Prosa del quattro settembre

un pezzo da nevica e ho le prove

Io sono un ipocondriaco, ipocondria maior, una forma di psicosi che consiste in una continua osservazione del proprio corpo, conclave di sintomi minacciosi e mutevoli, ma sempre segni di una fine che s’immagina prossima.
L’ipocondriaco sente di avere il corpo malato e questo fa sentire quanto ci sia estraneo: noi apparteniamo al nostro corpo ma esso non ci appartiene. Allora ecco che diventiamo spioni, voyeur di noi stessi, alla ricerca del traffico losco che il nostro corpo intrattiene coi demoni. Dentro di noi c’è un sabotatore e chi ne avverte lucidamente la presenza non può lasciarsi andare proprio a niente, né alle donne, né alla scrittura. Si sta, sotto il fuoco di un cecchino che non spara, prende solo la mira.

Noi siamo i coloni del nostro corpo e quando raccogliamo qualcosa abbiamo sempre il sospetto che non siano frutti da mangiare, ma semi per fare altri raccolti. Questo noi non mi convince, ma ormai la frase è fatta.

Noi siamo traslocatori: porto in me le tue parole, porto in te le mie, e così per gli sguardi, i sentimenti e tutto il resto. Qui rischio di perdermi e mi fermo. Comincio ad avere un poco d’ansia. Vado a fare una pedalata.

La vita l’ho lasciata da ragazzo, l’ho lasciata quando ci potevo entrare, ho scelto lentamente un’altra strada ed ora sono qui a dire che non ho nessuno intorno, nessuno che delira insieme a me.

Lo avevo chiesto alle donne. Avevo una foga certe volte nel dire di un rapporto che andasse oltre il corpo, oltre il cuore. Non hanno risposto.

Nessuno ha colpa, loro hanno altre vite, altri corpi. Le donne e gli uomini non sanno nulla oltre la briciola del mondo.

Un minuto acceso che accende tutti gli altri minuti, io sto in un fuoco, la mente è una vampa, nessuno mi vede per quel che sono, una striscia, una striscia di fuoco.

Comunque il mio problema è la paura di morire, e questa idea che il mio corpo possa cedere da un momento all’altro, come se fossi una torre colpita da un aereo.

Adesso cado nelle frasi.

Ora non so dove andare con queste parole, io sono un gruppo di cani con la lingua di fuori. Il foglio è la campagna.

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One thought on “Prosa del quattro settembre

  1. la fatica del vivere si sente quando l’occhio interno potenzia a dismisura quello esterno.
    la paura di morire si avverte quando si risorge da mille morti riassaporando la gioia di vivere.
    Più che gruppo di cane,a me sembri la laboriosa formica che,in fila,insieme alle altre deposita nel formicaio l’indispensabile quota di cibo…..

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