lettera a livio

metto qui la lettera che ho scritto al secondo dei miei figli, lettera che compare in geografia commossa dell’Italia interna. livio è l’autore dei comizi che stanno apparendo in rete.

 

Caro Livio,

Una volta si diceva che il privato è politico. Adesso se ne dicono tante, ma questa frase non si sente più.

Oggi che è il tuo diciassettesimo compleanno ho pensato di scriverti.

Ti considero il mio interlocutore più prezioso. Non sei un mio amico, sei mio figlio. E sei molto diverso da me. Sai bene che il figlio che mi somiglia di più è tuo fratello. È lui che come me abita l’orlo, è lui che scivola, mutevole e irreperibile, tra gli esseri e le cose.

Tu hai la densa attenzione agli esseri e alle cose che ti viene da tua madre. Da lei ti viene un fondo di verità e di forza e l’assenza di vanità e un senso naturale di compostezza.

È un grande dono di ogni giorno averti nella nostra casa. È bello che a volte mi accompagni nei miei giri. Hai accompagnato le mie immagini dell’Irpinia con la tua musica. Questa collaborazione è la cosa di cui vado più fiero. So che posso farti leggere le cose che scrivo, so che posso ricevere buoni consigli. Mi piace vederti leggere, vederti suonare, vedere come senti il falso che c’è nel mondo che si ritiene progredito, accompagnare l’ardore che ti viene contro gli estremisti della moderazione.

Guardo alla tua vita con grande speranza e non ho paura di svolgere in pubblico il mio esercizio di ammirazione. Lo faccio stando nel sud del familismo amorale: ci siamo presi questa stupida etichetta da un americano e purtroppo ce la teniamo stretta.

Spesso nei miei giri parlo del fatto che tu hai un modo di vivere questi luoghi che mi piace molto. Essere attento alle migliori espressioni artistiche in giro per il mondo e nello stesso tempo andare da tua nonna e imparare a fare la pasta a mano. Hai imparato presto, come hai imparato a fare i dolci. Se guardo le figure di una tua giornata trovo tante cose belle: correre, studiare, suonare. Hai un tua vita che fila, ma questo non t’impedisce di restare accordato al luogo, di frequentare gli amici del paese senza intellettualismi, senza fare la parte del giovane speciale. Alla tua età per me era diverso. Nella nostra cultura i genitori non usavano fare complimenti ai figli. Prevaleva su tutto la cultura del rimprovero e del lamento, eri sempre in debito: una volta mia madre mi chiese a che serviva tutto quel mio stare chino a scrivere se poi non uscivo mai alla televisione. Mio padre mi considerava un po’ pazzo, inaffidabile. Lui non sapeva che era come me e io non sapevo che ero come lui. In fondo sto continuando il suo lavoro.

Nel tuo caso è inutile chiedere cosa farai da grande. Quello che farai lo stai già facendo. La tua ricerca è perfettamente fusa nella tua vita. Non hai le mie fragilità, le mie paure, la mia impaziente ricerca di attenzione. Io non ho fatto nulla per farti diventare ciò che sei. Non ti ho seguito, lungamente sono stato distratto dalle mie ansie. Ci siamo raggiunti e ritrovati in un luogo non stabilito, il luogo della poesia.

So bene che esiste la congiura dei deboli, dei mediocri, so bene che il confine tra esposizione e immodestia è molto sottile, ma io sono una creatura di confine, è inutile rimanere al coperto sotto le coperte della falsa modestia. Credo che uno dei mali del sud sia l’incapacità di ammirazione verso i luoghi e le persone vicine. Il sud si è fatto convincere che il buono è altrove. E alla fine tutto il mio lavoro è nel provare a scalfire quest’abito di gesso che portiamo da millenni e che dopo l’unità d’Italia è diventato un abito di piombo.

Tu hai un peso che io non ho. Puoi rompere insieme ad altri ciò che io, da solo o assieme ad altri, ho solo scalfito. Vai avanti, continua a suonare la tua rivoluzione!

 

 

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3 thoughts on “lettera a livio

  1. bravo franco arminio, una geografia commossa dei rapporti padri figli ai tempi delle dissoluzioni famigliari, quando per lo più chi è padre non sa fare il padre, chi è figlio non sa fa fare il figlio, chi è padre non sa fare il figlio che è stato, chi è figlio non sa fare il padre che forse sarà, e insomma chi è padre non sa fare il figlio, chi è figlio non sa fare il padre

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