la riforma che riduce la disoccupazione

di livio borriello

 

1

 

l’allestimento prospettico del mondo.

la mia presenza nel mondo è pesante, violenta.

io sconvolgo l’esistenza neutra, silenziosa, lenta delle cose.

il fatto che io esista è incalcolabilmente più denso del fatto che esista quel tetto.

la mia presenza nel mondo è un evento decisivo.

ciò che rende decisiva la mia presenza, è che io coincida con il luogo dove sono.

qui c’è carne, una congerie molle, rosacea, umida, massiccia. dunque io sono immerso e coincido con una carne, con questa carne.

 

 

 

2

 

tu sei memoria. la memoria tecnica di un istante fa, e quella romantica della tua infanzia. il tessuto che costituisce un’individualità, è un tessuto di tempo digerito, e trasformato in linguaggio. tu non sei in te, in te sei solo un morto, il morto che coincide col tuo corpo. la tua armatura, il tuo sviluppo, è fatto dei minuti, di questo materiale fatiscente e invisibile, che qualcosa (soggetto) allucina, dei minuti toccati al tuo corpo, così come esso li ha trattenuti in qualche forma ancora non chiara alla logica. quando il corpo sente la loro profondità, e la loro irreversibilità, i ricordi lancinano. dunque tu sei fatto di questa vertigine inaccettabile e inconoscibile, e puoi sopravvivere solo se la neutralizzi, se la mineralizzi, se la lasci nel corpo ad agire meccanicamente. i moti muscolari e chimici intanto ti incalzano, e producono incessantemente – sulla cresta del presente – nuovo passato, nuovo L.. sei una macchina che produce passato, che produce memoria, che ti produce. e questa è l’unica cosa che sei, che sei individualmente – questa operazione sul tempo.

 

 

3

 

se questo è il passato – se tutto finisce in questa voragine– io ho diritto alla più feroce, più violenta, più dissennata felicità. nessuna felicità ci ripagherà dello sprofondamento della vita.

i fiori di carne delle donne, che sbocciano nel limo del grigio pomeriggio piovoso. il tepore, la nudità, la motilità, l’organicità delle carni.

le psichi invece sbiadite, rattrappite, marcite, asfissiate nelle loro lingue.

poi ci sono io, cosa delle cose, cosa dal cui interno si esiste.

 

 

 

4

 

altri, ci sono nel mondo, in una situazione stranamente simile alla mia

 

 

 

 

5

 

fra me e gli altri, il mondo si alleggerisce, diminuisce. prima che il mondo da che era me sia un altro, si attraversano estesi spazi insignificanti, poco significanti. fra me e l’altro c’è l’aria.

 

questo, mi impedisce di sentirlo bene. anche se io sono ancora lui, anche se io non sono abbastanza.

tutti sono “un altro essere”, senza saperlo, anzi un dio – scivolante fra le vetrine, un dio che compra la pizzetta, in quanto hanno ben complicato la polvere che erano. noi siamo questa congerie di aria, di suoni, di macelleria e di intenzioni, di cui una frazione infinitesima compra una pizzetta – 1 euro e mezzo – segno che esiste il reale, prova contabile e funzionante. e dopo era passato pure un minuto!!

 

il fatto che io mi sia infine depositato in me, è del tutto casuale. il corpo dell’altro, mi assicura la scienza, è fatto con strutture e liquidi e umidità e fori e pori e dinamismi straordinariamente simili ai miei.

 

ma le sue braccia, non obbediscono al mio comando, il segnale dovrebbe arrivare troppo lontano, attraversare troppi valichi e barriere.

io non sento il suo dolore.

io non godo il suo orgasmo.

se è mio figlio, se mi innamoro, onde si ripercuotono fra me e l’altro, e rendono molti più intensa la rispondenza. quasi mi sembra di sentire dal suo corpo. ma non è proprio così, e poi dura poco…

 

 

 

6

 

e tuttavia, se io metabolizzo questo sentimento, se io mi posiziono in quello stesso punto e in quello stesso istante in cui tutto coincide, se io mi concentro in me fino al punto in cui dileguo, se mi esproprio, se mi sporgo dal mio orlo, se colliquo dal mio contorno, se affino la carne fino a sentire la pastosità e la conducibilità dell’aria, se mi ricordo del mio non essere ancora – del mio non essere mai stato – se sbaglio ad essere stato, se vacillo dai suoni e i tratti della mia lingua, io posso sentire, come una risonanza, come una ripercussione, quello che diversamente, che altrimenti sono. ci sarà un giorno in cui il dovere sarà il de-habere – lo svuotarsi, il non più essere. ci sarà un giorno in cui sentiremo il dolore di denti del nemico, e godremo della carezza nella sua mano.

 

 

7

 

questo è per me l’atto politico più urgente, la riforma che riduce la disoccupazione.

 

 

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