Lettera da Otranto

 

 

Una nave nel mare, con le sue luci accese prima che sia notte. Dall’altra parte la luna. E in mezzo io che cammino sul marciapiedi, tra le case chiuse di Otranto in un giorno di ottobre.

Non so cosa avrei scritto se non mi fossi fermato per uscire a salutare una persona, se non avessi visto la luna e la nave. Ho interrotto il sogno della scrittura per uscire nel lavorio della realtà: saluti, discorsi, ma qualcosa che ti stava sospeso dentro e ti faceva scrivere è come se fosse caduto a terra, adesso la mia scrittura è un bicchiere rotto.

Sono passato nella sala dell’albergo dove una ottantina di persone provenienti da cinque continenti fanno un seminario organizzato dall’istituto della Democrazia Profonda. Io li guardo da un margine, stanno facendo un lavoro sulle dinamiche dei gruppi e delle relazioni. Se loro appartengono al mondo io a cosa appartengo? Perché non mi sento mai dentro? Perché questo mio perenne sgusciare come un serpente tra le canne?

Stamattina parlavo del mio non riuscire a scrutare il fondo di me, il fondo si sposta, ho paura di morire, ho solo paura di morire, e cerco qualcuna che mi guarisca, ma non un medico, non cerco una medicina, cerco di guarire con l’assurdo, potrei concepire e diffondere la medicina dell’assurdo, il dare un bacio o chiederlo senza averne voglia, il chiedere intimità piuttosto che subirla. Impastare subito dopo tutte queste cose con lo stato del mondo, il dolore per il disordine che c’era poco fa nella periferia di Otranto, il marciapiedi e le case schiacciate dalla luna e dalla nave del mare, le cose degli uomini piccole e arruffate. La vita è guardare allora il marciapiedi, la luna e la nave, lo sguardo che si muove, il fuoco che si perde e poi torna, l’inquadratura di cose singole, affiancarci alle cose, esporre gli umori e vedere noi stessi mischiati agli umori, l’io che era sotto la zolla che abbiamo rivoltato adesso si dimena, la giornata smisurata di chi cerca una vertigine e la trova, la frase perduta in mezzo al testo, e adesso mi viene in mente che ieri parlavamo di luce, il sole, imperatore buonissimo, e noi sudditi devoti, noi che beviamo la luce, noi che abbiamo le ossa golose di luce.

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