UN DIARIO PER ALIANO

di antonella bukovaz

sabato 16 agosto
Ieri sera mia figlia Marija aveva escluso di venire con me a Aliano. Escluso. La
tentazione di chiedermi e affondare in un “dove ho sbagliato?” è stata forte.
Comunque ne abbiamo parlato, si fa per dire, a lungo. La discussione si è svolta su
watsapp: io nel mio letto, lei a una festa. Io a fare la madre triste ma comprensiva,
lei a fare la figlia comprensiva ma preoccupata di deludere. Stamattina le ho
postato su fb una poesia di Franco Arminio. Ciò che conta è fuori di noi / la
meraviglia del mondo è negli alberi / nelle nuvole, nella terra su cui poggiamo i
piedi. / Abbiate cura di andare in giro / non rimanete fermi / come stracci sotto il
ferro da stiro. Poco fa, in chat, mi ha chiesto se ho preso il biglietto anche per lei.
Cosa sarà stato? Lo scambio a stretto giro di watsapp? Il senso di colpa? La poesia
di Arminio? Comunque sia, dopo questo fuoco incrociato, parto con mia figlia per
Aliano e mi sembra che il viaggio sia già iniziato.

martedì 19 agosto
Il buio delle quattro era da molto che non lo vedevo. È un buio deserto e fitto, ma
dura poco. La strada che ci aspetta è lunga 1012 km, quasi l’Italia intera, ci penso
solo ora. Nuvole grigie e ai bordi il rosa dell’alba. Lasciamo il novembre agostano
del nord. In treno leggo La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz, ho appena
iniziato la parte degli Appennini. L’idea era quella di scendere lunga la spina
dorsale dell’Italia ma non arriveremmo in tempo. A Bologna ci aspetta Paolo. Treno
puntuale, Paolo puntuale. A Fano sale Franca e siamo al completo. Amore, figli,
figlie, anni ’70, scuola, case, paesologia, progetti in corso, varia umanità… in
viaggio si parla. Decido, non so se in base agli argomenti o alla nostra capacità di
risata, che la compagnia è ottima. Ai lati dell’autostrada scorrono eleganti gli
oleandri sempre più alti e rigogliosi. Mia figlia dorme e risorge solo poco prima delle
soste. A San Severo la sosta è imprevista ma il cimitero è proprio lì, a lato della
superstrada, irresistibile e dentro, da qualche parte, è sepolto Andrea Pazienza. Ci
mettiamo una mezz’ora a trovare il piccolo prato tra le tombe monumentali che
rendono esponenziale la calura del primo pomeriggio. Su una lapide bianca la firma
di Andrea. A fianco una pietra del Gargano, in un incavo cresce un cipresso bonsai.
Trevico. L’ospitalità di Silvia è leggera e immediata. Il paese è stravolto dalle
ristrutturazioni e lei ci racconta della sua infanzia, dei prati, dei covoni di fieno,
dell’asina Stefania, fa riemergere lungo le vie i particolari dell’antica architettura del
paese. Ci apre casa Scola. Al centro del grande balcone un enorme cespuglio di
lavanda profuma lo sguardo sul paesaggio. Prati, castagneti, l’autostrada, sul fondo
Bisaccia, il paese di Franco Arminio. Silvia racconta ancora “ sotto il tiglio secolare
a fianco della chiesa Ettore Scola ci proiettava i suoi film su un lenzuolo”. Ceniamo
in strada sotto un altro tiglio – albero sacro ai popoli slavi – con parenti e vicini. La
sera, i trilli e l’aglianico sono freschi e buoni.

mercoledì 20 agosto
Cartelli tipo: Attenzione! Probabile assenza di luci in galleria! Io non li avevo mai
visti.
Decidiamo di scendere verso Aliano con tappa nelle Dolomiti Lucane.
Raggiungiamo Pietrapertosa mentre scende un corteo nuziale e non possiamo fare a meno di notare il girovita notevole di tutte le invitate variamente agghindate.
Guadagniamo il paese e i gradini davanti al forno dove pranziamo. Silvia ci
racconta la meraviglia del canto gregoriano di cui è appassionata dalla vita
precedente. Per esempio nel canto gregoriano la parola ego deve essere cantata
con un vibrato per dire la pochezza dell’io. Bellissima immagine spirituale. Da
Pietrapertosa parte uno dei voli dell’angelo. Un percorso volante da cima a cima e
ritorno. I voli di coppia sono sempre tutti prenotati, per quelli singoli c’è ancora
posto ma l’attesa è di un paio d’ore. Marija si ripromette di tornare. È sempre buona
cosa, in viaggio, lasciare qualcosa in sospeso. Sulla via verso il parcheggio ci
fermiamo a parlare con Francesco, un anziano piccolo e sdentato che sorride.
Emigrato in Svizzera da giovane, tornò al paese per vivere qui. Ora è solo e a
nominare la moglie, morta 15 anni fa gli si arrossano gli occhi e il respiro. Aliano è
vicina ma Luciana, il navigatore di Paolo pare non orientarsi. Vuole a tutti i costi
farci svoltare a destra nel bosco dove non c’è nemmeno un accenno di sentiero
così proseguiamo per tentativi e continuo tornare sui nostri passi pneumatici. Silvia,
che ci segue in macchina con Eitan, prende il comando e usciamo dai boschi.
Parallela alla strada, oltre il terzo paesaggio di erbe selvatiche, corre una fascia
larga circa 4 metri, ripulita dalle foglie e dalla sterpaglia, che fa da fermafuoco. Il
doppio celeste della strada asfaltata.
Arriviamo a Aliano alle sei. Franco ci abbraccia e riabbraccia. Tutto prende un
tempo lento. Il mio personale senso della durata comincia a franare prima di cena.
Poi cede tutto d’un colpo. Mollo tutto. Lascio che sia il tempo di Aliano. Andrà tutto
bene. La cena è comunitaria, il dopo cena un provvisorio, improvvisato e breve
incontro di poesia e canto, musica e ballo. Le cuoche fanno da contraltare con
indovinelli in lucano. È arrivata la fisarmonica. Franco è perfetto maestro di questa
prima cerimonia dei sensi.

giovedì 21 agosto
La luna e i calanchi è un festival dove si può essere stanchi, timidi, imbarazzati, si
può gareggiare a chi è più morbido, a chi è più impacciato. Franco, durante
l’inaugurazione ripete che i Parlamenti Comunitari sono il cuore di queste giornate.
È lì che la materia dell’anima si scopre e parla. “Aliano è un paese lontano anche a
2 km da qui”… “Aliano di notte è un’isola”… Quest’anno il festival è dedicato a Luigi
Scelzi che ha presentato il paese a Franco. Era un ragazzo, un architetto, viveva a
Aliano. Credeva nei paesi, “fate un salto al cimitero, alla sua tomba, la visita ai
cimiteri è una delle tappe obbligatorie per un paesologo”. La musica di Pasquale
Innarella e Carmine Ioanna ci da un po’ di fiato. Il saluto del sindaco viene interrotto
da una donna che con piglio decisissimo “decide” di chiudere questo momento con
la poesia di un suo amico “bravissimo poeta” di Stigliano, come lei. Franco gestisce
la donna con ironia tagliente ma bonaria, la accomoda nel proprio sconforto e la
culla divertito, mai aspro. Nonostante le risa del pubblico, la donna non si
scompone, accetta l’invito sul palco, chiama l’amico che legge dal telefonino,
traducendola in dialetto, una poesia scritta in italiano. Credo che la paesologia sia
anche questo. Non sottrarsi, assistere e condividere il mondo nella sua interezza,
anche ciò che appare in tutta la sua bruttezza. Tutto è provvisorio.
Si scende ai calanchi verso le sei. il paesaggio scarnificato dal vento mostra
l’essenziale di questa terra argillosa. Avara, mi viene da pensare, non fosse per la
sua magnificenza, per questo senso fisico del sacro che si conficca
immediatamente nel petto. Caterina Pontrandolfo, vestita di rosso, è la
sacerdotessa di queste cime provvisorie. Stamattina, durante il laboratorio ci ha
infuso un tale entusiasmo e avventato coraggio che ci lanciamo nel nostro unico
comune canto lucano Lu nigghie, appena imparato. Con il gruppo del coro appena
costituito, Le ultime Atlantidi, improvvisiamo anche la lettura di alcuni frammenti di Antonio Neiwiller, Per un teatro clandestino, testo trasparente, affilato e aderente a
questo momento, in questo paesaggio.
La notte è lunga, concerti, letture, un paese che piano piano si stringe in un
abbraccio sbriciolato che sale dalle radici. Le parole della notte non sono per tutti.
Sono per ognuno. Sono un appoggio, un crinale, una confessione, una scossa, un
divertimento, un segreto, una rivelazione. Sono tante e le mie sono le parole di
Antigone, le ultime. Sono le 2 e mezza e mi sento della stessa materia di questo
vento.

venerdì 22 agosto
Durante il laboratorio con Caterina in piazza Panevino affiora e risuona il flauto di
Marija e dal laboratorio di musica qui a fianco si intreccia ai nostri canti. Stare nella
vibrazione sonora femminile mi commuove e seduce. Silvia ci invita al Cantodromo,
angolo del paese provvisorio dove è possibile cantare e raccontare a un pubblico di
schiena, così che gli sguardi di tutti siano rivolti al paesaggio, ai calanchi. Mi
sembra perfetto, in armonia con il luogo e le intenzioni di questo nostro stare
proprio qui e non altrove.. Nel paese provvisorio si materializza la rivoluzione degli
spazi e dello stare insieme paesologico. Si depone l’ascolto strutturato e le
previsioni condizionate e le parole di Arminio prendono consistenza “da qui può
partire un nuovo modo di vivere i luoghi, radicalmente ecologico, improntato a
un’idea di comunità inclusiva del respiro degli uomini e dell’ambiente”. “Il laboratorio
di un nuovo umanesimo” e “la partecipazione emotiva, affettuosa, clemente con la
quale accompagnare il proprio sguardo” sono in atto. L’angolo del sexy shop ha un
successo straordinario. L’invito è quello di ritrovare un proprio sguardo e ricomporlo
nei sensi e nei sentimenti. Un successo.
I Parlamenti comunitari chiamano a raccolta i paesologi, richiamano a una
rivoluzione dell’agire. Paesologia per accorgerci della nostra grande bellezza, per
costruire un turismo che ama la lentezza, il vuoto. Per me che vengo dalla Stazione
di Topolò dove chi si affretta perde il treno è trovare una fratellanza. Paesologia per
riappropriarsi del territorio. E’ come ritrovare un padre smarrito, una madre perduta,
un figlio disorientato. Franco lascia il palco a tre ragazzi che invita e getta nell’arena
con la sua grazia sbrigativa. Parlano di sud, di futuro, di co-working, di architetture,
di nuovi modi dell’abitare.
Devo tornare tra i calanchi, ieri è stato troppo breve, troppo affollato. Oggi ho
bisogno di stare lì e di farmi trovare lì dal tramonto. Scendiamo verso le sei. I
calanchi producono un silenzio di cui avevamo bisogno. Fanno spazio. Franca
vaga su una cima, io nei brevi fondovalle tra i crinali screpolati da cui affiora un
mare di conchiglie.
Ospiti tra i nidi di Maria Cristina Ballestracci, il flauto di Marija e la voce di
Alessandra Battaglia ci accolgono, pochi alla volta, per Le letture a bassa voce. La
mia carne di madre si apre e assisto alla mia migliore poesia.
La lettura di Iaia Forte è sapiente, materica e affilata dalla musicalità dialettale. La
piazzetta Panevino è immobile, tutta nell’ascolto. E poi musica, musica, musica. O
Rom, miscela di balcanico e terre del sud. I Chicuta Quartet regalano un rock aspro
e un po’ ska. Sul palco i figli di Franco e poi anche lui a recitare i propri versi
infilandoli nella musica, nella giovinezza. Manfredi mi conquista con il fascino
particolare della sua pervasiva immobilità. I Renanera! mai visto niente di simile.
Animali da palcoscenico, genuini e poetici fino alla purezza dell’erotismo. Vado a
dormire alle 4 e mezza.

sabato 23 agosto
Incontro mattutino, come ogni mattino, con lo spazzino. In bocca un toscano da 15
centimetri. Occhi da civetta. Bidone sul carretto e scopa di rami. Non vuole che lo
fotografi. Sarà l’unico scatto rubato da Salvatore Di Villo, fotografo ufficiale del
festival. La sera, con un bel giubbetto chiaro da pescatore, non si perde un evento.
Prendo il caffè con le cuoche. Il lasciapassare è avere nella mia provincia parte
della famiglia della capocuoca che è anche caposquadra forestale. 5 cuoche su 7
sono forestali.
Pranzo, come ieri, con la famiglia allargata del paese provvisorio. La cucina, infilata
in una grotta, è dono prezioso di Peppino l’elettricista. I posti a tavola aumentano in
modo esponenziale come l’energia di Silvia, l’unico essere umano la cui geniale
iper attività non mi provoca ansia. Suo figlio Eitan, un giovanissimo dawn di 35
anni, è il sindaco del paese provvisorio. Incarna il futuro e la meraviglia. La
concretezza della provvisorietà. Prende i tuoi modi un po’ così, le relazioni di
circostanza, i gesti affettati e le pene irrisolte, le accartoccia e le getta lontano come
giocando con una palla.
Trovare una soluzione per il rientro di Marija stanotte è il lavoro più impegnativo
della giornata. Posti in pulmann esauriti. Posti in treno esauriti. Complicatissime
varianti di tragitto! Finalmente una soluzione non troppo complicata. Partenza 4.40
da Policoro, 45 minuti di macchina da qui, sul mare. Mare? Fuga a Policoro già nel
pomeriggio per saggiare la strada con la macchina del bionico Paolo Muran, che
del festival riprende tutto. Anche ciò che non si vede. Inesauribile come la pila di
Karpen ma molto più divertente. Il mare è agitato, schiumoso. Marija e Franca si
tuffano nelle onde al loro colmo. L’aria è densa, grassa e appiccicosa. Raccolgo
sassi incredibilmente differenti uno dall’altro.
Sono seduta sui gradini, poco più in là, nell’Auditorium all’aperto, centinaia di
persone assistono allo spettacolo di Ulderico Pesce, Il poeta d’alluminio. Sentire
raccontare il lavoro di Franco non riesce ad aggiungere nessuna meraviglia, io ne
sono già conquistata e ho già un mio posto tra le sue parole. Scrivo il mio diario,
vorrei nominare tutto. Sono già due le ragazze che si fermano per chiedermi cosa
scrivo, scusarsi e augurarmi buon lavoro. Cerco di non pensare che dalle mie parti
non succederebbe. Ripassano. Ora mi salutano come mi conoscessero. Ciao.
Sul tetto di casa Levi, Franco Piperno ci racconta le stelle nella notte più ventosa
del festival. Il cielo è generoso, ce le fa vedere una a una. Il vento mi riporta tutta la
stanchezza che si era portato via il mare.
Ritrovo alle 3 e mezza con Biagio e Antonio, due ragazzi dello staff. Ci
accompagnano al pulmann a Policoro. Ma Antonio non c’è! Biagio non viene da
solo. Sono furiosa. Metto in moto, faccio manovra. Nello specchietto lo vedo
arrivare, stampelle in una mano e panino nell’altra. Dice che non ha potuto
resistere. Lo soffocherei con quel panino ma i suoi modi sono esilaranti, irresistibili.
A Policoro arriviamo con breve anticipo. Marija parte e io mi godo il rientro nella
notte con queste due meraviglie di ragazzi.
Alfonso Guida dice cose tipo “ti devi ammalare per leggere Mandel’stam” oppure
“c’è troppa musica, si canta troppo” e ancora “bisogna essere profani” raccolgo
parole sparse, le riassemblo come posso. L’alba è un soffio delicato. Franco
vorrebbe parlassimo, siamo in pochi, stretti in piazzetta “ il poeta è un essere
inceppato, balbuziente, scrive perché non scorre”. Quando mi invita a sedere tra lui
e Alfonso mi alzo e mi rendo conto che la mia percezione dello spazio è come
l’alba, un soffio. Cammino fino a loro come sospesa e mi chiedo se qualcuno se ne
accorge. I brevi versi di Come un cane capovolto mi rotolano fuori rochi,
ammorbiditi dal mattino. Decido che l’ora migliore per la mia poesia è questa: 5 e
mezza. Andrea Semplici ci fa una foto che non vedo l’ora di vedere.domenica 24 agosto
A letto non si può andare, troppo tardi! Quindi, colazione nella piazza già piena di
nottambuli come me. Conchiglia al cioccolato, brioches vuota, cappuccino, risate di
quelle che scappano continuamente. Un’eccitazione del corpo e della mente che
affina i sensi e mi sembra di sentire il rotolio dell’argilla lungo i crinali dei calanchi.
Una condizione perfetta per l’incontro della mattina. 9.30 “Dello sradicamento e di
altre afflizioni contemporanee”. Cardellino, giovane membro della famiglia
provvisoria tra i preferiti di Eitan, viene con me poco convinto. È’ una riflessione
estremamente interessante quella che porta la Arendt e la Weil a confermare la
pratica paesologica. Il senso del dovere nasce dall’essere naturali e soprannaturali
insieme. Questo obbligo morale serve a opporsi alla logica della forza che
distrugge chi la subisce quanto chi la esercita, che riduce gli esseri umani a cose.
La pratica paesologica ricollega proprio il nostro essere naturale e il nostro essere
soprannaturale. Con Cardellino ne usciamo rincuorati e leggermente tramortiti.
Con Le ultime atlantidi ci troviamo per affinare i canti in previsione del concerto
delle sei. Le voci sono molte, lanciate un po’ a casaccio ma con amore nelle strade
tra le case di Aliano. Oggi è la giornata dei politici in visita, Franco si dedica alla
loro presenza. Speriamo che di presenza si tratti. Sulla scala della famiglia
provvisoria è apparsa una poesia. È’ di Francesca. E’ per tutti noi. Mi fa pensare
che si avvicina l’ora di raccogliere le cose sparse ma che comunque resterà
qualcosa.
L’idea di riposare un po’ nel pomeriggio naufraga lungo la strada verso l’alberghetto
dove sono ospitata, da Sisina. Ormai ci si conosce tutti. Con ognuno una sosta,
una parola. Poi una doccia e le prove di canto. La donna di Aliano che canta con
noi ci chiede di non andarcene mai. I canti richiamano molta gente del paese, sono
tutti qui per noi. Le melodie lucane si intrecciano a un canto sloveno, uno
romagnolo, uno siciliano… Il canto alla madonna per la processione finale è potente
per l’onda che alza verso la gente intorno e la corrente nella quale sento di venire
risucchiata. E piango.
Franco invita tutti a “sfuggire alla dittatura del brusio”, chiede silenzio così. Sono
sveglia da circa 40 ore. Un paese vuol dire, il racconto a precipizio di Fabrizio
Saccomanno prende ciò che resta dei miei neuroni e delle mie fibre muscolari e li
tende, mi fa male tutto. Lui è implacabile, nessun ammiccamento, nessuna
decelerazione, qualche brusca frenata per una pausa di sospensione, poi di nuovo
a precipizio nella storia, nella piccola storia di bambini e di uomini e di bambine e di
donne, storia universale e particolarissima di quelle che collegano il nostro essere
naturale al nostro essere soprannaturale. Sono incantata e passa ogni male.“Un
paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è
qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” C.Pavese
Piazzetta Panevino è strapiena di gente. Rocco Papaleo e Franco Arminio si
alternano come stregoni in un rito magico, ammaliano e divertono. Mi distendo e mi
addormento un attimo. Resisto, voglio ascoltare Canio. La sua sonorità dolente mi
pervade e coinvolge a tal punto che penso di capire cosa dice. Lo ascolto con tutto
quello che resta di me. È un dio magnifico.
A Aliano siamo tutti esperti di volo. La rampa di lancio e quella di atterraggio è il
paese provvisorio di Silvia. La cucina è la chiesa dove si compiono i riti della
teologia del sentimento. Partiamo da qui: un poco di attenzione, un dire che sia
semplice, un fare che sia dolce.

lunedì 25 agosto
L’ultimo caffè al bar. Qui le tazzine hanno lo spessore doppio rispetto a quelle in uso al nord. Che sia questo il segreto del buon caffè? Il barista, uno che fa del
“silenzio un prodotto tipico” e che tutti questi giorni ci ha accolto come fossimo una
scocciatura, stamattina mi fa un sorriso e mi chiede dove vado. Non lo so.
Aprendosi, ognuno dei sorrisi può essere visibile, e perfino leggermente reciproco

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One thought on “UN DIARIO PER ALIANO

  1. mi spiace, non c’è tutto quello che è successo, non ci sono tutti quelli che ho incontrato, non ci sono tutti i luoghi, tutti gli eventi…. Aliano è un paese enorme! un paesaggio sconfinato…

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