Zungoli

uno dei paesi dove andremo domenica 12 ottobre con la comunità paesologica.
testo tratto da VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA

Sono a Zungoli con una giornalista che vive a Roma, ma è attenta a quello che accade nell’Italia che non vede si mai in televisione. In genere quando vengo qui è per nutrirmi di silenzio e di un’atmosfera un po’ diversa da quella che quotidianamente ci imbavaglia.
Oggi è come visitare un reparto di geriatria all’aria aperta. Io non dispenso farmaci, sono semplicemente un orecchio che ascolta. Una volta qualcuno mi ha detto che sono un egocentrico che sa ascoltare, ma è un ascolto egocentrico proprio perché basato sul tentativo di distrarmi dal perenne ronzio dei miei neuroni allucinati da quarant’anni d’ansia.
La scena è fatta di sedie e scalini davanti alle case, è il teatro per ingannare la maliziosa noia della domenica pomeriggio, ma sarebbe la stessa cosa pure se fosse lunedì. Il calendario delle ferie e del lavoro qui ha poco senso. Siamo in una zona di persone che hanno già regolato i conti con l’aldiquà e adesso stanno espletando le pratiche per l’al di là. Sto a spiare gente che si sente sul confine. Anche io mi sento così, a dispetto dell’apparenza e dell’anagrafe. Sto con gli anziani più che coi ragazzi che vanno in discoteca, li ho scelti come miei interlocutori preferiti. Attraverso loro, attraverso le persone che stanno per lasciarla, cerco di scoprire un qualche grumo in cui sia impresso il senso della vita.
Questo per me è un paese biblioteca, vengo per studiare, non per divertirmi. L’aria di Zungoli ha una composizione particolare, non mi riferisco all’assenza di agenti inquinanti, mi riferisco al fatto che è un’aria che pare contenere i respiri di un’altra epoca. Qui mi sento all’inizio degli anni settanta, ma con gli anni che ho adesso.
Camminiamo per queste stradine che finiscono presto. Il paese è veramente un piccolo monile di muri bianchi e grigi, uno zucchero filato di stradine, di porte e di brusii. Il rametto delle chiacchiere si spezza facilmente. La gente sta fuori quando c’è ancora la luce e il tepore della stagione. Si sente un modo di conversare che non è mai concitato, un parlare senza animosità, lento, lievemente ipnotico, circolare.
Il taccuino degli appunti pare un piccolo catalogo di oggetti smarriti.
La prima che ascoltiamo è una signora che vive in America, si chiama Giovina. Parla male degli iracheni e del paese com’è adesso. Insieme a lei altre due vicine che sembrano liete della presenza di qualche forestiero.
Nel fondo della via c’è una signora triste che ci saluta con un po’ di disagio. Si chiama Carmela. A un certo punto dice che la vita è una merda e mi fa pensare allo spirito cioraniano che ho sempre considerato particolarmente vivo in questi luoghi.
Qualche metro più avanti appuriamo l’esistenza di una vedova che vive col fratello pensionato. Ancora sulla stessa strada c’è una signora anziana seduta davanti a un balcone aperto. È assistita da una donna rumena. Si chiama Ilona, ma tutti la chiamano Illi. Mi parla della sua vita in Transilvania e del fatto che vuole tornarci appena possibile. Io in Transilvania non ci sono mai stato, e mi sono fatto l’idea che non deve essere tanto diversa da queste zone proprio perché è il luogo natale di Cioran.
In un vicoletto di pochi metri scambiamo alcune parole con la signora Maria Rosaria che ci parla dei suoi quattro figli. Poi è la volta del signor Giuseppe, novant’anni e otto figli. Sono sorpreso quando mi dice che non è vedovo e che alcuni figli stanno ancora nei paraggi.
Mi allontano un attimo dalla mia amica e incrocio il signor Pasquale. Faceva il noleggiatore. È stato colpito da un ictus e adesso guida una carrozzella elettrica. Ho un momento di grande pena quando prova a parlarmi, la pena che sempre mi prende quando penso a questi incidenti che avvengono nel più pericoloso dei circuiti, il circuito del sangue.
Mi ricongiungo alla mia amica che davanti alla chiesa del paese sta parlando con una persona giovane. Si chiama Stefania e insegna lettere alla scuola media. Entro nella chiesa. Qui ci sono altre donne anziane. Pregano da sole, le ho sentite tante volte. Il prete non l’ho mai visto. Ce n’è una più avanti che comincia la litania e poi le altre le vanno dietro con quelle vocine scure, quelle vocine addolorate che mi fanno pensare alle processioni del venerdì santo dietro il Cristo morto.
Tutta la nostra visita finora si è svolta lungo un filo di mestizia, ma adesso ci aspetta un dolore profondo come un fiordo. Intravediamo dietro una tendina due donne che giocano a carte, fanno la scopa su un pezzo di compensato tenuto sulle gambe. Una non tanto anziana si chiama Giovanna. L’altra ha novantatre anni e si chiama Filomena. Ha cinque figli: una fa la suora in Kenia, poi Australia, Torino, Napoli. Quello che manca è al cimitero. La signora si mette a piangere quando pensa ai nipoti orfani perché poco dopo è mancata anche la nuora. Il dolore purissimo di questa donna rende un po’ più vacuo l’incontro successivo. Parliamo con una delle tre sorelle che abitano una casa ben tenuta. Le immagino benestanti e invece, come spesso accade in questi paesi, sono proprio quelli che non ne hanno motivi a lamentarsi più degli altri. Ecco la litania sull’euro che impedisce di andare avanti. Per una volta faccio uno strappo alla mia regola di limitarmi ad ascoltare e contesto il ragionamento della signora, le dico che c’è di mezzo la tirchieria e il fatto che chi pensa a conservare i soldi poi sente di non averne mai a sufficienza. In questo paese non mi pare che ci siano persone che possano essere definite povere, la povertà è più che altro una posa che si assume davanti a estranei. Nei miei giri non ho mai sentito nessuno che si è definito ricco e anche chi scoppia di salute quando gli chiedi come si sente ti risponde non c’è male.
Il colloquio sull’euro segna l’epilogo del giro tra i vicoli. Adesso siamo di nuovo nella piazza del paese, che da un lato ha un castello sempre chiuso e abitato solo da una tartaruga, e dall’altro ha un bar sempre aperto e sempre scortato da un piccolo drappello di uomini.
Gli uomini davanti al bar sono il consiglio d’amministrazione della noia. Sono più rumorosi delle donne, hanno bisogno di un gioco, hanno bisogno di gareggiare. Le donne passano il tempo più facilmente, verrebbe da pensare, e forse per questo vivono più a lungo, non hanno questa foga, di primeggiare; le donne pensano all’altro, può essere il figlio che è andato via o il marito al cimitero, sempre hanno questo baricentro emotivo spostato fuori di loro. Le donne di Zungoli mi sembrano appartenere a popolazioni d’altri tempi custodite in questo paese come farfalle in una teca. Alcune stanno rigide, in contrazione e sospetto, ma la gran parte sono tranquille, attente, pronte a raccontare la loro storia perché non sanno nulla delle reticenze e delle moine delle più giovani. Dorme in ciascuna di loro un senso di vita vissuta seguendo poche, semplici regole. Hanno lavorato tanto, hanno il cuore in ordine, e mi riferisco all’efficienza del muscolo garantita da lunghi anni di marcia verso la campagna e un’alimentazione forzatamente leggera. Noi oggi abbiamo fatto solo cento passi e ci sentiamo stanchi.
La mia amica appena saliamo in macchina accende la radio. Vuole uscire da questo luogo di clausura prima ancora di partire.

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