lo sguardo del cane

Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come una cane bastonato. Non deve sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello il paese è. Non devi fare altro.
Sono infinitamente stupidi i cittadini che quando vengono in un paese fanno sempre la solita domanda: ma qui di cosa si vive? È la domanda di chi pensa di essere in piedi, in sella al cavallo del mondo e di poter andare alla conquista di chissà che. Il paese, se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Per vivere nel paese devi capire che una frase come “cogito ergo sum” non ha alcun valore. È una frase da ubriachi, ubriachi del proprio io. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo:per questo le vetrine nei paesi sono sempre un po’ fuori posto (il paese è una creatura intimamente puberale e se gli metti il doppiopetto diventa ridicolo).

Parlavo di queste cose stamattina col mio amico Andrea di Consoli. Parlavamo del mio libro e della sua postura. L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è il lavoro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito da un male fraternamente incurabile. Io viaggio nei paesi a quattro zampe. Ho un piede rotto e il collo che non tiene. Pur volendo non potrei stare in piedi.
Il mio lavoro è un congedo dalla letteratura come prova titanica di un autore che pretende di infilzare il mondo e di mostrarlo agli altri come si mostra un capriolo dopo una battuta di caccia. Il mio paese, i paesi in cui viaggio, issano la bandiera bianca. Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. La società dell’autismo corale ci chiede posture nuove, ci chiede la rottamazione degli scheletri eretti.

Gli uomini ci hanno messo molto ad assumere questa delirante postura. Adesso è il tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma. L’osservazione del territorio è fatta da un animale affratellato ai suoi pericoli, al suo sgomento. La morte mia o dei miei paesi non più come agguato da parare, ma come compagnia per passare il tempo. Siamo naufraghi che non finiamo mai di asciugarci. È sempre stato così, ma adesso abbiamo la grazia di un tempo sfinito in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà.

La bandiera bianca non è quella dei piccoli paesi, ma è la bandiera dell’universo, la bandiera di una cieca bufera di polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti insieme al sole e alle altre stelle. Appartengo a questa vicenda non nella forma ormai ridicola di un possessore di anima e di fini, ma nell’affanno di un corpo senza padroni. Il libro che ho scritto è tutto un inno silenzioso alla volontà di dimenticarsi, di dimenticare i grandi feticci dell’umano: questo silenzio conta, non il rumore che magari ancora fanno i miei residui vaneggiamenti egotici.

Non ho grandi idee da spacciare, non ho sentimenti eccezionali. Racconto uno sfinimento che contiene miserie e nobiltà, lietezza e malumore. La paesologia è più vicina all’etologia che alla sociologia. Non è una scienza umana, è la scienza per uscire dall’umano, cioè per essere nel luogo in cui già siamo. Si parla sempre più spesso di decrescita come alternativa al modello capitalistico. Il mio libro parla della decrescita dal punto di vista psicologico. Tornare o restare inermi, immaturi, lasciare agli adulti i miraggi della vita riuscita, aggirarsi nelle proprie rovine e in quelle degli altri con la grazia di un amore che non si posa da nessuna parte.

franco arminio

da terracarne, mondadori 2011

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