Paesi amari

30.5 (9)

di Eliana Petrizzi

Paese lucano

Non mi piace più  venire dove mio padre è nato e dove ho trascorso l’infanzia, pensando sempre bene della gente e della vita semplice, perché mi sono accorta che anche qui la solitudine ha dato frutti amari. Quando stai per partire ti dicono: “La prossima volta resta un poco, vieni a casa a salutarmi”. Quando torni e ti vedono a stento ti salutano, e tanto basta a dire d’essersi incontrati. Altre volte ti fissano in silenzio, con un odio senza cura.
Il paese che si svuota, la gente sola, la malattia che non vale la pena guarire. Di una nascita, dei due giovani ammazzati ieri, delle olive che si perdono, si parla senza dispiacere né speranza.
Zia Rosa vive da sola da 50 anni, circondata da calendari scaduti, foto di Santi e defunti. Le chiedo come riesce a vivere senza tristezza né allegria. Le dico che nessuno è fatto per stare da solo, nemmeno le cose. Pure le tende appena lavate, per stirarsi bene devono stare in compagnia, prendere il vapore di una tisana, il fiato di chi ci dorme accanto. Mi risponde che lei sta bene così, e che non le manca niente.
Visita a donna Titta. Si parla ancora del paese, delle cose che non vanno, della sua vita così spenta. Le chiedo che si può fare per cambiare la situazione. Titta guarda fuori, alza le spalle e dice: “Tutte le cose finiscono”.

Paese campano
1.
Giovanni era un bel ragazzo sveglio. Lo saluto e non mi riconosce. Non ha mai lavorato. A 56 anni vive ancora con la madre, in faccia il ghigno degli stolti.
Alfonsina, 20 anni, passa la vita dalla casa alla chiesa e dalla chiesa al cimitero; le mani chiuse a pugno, le pantofole, non un filo di trucco, molti capelli bianchi, lo sguardo di una suora crudele. Il suo saluto è un cenno col mento, fissando per terra.
Lucia, che fino a tre mesi fa stava bene, ha un tumore. Viene a salutarci piangendo, mostrandoci la pancia gonfia, la faccia invecchiata di 20 anni, maledicendo, dice, la sua vita inutile in questo posto di merda. Per curarsi deve andare in un ospedale che dista 2 ore di pullman, accompagnata da una vicina più vecchia di lei, vedova, malconcia, madre di un figlio unico che vive altrove, e che non vede quasi mai.
La casa di Filomena è crepata a causa dello smottamento della montagna, che in poco tempo, dice, cancellerà gran parte del paese. Gli abitanti del quartiere sono andati dal sindaco a protestare? Non serve a niente. Perché allora almeno lei non se ne va da un’altra parte, come mai non ha paura della frana che le avanza contro? Perché prima o poi bisogna morire, e un posto vale l’altro.
Il cielo fermo, le strade vuote. Osservo la piazzetta costruita da poco, con fioriere e panchine che non servono a nessuno. Da qui si vedono solo il cimitero, il muro della montagna, il fondovalle deserto, con tornanti come vipere. Poi solo vecchie cose meravigliose, accanto a quelle di cui più nessuno si cura.

2.
In questo posto non mi trucco, mi vesto comoda e non mi affretto: le azioni sono un pane che deve bastare per giorni. Stamattina il sole dà un poco di speranza a chi è seduto dall’alba davanti al bar. I piedi di molti, stesi sulle sedie difronte, hanno preso la stortura dei morti. Faccio il giro dei vicoli, ma dura poco: la malora mi ha stancata. Le case che hanno perso le pietre saporite di un tempo spiccano senza voce tra quelle rimaste. Molte in vendita, che nessuno vuole nemmeno regalate, perché qui c’è solo gente che scompare. I giovani in piazza stanno seduti in silenzio, ciascuno da solo, nella posa dei parenti in casa dopo un lutto. I vecchi, da anni sulla stessa panchina, muoiono per essiccazione sul posto, fiduciosi nella terra che curerà i loro resti.
Qui le nascite riguardano soprattutto rondini, passeri, piccioni, violacciocche tra le pietre della torre medievale. I ragazzi del posto non hanno scelta: dopo le scuole devono andarsene. Troveranno lavoro fuori regione o all’estero. Molti torneranno ad agosto, per pochi giorni. Mi chiedo se, come i loro padri, da vecchi vorranno tornare qui, o almeno esservi sepolti. Molti non potranno, altri non vorranno. Eppure ricorderanno a volte l’odore della pioggia sui muri della casa dove nacquero, l’ombra delle nuvole sulle montagne e sui fiumi, il volo delle poiane, lo sconforto familiare dei giorni vuoti, il profumo delle ginestre che si sente per chilometri, fin dentro le case.
Prima di partire, visita all’ospizio, in cui vivono 9 anziani: alcuni dementi, gli altri abbandonati dai figli che vivono altrove. “Chiudi la finestra”, dice Rosetta, 83 anni, anche se la finestra è chiusa. Rosetta ha paura del vento, che toglie le cose da dove stavano, e ne porta altre dove prima non c’erano.
Di sera, guardando le montagne, il mio nome mi chiama dall’interno con una fitta dolorosa.
Vivo alla luce del giorno e non mi manca niente, ma non so chi sono. Non come le persone di un tempo, che nel buio delle loro menti capivano ogni cosa.

http://crateri.wordpress.com/

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2 thoughts on “Paesi amari

  1. Sono molto colpita dall’articolo di Eliana Petrizzi. E’ duro e forte e in un certo modo la sua descrizione ha molto in comune con la vita vuota di un paese lontano dalla Lucania, nella campagna

    Senese, dove vivo. Mi piacerebbe avere la sua mail e scriverle.

    Forse l’Italia è molto più simile nelle persone, di quanto si pensi.

    Ilaria Marvelli

    imarvel@tin.it

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