Giobbe a Teora

UN PEZZO DA VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA (LATERZA)

Oggi è uno di quei tipici giorni irpini con le nuvole per terra. Esco per muovere le gambe, riattivare lo sguardo.

Mi fermo Conza a fotografare un monumento da poco inaugurato. Piove sulla neve. Sono le tre del pomeriggio e la luce cala a precipizio. Mi sposto verso Sant’Andrea. Altro paese, altro silenzio. Nessuno in giro. Prima si vedeva gente in giro anche quando il tempo era brutto. Adesso le case sono calde e comode. E dentro c’è il televisore per i vecchi e per i bambini. C’è il computer per i giovani. Dentro il bar c’è sempre qualcuno che non sta bene. Non ho voglia di ascoltare nessuno per il momento. Accendo la videocamera che porto sempre appresso. Filmo la facciata del seminario e un campanile perfettamente fallico. Il vento mi butta la pioggia in faccia, mi avvio verso Teora. Passo per la Sella di Conza. Qui siamo sul confine tra la provincia di Avellino e quella di Salerno. E anche la Lucania è assai vicina.

Arrivo a Teora  ed è subito notte. Sono nella parte alta del paese. Sotto di me, sotto la pioggia nera, ci sono palazzine che dall’alto sembrano dei tir senza la motrice. Potrebbe essere qualunque luogo del mondo. Ma io sento che qui c’è ancora un odore, è l’odore pungente dell’Irpinia d’Oriente. La silenziosa combustione dello sconforto che s’insinua nel fondo delle ossa.

Cammino in quello che una volta era il centro storico. C’è una casa che ha un’ampia vetrata. Sembra un circolo. Mi affaccio. Dentro ci sono due anziani. Mi fanno cenno di entrare. Il padrone di casa comincia a parlare con una bella lingua spigliata. Mi parla dei sindaci del paese.  La sua cadenza mi piace. Sono lo spettatore di una recita a cui ho assistito tante volte. Il signore si vanta che è democristiano. Elogia De Mita. Parla male dei tecnici, dice che si sono presi un sacco di soldi per fare le case. In questa zona ci sono un centinaio di appartamenti e abitano solo una decina di famiglie. Uscendo fuori il mio interlocutore mi dice che la notte del terremoto ha perso la madre, la moglie e la figlia. Qui la mia attenzione si ravviva. Mi faccio raccontare com’è successo.

Stavano sul divano. Tutta la famiglia era lì a smaltire la sottile inquietudine della domenica. La casa è crollata. Lui si è trovato davanti al figlio maschio. Lo ha riparato. Durante tutta la notte sono rimasti sotto. La bambina non la sentivano. Lui e il figlio li hanno tirati fuori al mattino. Poi è uscita anche la moglie. È uscita viva. Mentre la portavano al campo sportivo il vento le ha sollevato la gonna e lei se l’è sistemata con le sua mani. L’hanno portata a Napoli. Sembrava che non stesse tanto male. Il giorno dopo è morta. Intanto avevano tirato fuori dalle macerie anche la figlia di dieci anni. Ascolto questa storia mentre siamo fermi nella mia macchina davanti al cinema. Il padre dice che guardava la figlia e sperava che non fosse morta Aveva rovesciato il coperchio della bara e ci aveva messo la figlia sopra. Io ascolto, sento che non riuscirò a dimenticare questa storia, ma il peggio deve ancora venire. Il signor Francesco alcuni anni dopo il terremoto si risposa e dal nuovo matrimonio nascono due figli. La notte di Natale del 2001 la sua bambina di dieci anni sale di corsa le scale per andare a posare una statuina sul presepe. Non arriva al presepe. Muore sulle scale. A suo tempo avevo letto questa storia sui giornali locali. Mi aveva emozionato e poi era andata via dalla mia mente. Adesso ha un leggero tremore. Faccio qualche domanda al mio interlocutore e il filo delle disgrazie si allunga. Torniamo indietro. Il signor Francesco aveva un padre di quarantotto anni che aveva preso un grande spavento in Albania durante la guerra. Una sera del 1953 uscì di casa e morì per un infarto. Qualche anno dopo al signor Francesco muore per malattia anche il fratello che studiava all’università.

Guardo l’orologio, usciamo dalla macchina. Mi pare di aver parlato con la reincarnazione di Giobbe.


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