La tristezza di una nazione senza miti

metto qui un mio pezzo uscito ieri 4 luglio su il fatto quotidiano.
se vi piace fatelo circolare. sono concentrato sul festival di aliano, che a me sembra anche un linguaggio politico nuovo, oltre che culturale. erano una cosa molto nuova e forse rivoluzionaria anche i video comizi durante la campagna elettorale, ma in quel caso per il sistema mediatico erano semplicemente delle cose “curiose”

***
Ho sognato che l’Italia stava ancora giocando con l’Uruguay. Nel sogno tutte le opinioni di questi giorni erano pura allucinazione, la partita era al suo ultimo minuto ed è questo punto che è arrivato un tiro azzurro rasoterra da fuori area, un goal che faceva uno a uno e dava all’Italia la qualificazione.
Ho vissuto di calcio e di sport televisivo almeno fino a vent’anni in maniera molto intensa. Poi ho cominciato a distrarmi. Ho visto le partite dei mondiali senza aver visto quasi nessuna immagine del campionato. Per la prima volta nella mia vita ho visto in campo giocatori che non avevo mai sentito nominare.
Ho cominciato a vedere la partita con l’Uruguay col computer sulle gambe. Quando la casa in cui vivo adesso era un’osteria, la partita ero l’unico a vederla in piedi o seduto per terra: la stanza era affollatissima e mio padre e zio Giovanni guidavano la truppa di un tifo convulso in cui la stanza di casa diventava un pezzo di stadio.
Non mi sono mai sentito un patriota, ma il momento dell’inno non me lo perdevo mai. Mi sembrava inconcepibile guardare una partita senza ascoltare l’esecuzione degli inni nazionali. Per questo mi sono felicemente sorpreso nel sentire le lacrime agli occhi al momento dell’esecuzione dell’inno italiano nell’ultima partita brasiliana. Quelle lacrime dicevano che nella vita non finisce mai nulla, uno strato si aggiunge a un altro, l’infanzia resta con noi, da qualche parte ci sono tutti i nostri baci, tutti i nostri respiri, ci sono i funerali, le cene, le malattie, le paure.
Tornando alle lacrime e alla partita con l’Uruguay, la mia sensazione è che fosse davvero una partita cruciale per l’estate della nostra nazione. I mondiali sono un momento in cui gli italiani che seguono il calcio vengono affiancati da altri italiani, è come se l’occasione creasse una comunità nazionale che la politica non è mai riuscita a costruire. Si cominciano i mondiali con l’idea che partita dopo partita la comunità si allargherà e si rafforzerà. La partita con l’Inghilterra era stato un bel trampolino. L’Italia non aveva in testa i progammi di Renzi, non aveva memoria delle elezioni europee, Grillo e Berlusconi erano stati evacuati per lasciar posto a Pirlo e Balotelli.
La sconfitta con l’Uruguay e l’eliminazione ha buttato giù il cantiere comunitario e ognuno è rimasto solo come era prima dei mondiali. L’autismo corale è tornato a pieno regime e anche se tutti si sono impiegati nella fabbrica dell’opinionismo post-eliminazione, si capisce che la critica non fa comunità, che la sconfitta divide ancora di più ciò che da sempre è rotto e spezzettato.
Ecco, abbiamo bisogno di sentirci insieme, di credere nello stesso tempo alla stessa cosa. Il quaranta per cento delle persone che hanno votato per il Pd non si sentono insieme, non hanno gli stessi sogni, anzi, sono accomunati solo dalla penuria di sogni. E così vale per i votanti degli altri partiti. E vale anche per i fedeli del Papa: avere una brava persona come vicario di Cristo è un sollievo che non scende nella carne, che non cambia la vita delle persone.
Forse per questo fin qui non hanno avuto conseguenze concrete le annose polemiche sugli alti stipendi dei calciatori o il disgusto per la disparità tra la loro fama e i loro meriti effettivi. Forse per essere felici non basta risolvere a livello individuale la propria vita, bisogna partecipare a un onda. Ognuno di noi è una goccia d’acqua che si batte per essere riconosciuta nella sua unicità. È un bisogno vero, ma c’è anche il bisogno più grande di sentirsi mare.
In questo momento non abbiamo un attore, un regista, un cantante, uno scrittore, uno scienziato in cui tutti si riconoscono. Una nazione di individui senza miti condivisi è una nazione rancorosa e infelice.
Se la nazionale di calcio non ce la fa a farci sentire assieme, bisogna costruire altre occasioni comunitarie, magari partendo da piccoli gruppi, piccole occasioni. Può essere una festa, può essere una lotta sociale, può essere qualsiasi cosa che avvenga in un luogo reale con persone reali. Allora congediamoci veramente dai calciatori, avvisiamoli che per i prossimi anni non accenderemo più la televisione quando ci sono le partite. Costruiamo le nostre partite e se sono veramente le nostre, vedremo che vincerle o perderle sarà davvero meno importante che giocarle.
Il guaio dell’eliminazione brasiliana è che ci hanno tolto quello che non era nostro e abbiamo scoperto amaramente che ciò che rimane è poco, ma da quel poco bisogna ripartire.

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2 thoughts on “La tristezza di una nazione senza miti

  1. Bellissimo pezzo, sottoscrivo parola per parola. Il messaggio ci è chiaro da anni e la voglia di essere pensiero
    pulsante a conto e ragione ci contraddistingue e ci unisce.
    Ognuno di noi è diventato seme per essere realtà nell’altro e tante civilissime battaglie ci attendono.
    La poesia e la letteratura di livello alto serve a questa riumanizzazione e saremo vigili e altruisti.
    Grazie di cuore, un abbraccio che è sempre uno sprone a te e a tutti lettori del blog, Gaetano Calabrese.

  2. Credo che manifesti una speranza infondata. Politicamente infondata perchè socialmente inconsistente. Intanto i numeri dei quali parli non sono né veri né falsi, sono solo aspettative utili ad un ragionamanto: apriori marziani.
    Personalmente credo che ogni politica strutturata è semplicemente morta. È un artificio autoreferenziale di una comunità zombie.
    Le cose cambiano altrove anche se passano dalle sopravviventi sovrastrutture politiche. Per esempio, lo sai che è stata proprio la cosiddetta mafiosa Sicilia con i suoi governi ufficialmente mafiosi e il parlamento regionale costruito col voto di scambio che ha innescato per prima uno dei più potenti meccanismi di cambiamento economico-strutturale e socio-culturale forse a sua insaputa e sicuramente sottovalutando gli effetti, attraverso l’istituzione delle aree protette (parchi e riserve) con la L.R. 6 maggio 1981, n. 98?
    Chi ha votato questa straordinaria legge nemmeno immaginava quali mutamenti rivoluzionari avrebbe innescato.
    Le cose stanno cambiando (la storia non può venire forzata) inconsapevolmente nella testa della gente con concetti apparentemente circoscritti ed innocui come i parchi naturali regionali siciliani, come la tua idea “paesologa” con il cibo lento di Carlo Pedrini, i vini e la cultura locale di Luigi Veronelli, con l’idea di architettura a regola d’arte non invasiva, con la riparazione contro la sostituzione… Anche con questa “benedetta” crisi dei consumi e delle idiozie del PIL. E infine anche con la morte di un inno nazionale e la sua retorica malsana.

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