GRECI

UN VECCHIO TESTO DA VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA

Quando vado a Greci più che per vedere un paese vado per sentire una lingua. E ogni volta sento un italiano gessoso, un parlare che somiglia a una scrittura alla lavagna. Dietro ogni sillaba c’è un’impercettibile fatica. Ogni frase è accuratamente sistemata sullo slittino del respiro e scivola lentamente nelle tue orecchie. Io sono un forestiero e non è a me che ci si rivolge con l’antica lingua albanese. Devo accontentarmi della diversità che si sente nell’italiano, una diversità che racconta di un popolo venuto da altre montagne non molto diverse da queste. Le acque adriatiche dividono ciò che diviso non è. Qui siamo all’inizio dell’Europa orientale. Greci è più vicino a un paese rumeno di quanto sia vicino a un paese napoletano.

Oggi non viaggio da solo. Oggi sembro uno importante, ho un aspirante paesologo che mi fa d’autista. Andare in un paese con una compagnia non è una buona cosa. Più il paese è sconfortato e sconfortante e più è necessario andarci da soli. Non devi avere nessuna spalla a cui poggiare la tua fronte. Devi sentirti come un cane in mezzo alla strada.

Arriviamo a Greci e noto il solito trattore davanti a una casina bassa all’inizio del paese. Non c’è da passare alcun casello, non c’è il problema di trovare il parcheggio. Oggi c’è solo il problema che piove e siamo senza ombrello. Siamo dentro un bar con i dannati del tempo perso e quelli che si dannano per il tempo perso. Non è più come una volta quando nel mondo contadino il tempo vuoto era un tempo vissuto pacatamente. Si sapeva che presto sarebbe finito per tornare alle fatiche dei campi. Adesso chi ha strappato una pensione a cinquant’anni ha davanti a sé uno sterminato tappeto di giornate vuote e su questo tappeto cade ogni giorno un pesante strato di polvere.

Al bar ci dicono che oggi il Comune è aperto. Greci è un paese molto ospitale, ma non è che possiamo infilarci nella prima casa che capita. Al Comune ci puoi sempre andare. E poi il mio amico conosce il vicesindaco e io conosco il sindaco.

Troviamo l’amico del mio amico. Aria da bravo ragazzo, fa il vicesindaco ma ci tiene a dire che non prende una lira. Essendo disoccupato evidentemente lo mantengono i genitori. Mi dice che anche il sindaco non prende lo stipendio. Il Comune ha pochi soldi e loro hanno deciso di risparmiare a proprie spese.

Chiedo all’impiegato dell’anagrafe qualche notizia sul numero degli abitanti. Non è un impiegato accidioso, è uno che la sa lunga. Mi consegna un elaborato grafico che parte dal millecinquecento. L’impiegato sa tutto del paese. Gli faccio un po’ di domande, ma l’agitazione non mi abbandona. In sostanza Greci è un paese di stranieri a cui sono capitate le stesse vicende dei popoli indigeni. Qui niente imprese agricole o artigiane, niente capannoni industriali. Chi non se n’è andato è perché ha trovato un impiego al Comune o alla forestale. Sembra incredibile che con tanta terra non ci siano cooperative agricole, non ci sia un negozio dove comprare qualcosa che sia fatto sul posto. Solo da poco tempo è nato un caseificio, si trova a valle lungo la strada che collega questa Irpinia nascosta con la Puglia e il Sannio.

A Greci non c’è neppure il ceto medio. Ci sono le pensioni e i mestieri legati alla ricostruzione post-terremoto che qui è ancora in pieno svolgimento.

Stiamo per lasciare il Comune ed ecco che arriva il Sindaco. È una bella ragazza con alcune lievissime imperfezioni sul volto che la rendono, almeno ai miei occhi, bellissima. Scambiamo alcune parole. La sua presenza ha messo un filo di piacere sulla mia agitazione. Si congeda velocemente dopo avermi consegnato un libro sul paese. I sindaci vanno sempre di fretta. Alcuni sono fannulloni affaccendati, altri si affaccendano senza riuscire a concludere molto per il semplice fatto sono chiamati ad amministrare dei paesi che non ci sono.

Fuori piove ancora. A questo punto c’è solo un altro bar da visitare. Il taccuino degli appunti è quasi vuoto. Questo bar ha una parete adibita a edicola. Faccio una foto ad alcuni anziani seduti. Ho chiesto il permesso al barista, ma non ai soggetti interessati e giustamente uno si arrabbia. C’è sempre chi ha paura di essere ritratto e chi non se ne frega niente. Nel bar c’è anche il fascista di Greci. La prima volta che venni qui mi fermai a parlare a lungo con lui. Non mi ha riconosciuto. Mi dicono che ha avuto problemi di salute. Non è mai riuscito a fare una lista. La sua attività politica è del tutto fantomatica. Si fa fotografare col braccio alzato. Qualcuno ride, altri giocano a carte senza neppure farci caso.


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