su terracarne

La lettura del nuovo libro di Franco Arminio, Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia (Mondadori, 353 pagine, 18,00 euro), conferma uno dei talenti più originali della nostra letteratura. L’originalità di Arminio consiste in uno sguardo nuovo sui piccoli paesi del Sud, visti e scrutati non più nella loro valenza meridionalistica e dunque politica (come svilupparli, come arginare l’emigrazione, in che modo ripopolarli, ecc.), ma nella loro essenza reale, nella loro scoperta e quotidiana verità. L’obiettivo non è più quello di sviluppare o modernizzare realtà marginali, ma accettarli per quello che sono. Quest’attitudine di accettare la realtà per quello che è, anche nelle sue desolazioni più anguste, anche nei suoi tanti sfinimenti psicologici, Arminio la deve un poco allo scrittore Gianni Celati (con il quale collaborò ai tempi della rivista “Il Semplice”), che proprio come Arminio utilizza molto il documentario randagio (di Celati è da poco uscita la raccolta di tre documentari, Cinema all’aperto, edito da Fandango), il vagabondaggio solitario, l’amore per la marginalità, ovvero quella che Celati, con un felice neologismo, ha definito “qualsiasità”.

L’idea è chiara: in un mondo che è alla continua ricerca di un centro illuminato e trendy (politico, culturale, mediatico, ecc.) scrittori come Celati e Arminio raccontano il massimamente trascurato, il negletto, il nascosto, ovvero la realtà totalmente deprivata di effetti speciali, di cronaca, di memorabilità. Quest’idea di guardare il mondo dal punto di vista del cane, cioè rasoterra, fraternamente, riducendo lo scrittore non più a sapiente legislatore del mondo, ma a umile e sfiancato camminatore (uno “qualsiasi”) senza certezze e, in fondo, senza speranze, è un esito avanzato della nostra letteratura, benché in apparenza “provinciale”, perché frantuma i romanzi meccanicistici o commerciali, e porta alle estreme conseguenze una morale della spogliazione, della sincerità e della nuda verità dei propri pensieri…

Andrea di Consoli, da IL RIFORMISTA

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