio di come posso fare io quando mi chiedono cos’è la paesologia. io sono candidato alle elezioni europee. voglio che il mio lavoro sia più conosciuto. questo me lo merito. il voto è sempre facoltativo…

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Un attimo di bene

Oggi niente casa, niente libri, niente piccoli giri in bicicletta, niente computer. Un giro nei paesi, ma non quelli lontani, un giro vicino, sempre a mezz’ora da casa.
Pensavo di fermarmi a Guardia e invece scendo sull’Ufita e poi mi allungo fino a Grottaminarda. C’è traffico, è il paese coi commerci, con l’autostrada e il suo indotto. Fa anche caldo. Mi viene l’idea di andare al cimitero. Ci sono passato tante volte e non ci sono mai entrato. La scritta in latino è molto bella: “Ti sia lieve la terra”. È una frase esemplare che i vivi possono dire ai morti. E forse c’è una frase che i morti possono dire ai vivi. Forse è per ascoltarla che entro nel cimitero, è una frase che non può avere parole, è un qualcosa che ti entra dentro senza la furia che hanno i vivi. La faccia di un morto su una lapide è come un albero, come un gatto. È qualcosa di irrimediabilmente innocente, qualcosa che ha dismesso la fosca battaglia per stare in mezzo agli altri. Ho voglia di vedere facce. Un cimitero è anche una grande mostra fotografica. Qui a Grotta non c’è nessun visitatore. Il parcheggio era affollato, ma sono andati tutti al mercato. Mi segno nomi e date, guardo specialmente quelli che sono nati dopo il ’60. Camminando nel cimitero sento che il cuore si è rimesso a battere con precisione, prima sembrava disordinato, impaurito. Adesso cammino e faccio attenzione a quello che vedo. Il cimitero non ha marmi scintillanti e lapidi di forme strambe, non somiglia per niente all’orrenda piazza da poco realizzata. Insomma, c’è molto più ordine qui che fuori.
Adesso che sono a casa, adesso che sono passate molte ore, non so dire di preciso come mi sentivo stamattina, non so dire come la morte educava i miei passi e i miei pensieri. La nostra testa è fatta di lampi deboli e lontani oppure di un cielo basso e grigio e inerte. Basta poco e non sappiamo dove siamo, cosa pensiamo. E allora arrivano le parole da cui sfiliamo altre parole e altre ancora per non trovarci di fronte all’esatta insensatezza di appartenere a una specie che ha perso il filo del suo viaggio nel mondo. Stamattina non pensavo alle cose che sto scrivendo. Pensavo solo di mettere sul computer i nomi e le date che andavo trascrivendo sul taccuino. Villanova Antonio (1963-1998), De Paolo Concettina (1965-2005), Michele Iacoviello (1972-2009), Palumbo Pasqualantonio (1958-1995), Maurizio Grillo (1970-1994), Romano Generoso (1962-1991), Romano Massimo (1970-1991), Carla Formato (1947-1997), Del Viscovo Michele (1960-1992), Dario Bottino (1963-1984), Amalia Minichiello (1984-2001), Blasi Guido (1968-1983), Di Vito Giulio (1977-1996). Stamattina ognuna di queste persone mi ha consegnato una sua frase, ognuna delle loro facce mi ha fatto compagnia per qualche attimo. Di più non è possibile.
Non sono mai stato così bene a Grotta come in questa ora passata al cimitero. Quel filo di dolce malinconia che mi ha accompagnato adesso si è dissolto. Oggi mi sono preso tutto il vento della vita, me lo sono preso anche io che sto sempre al riparo, incredulo di poter veramente partecipare a questa vicenda di stare al mondo, questa vicenda appartenuta anche alle persone di cui ho appena trascritto i nomi.
Uscito dal cimitero sono andato verso l’alto, verso la sobria bellezza di Frigento. La via panoramica chiamata Limiti era mossa da un vento senza fiamme. Poca gente in giro e tanta terra davanti a me. Contento di essere lì, sicuro di avere fatto bene ad andarci, contento di stare seduto senza far niente su uno scalino all’ombra.
È nuovamente tempo di scendere, vicino c’è un altro posto con una sua intensità. Vado alla Mefite. Una pozza di acqua e fango che ribolle può essere poco. Oggi è molto, il vento muove le canne, si sente che il luogo ha avuto una sua storia e io sento che è bello stare qui a bocca aperta, farsi entrare nel petto quest’aria che può sembrare l’alito di angeli ubriachi.
Vado verso Villamaina. So che c’è un boschetto con alberi poco fitti. Scendo a fare una foto e vedo una mamma di cinghiale con sei cuccioli. Non se ne scappano e non me ne scappo nemmeno io. Loro si avvicinano e mi avvicino pure io. Faccio tranquillamente le mie foto. Io sono un cacciatore di desolazione e non di animali. Li guardo con allegria, mi sento felice del fatto che non faccio paura, che questi animali smuovono la terra vicina ai miei piedi senza alzare lo sguardo verso di me. Forse hanno capito che vago nel mondo da disarmato. Li lascio a malincuore, ma questo bosco ormai è un altro luogo che mi appartiene, un luogo sacro come tutte le cose che ho visto oggi.
La giornata volge al tramonto. Passo per Gesualdo. Anche questa è una bella Irpinia. Mi basta vedere il castello da lontano e sono felice. Il mio passaggio dura poco più di una stretta di mano. Sento amicizia per questo luogo, mi basta averlo visto, gli voglio bene, voglio bene alle sue pietre. Oggi ho visto i morti di Grotta, la luce di Frigento, il fango della Mefite, ho viste tante cose, tutte bagnate in questa Irpinia d’agosto che non è né vuota né concitata. Un’Irpinia che sarebbe bello se avesse questi abitanti anche d’inverno.
Sono nuovamente a Grotta. I morti sono al loro posto e le macchine fanno i soliti giri. È ora di tornare a casa. Ci torno per scrivere, per onorare la bellezza semplice e appartata delle cose osservate.
Ho voglia di scrivere senza la lingua sporca che uso quando parlo con le persone. A parte qualche mezza frase che viene ogni tanto, il mio eloquio è vanamente concitato. Parlo e sento che non dovrei parlare. Dovrei soltanto far suonare il mio corpo. Scendere a picco sulle cose e risalire in verticale. Basta coi giri obliqui, tutti questi giri che mi hanno fatto impallidire. Voglio tornare a essere secco e delirante, voglio portare gli altri davanti al mio furore o alla mia calma e non sempre davanti a questa poltiglia di stati d’animo che cambiano aspetto appena li smuovi, appena ti ci muovi dentro. Voglio essere come le cose che ho visto oggi: i morti di Grotta, la luce di Frigento, il fango della Mefite, i cinghiali del bosco, le pietre di Gesualdo. In alcuni giorni, in alcuni minuti c’è un attimo di bene che vaga per il mondo. È il caso di riconoscerlo e nominarlo.

 

 

 

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