da viaggio nel cratere

Conza della Campania, 8 ottobre 2000

Ci sono giorni in cui si muore in molti. Sono i giorni delle grandi sventure. Quel giorno in questa terra fu il ventitré novembre del 1980.
Oggi è domenica, nel cimitero di Conza sono le undici del mattino. I morti del terremoto sono quasi tutti sulle stesse file, un piccolo cimitero dentro il cimitero. Facce di uomini e donne di ogni età. Facce e storie che non ho mai incrociato. Ora di ogni persona che vedo vorrei conoscere cosa diceva, cosa faceva. Dall’addobbo della lapide a volte si capisce che si tratta di persone di una stessa famiglia. Ecco Luisa Masini, nove anni, col gatto in braccio. Sotto di lei Valeria Masini, dodici anni, e poi Maria, quarantatre anni, la madre. Il pensiero va subito al padre, chissà dov’è nel mondo a trascinarsi con la sua pena. Più avanti un’altra famiglia: Gino Ciccone, quarantanove anni, e poi Michele di dieci e Alberto di ventuno. Quelli che sono qui certamente si conoscevano tutti.

Era domenica pure allora, vissuta fino al tramonto nel più caldo sole novembrino. Qualcuno squadrò la pietra su cui ora mi allaccio le scarpe, l’eresse, l’imbiancò di calce. Dalla finestra dove un’erba verdemalva pende verso terra qualcuno aveva posto una fitta pianta di basilico. Ora questo paese è una teca di rovine. Ci sono solo tre famiglie. Tre case lontane tra loro. In una di quattro piani vive la famiglia Tufano. Quando ci fu il terremoto abitavano alla stazione di Conza, ma già si erano costruiti questa casa, perché la loro doveva lasciar posto alle acque della diga. La signora che mi sta raccontando queste cose è piccola e coi capelli bianchi, ma ha l’aria di chi trascorre il suo tempo in una sofferenza rassegnata. Lei è qui dall’ottanta. Occupa un appartamento. In un altro c’è la figlia, sposata con due figli. Attirato dalla nostra conversazione interviene il marito. Il suo tono è più animoso. Vive qui da quasi mezzo secolo, ma non ha dismesso nella voce l’accento napoletano. Viene da S. Gennaro. Suo padre, commerciante di stoffe, lasciò il paese vesuviano nel caos del primo dopoguerra e prese stabile dimora a Conza nel cinquantadue. Il signor Ciro ha proseguito il lavoro paterno. Ed ora ha questa grande casa che non vale niente. Quattro appartamenti: “uno per noi e gli altri per i tre figli”. Ma oggi Ciro Tufano e la moglie Saveria di figli ne hanno solo due: uno morì la sera del terremoto. Si chiamava Ernesto e aveva dieci anni. Come molti morì scappando. Era nella casa di uno zio. Lì alla stazione di Conza ci furono molti morti, morì anche il capostazione. Adesso quella stazione non c’è più. Quando le acque della diga si abbassano spunta ancora la casa dei coniugi Tufano col tetto a due acque. Il signor Ciro è arrabbiato. Lui è venuto a vivere quassù perché la sua casa non era caduta. Fece qualche piccola sistemazione e si mise dentro, mentre tutti gli altri cominciavano la loro vita nella valle: prima nelle baracche della Ferrocementi (usate dagli operai durante la costruzione della diga) poi nelle roulotte, quindi nei prefabbricati leggeri e infine nelle sospirate case in muratura. Il piano di recupero di Conza prevedeva che dovessero rimanere in quella zona una cinquantina di abitazioni, ai margini del parco archeologico che comprende tutto il resto del paese e che ora stiamo percorrendo a piedi. Seguendo la via pila si arriva al ristorante “da Michelina”. Il ristorante è chiuso. La signora lo aveva dato in gestione, e il gestore, a suo dire, non si è rivelato all’altezza. Ora altri vorrebbero rilevare il locale, ma la strada di accesso è chiusa. Le case che dovevano essere sistemate sono ancora lì, pericolanti. I proprietari sperano di poterle delocalizzare, aspettano che in misteriosi uffici venga approvata la variante al piano di recupero.
Intanto vado a vedere il paese nuovo. Il paese certo doveva essere più bello sul plastico dell’architetto che non su questa piana paludosa. Il paese vecchio aveva un solo accesso, questo è aperto e può essere infilato da ogni lato. Vi arrivo con lo sguardo pronto a catturare ogni dettaglio. Ecco il piccolo monumento a ricordo della tragedia. C’è un ferro contorto, spunta dalla base di cemento armato che accoglie la lastra metallica con la lista dei morti: quattro file di quarantasei nomi, inutile fare la somma. Vado a cercare con gli occhi dove si trova Ernesto: era nato il venticinque aprile del settanta.

Qui non c’è neppure il problema di parcheggiare la macchina. Mi fermo davanti a un bar posto in un prefabbricato. C’è una bandiera della Ferrari e qualche persona che discute. Al centro di un quadrivio un gruppo di persone adulte. Chiedo del sindaco. È proprio lì, al centro del gruppo e del quadrivio: qui ci sono tante strade, ma non c’è una piazza. Saluto il primo cittadino, gli spiego il motivo della mia visita e subito comincia a parlare. Chiedo spiegazione della strada chiusa al paese vecchio. Spiegazione lunga: ricorsi, normative e altre faccende. Poi gli chiedo chiarimenti sul fatto che il paese si allaga quando piove. Spiegazione lunga e complicata: fogne bianche e nere, questioni geologiche, colpe di tecnici, interessi delle ditte, mancanze dei cittadini, un rosario di motivi, fatto sta che qualcuno ha sbagliato ed ora si espia in attesa di trovare un rimedio definitivo. Il sindaco comunque ha un’aria soddisfatta. Lui fa il chirurgo ad Avellino da più di vent’anni. È al suo primo mandato, a guida di una lista civica che mette insieme persone appartenenti a vari partiti, si definisce, un po’ sommessamente, un popolare.
A Conza lo stato ha speso finora quasi centoventi miliardi. Per completare la ricostruzione servono altri tredici miliardi. Sono state realizzate 700 abitazioni. Ne restano da realizzare un centinaio
Non ho voglia di approfondire questi aspetti, parliamo d’altro. A Conza non c’è disoccupazione, qui ci sono quattro fabbriche che vanno molto bene, almeno per i loro padroni: come in tutte le fabbriche del cratere si lavora molto e si guadagna poco. Il sindaco continua a dissipare la mia tendenza a vedere ovunque mali e miserie: “qui non c’è il problema della droga e non ci sono furti. L’unico neo è la mancanza di iniziative di imprenditoria locale. Il paese ha interessanti prospettive turistiche, tra il parco archeologico e l’oasi naturalistica della diga sottostante ci sono tutte le premesse. Già adesso il comune fitta i prefabbricati leggeri dove c’era l’insediamento provvisorio a gente che vuole venire a trascorrere un po’ di tempo a Conza, napoletani soprattutto.” Il sindaco ha ragione, anche se mi riesce difficile immaginare come possa essere bello questo posto quando sarà pieno di gente. In Irpinia non abbiamo pezzi firmati. Le tracce dell’antica Compsa non sono la torre di Pisa e si possono vedere e ammirare al meglio in passeggiate silenziose e solitarie.
La chiacchierata col sindaco è finita. In giro non c’è più nessuno. Anche la statale su cui viaggio verso casa è deserta: all’andata non ho incontrato neppure una macchina, ma una poiana quieta e immota su un palo della luce.

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