Rileggendo Salvemini

franco arminio da terracarne (mondadori)

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “Nel Mezzogiorno d’Italia la potenza sociale, politica, morale, della piccola borghesia intellettuale è assai più grande e più malefica che nel Nord. Ed è questo, insieme alla malaria, il flagello più rovinoso del Mezzogiorno. Si può dire che nel Mezzogiorno la piccola borghesia intellettuale è nella vita morale quel che è nella vita fisica del paese la malaria”.

I vecchi e soprattutto le vecchie che incontro nei miei giri non c’entrano molto con la piccola borghesia intellettuale. Sono persone arrese. Mosse caute, indugi. Il femore rotto fa paura più della crisi. Il Sud che incontro nei miei giri non è da radiografare con grafici e tabelle. È un Sud a cui semplicemente fare compagnia. È l’umanità che non partecipa alle velleità moderniste, quelle che hanno messo palazzi e villette intorno ai paesi, una muraglia cinese di calcestruzzo. I luoghi che visito con più piacere sono quelli dove qualcosa resiste, sono i paesi più piccoli e sperduti, dove la piccola borghesia spesso è rappresentata solo dal sindaco e da quelli che vorrebbero prendere il suo posto. La piccola borghesia intellettuale a furia di saccheggiare i paesi è destinata a scomparire con loro. Certi personaggi sono ubiqui, te li ritrovi a Bisaccia e a Napoli, anche se le città medie, Avellino, Potenza, Catanzaro, per esempio, sono la loro fortezza. Non a caso sono luoghi brutti, in cui non si sente libertà, non si sente fervore. E il traffico delle automobili sembra una pietosa coperta per occultare la morte provocata da questa società di carta. Basta guardare i corpi flaccidi di molti abitanti: gli occhi spenti, la lingua sporca, non sai mai se dicono il falso o il vero. Per loro vale l’epigramma che Pasolini rivolse a un critico cinematografico: Sei così ipocrita che come l’ipocrisia ti avrà ucciso / sarai all’inferno, e ti crederai in paradiso.

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “Essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o antipatie capricciose. Per essi non esiste alcuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente. Sarebbero capaci di presentarsi innanzi a un possibile patrono in ginocchio, strisciando la lingua per terra”.

Forse oggi il problema principale del nostro Sud è il trionfo e il radicamento, purtroppo trasversale, della mentalità piccolo-borghese. Non è facile smascherarli. A volte te li trovi a fianco in certe battaglie, ma solo fino al punto in cui non si rischia niente. E se criticano la politica sono sempre critiche generiche, impersonali. Non ci sono mai quando si tratta di fare nomi, quando è a rischio il portafogli. Rispetto ai tempi di Salvemini, in cui erano molto ignoranti, adesso possono esibire un’erudizione finta, un eclettismo che mette insieme ideologie inconciliabili. Hanno un lato di sinistra e uno di destra. Ovviamente stanno al centro.

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “La vita pubblica è assolutamente impraticabile per chi non sia una canaglia matricolata. Dinanzi alla mischia furiosa e volgare dei partiti, all’uomo onesto non rimane che chiudersi in casa, con la poco lieta convinzione che gli uni valgono gli altri, e che il paese andrà alla malora tanto con gli uni quanto con gli altri”.

Quelli che hanno deciso di chiudersi in casa effettivamente spesso sono le persone migliori. Il familismo in genere è praticato più assiduamente da chi dice di combatterlo. Nei circoli, nelle Pro Loco, in certe associazioni pseudoculturali alligna la lobby dei paesanologi, quelli che vogliono cambiare la vita dei paesi senza cambiare i vecchi padroni che li hanno rovinati.

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “È questa classe che dà a tutti i partiti i giornalisti, i libellisti, i galoppini elettorali, i conferenzieri, i propagandisti. E gli spostati della piccola borghesia intellettuale finiscono quasi tutti col diventare professionisti della politica, e della politica peggiore: non avendo niente da fare, possono dedicare tutto il loro tempo alla vita pubblica: conquistano i primi posti nelle file dei partiti, diventano gli uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche più delicate”.

Ho raccontato tante volte nei miei libri la piccola vita degli estremisti della moderazione, i patiti delle cose piccole: piccoli gli orizzonti, piccole le ambizioni, piccole le faccende con cui si passa il tempo. Il problema è che non stiamo parlando di un’umanità residua, ma di quelli che guidano i paesi. Possono essere avvocati o direttori di banca o geometri, possono essere presidi o farmacisti e naturalmente sindaci e assessori, il loro tratto è sempre quello di essere ingordi e sensibili ai piccoli intrallazzi.

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “I giornalacci locali, in cui sbavano i loro odii e le loro ingordigie, non contengono mai un dato di fatto concreto, mai un’osservazione diretta della realtà”.

Penso alle dichiarazioni dei politicanti massimi e minori, penso alla lingua fumosa inventata da De Mita e mimeticamente ereditata dal nipote Giuseppe, vicepresidente della Regione Campania. Una lingua in cui si può dire tutto, si può essere sovversivi e conservatori a seconda dell’interesse di giornata. Una lingua presa a prestito anche da uscieri e applicati di segreteria, la lingua dei convegni sul futuro dei paesi in cui non ci sono artigiani, né giovani, né contadini, la lingua tappo, la lingua muro.

Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: “Quando in un paese la corruttela delle classi dominanti è giunta al punto di bestialità in cui è oramai sprofondata la borghesia meridionale, una crisi prima o poi diventa inevitabile: le classi inferiori scuotono il giogo marcito che le opprime, si danno al saccheggio e alla strage, obbligano la classe dominante a rinnovarsi”.

Questo scenario oggi sembra lontano, non perché la classe dominante si è rinnovata, ma solo perché essa è diventata abile ad apparire una cosa e il suo contrario. Non c’è più un popolo oppresso, solo singole persone indifferenti alle pratiche disoneste. La vigliaccheria spesso viene percepita come una forma di intelligenza e chi si lamenta dei torti che subisce è detto vittimista. In una situazione del genere è difficile individuare chi opprime e chi è oppresso. Spesso gli oppositori hanno gli stessi valori della classe dirigente. La grande politica dovrebbe bagnarsi di cose estreme come l’amore e la morte e invece è tutto un fornicare di accaniti al contingente. Il Sud cambierà se saprà amare i bizzarri, gli inventori, gli estrosi, i poeti, gli affamati di amore. L’impresa è ardua, perché i bizzarri, gli inventori, gli estrosi, i poeti, gli affamati di amore raramente compaiono sulla scena, sono attori non protagonisti. E questo è un mondo che sa guardare solo a chi è in scena, a chi è bravo a fingere la sua vita e anche quella degli altri.

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2 thoughts on “Rileggendo Salvemini

  1. ” ……le classi inferiori scuotono il giogo marcito che le opprime, si danno al saccheggio e alla strage, obbligano la classe dominante a rinnovarsi”.

    finchè questo non si avvererà non può esserci riscatto vero…….il fatto è che “la classe dominante non si è rinnovata ma è diventata abile ad apparire una cosa e il suo contrario”…. verissimo…. ma è altrettanto vero che la classe dominata non ha mai smesso un istante di sperare di assomigliarle in tutto e per tutto….votandola,blandendola,facendo il suo gioco!!!!

  2. Salvemini ed il suo Sud fatto di amore vero per i meridionali e la loro terra e’ bandito da questa ottusa borghesia che impazza aggiudicandosi il consenso attraverso un capillare sistema di controllo che disintegra identità e dignità!CHI SI OPPONE E’ CANCELLATO DALLA MEMORIA COLLETTIVA! ESILIATO!CALVELLO DOCET!BASILICATA DOCET!

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